Radio Cora - Zone rosse (fuori e dentro di noi)

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  • Zone rosse (fuori e dentro di noi)

    Continuiamo a osservare che una singolare accezione dell’epidemiologia intesa come una branca della criminologia (cioè come caccia ai colpevoli, segregazione, intimidazione) ha ampiamente preso il posto della medicina del territorio. Dove invece, stando allo studio “A simple, home-therapy algorithm…”, lasciando in carico alla medicina del territorio la gestione del problema, in via prioritaria e nelle forme note e tradizionali, ci saremmo trovati con ogni probabilità a fronteggiare un problema decisamente meno vasto e meno drammaticamente stratificato; evitando di sfiorare ripetutamente il collasso del sistema sanitario-ospedaliero e di incorrere in molti degli “effetti collaterali” della gestione, che hanno determinato ulteriori decessi, sofferenze e tragedie, e con i quali dovremo fare i conti – noi e i nostri figli – per decenni.

    Lo studio “A simple, home-therapy algorithm to prevent hospitalization of Covid-19 patients”, condotto dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, dall’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo e da altri istituti di ricerca, pubblicato in pre-print, riguarda l’efficacia di un protocollo di cura per i malati di covid-19 domiciliare basato fondamentalmente sull’intervento precoce (in contrasto con la “vigile attesa”) e sull’uso di farmaci antinfiammatori (al posto del paracetamolo), contrastante quindi con le indicazioni ministeriali e con il protocollo ufficiale diffuso il 30 novembre scorso. In sintesi: 90 malati trattati con il “protocollo alternativo”, confrontati con altrettanti malati, con analoghe caratteristiche, trattati con tachipirina e vigile attesa, hanno mostrato una riduzione della necessità di ospedalizzazione (cioè, semplificando, della forma grave della malattia) del 90%. Novanta percento: un valore piuttosto significativo.
    Le caratteristiche del “protocollo Mario Negri” erano già state diffuse dallo stesso Remuzzi, con un gruppo di altri scienziati, attraverso un documento pubblicato alla fine del novembre scorso, contemporaneamente alla pubblicazione del protocollo ministeriale per la gestione domiciliare dei malati di covid-19.
    L’approccio proposto, tuttavia, ha una storia lunga quasi quanto quella di questa malattia.
    L’intervento precoce con antinfiammatori (e con l’eventuale aggiunta di altri farmaci, sempre in contesto domiciliare, a seconda degli sviluppi della malattia) corrisponde largamente a quanto proposto al Ministero dal farmacologo Piero Sestili e dalla dottoressa Roberta Ricciardi, con una trentina di altri ricercatori e medici, già nell’aprile 2020 (senza che abbiano ricevuto alcuna risposta), e poi approfondito, precisato e ripetutamente ribadito nei mesi successivi.

    Lo stesso approccio è il cuore stesso della “terapia domiciliare precoce” portata avanti da molti medici – riunitisi anche in reti autonome di confronto e supporto – che operano secondo questi criteri dall’inizio pandemia, ma che solo nelle ultime settimane hanno potuto offrire la loro testimonianza clinica “serenamente”, senza essere preventivamente accusati di essere ciarlatani e venire minacciati di essere segnalati all’Ordine: recentemente le autorità nazionali si sono decise a concedere loro un’interlocuzione diretta, dopo molti mesi di vano bussare (e dopo una sentenza del TAR a favore delle loro posizioni); e il pubblico ha potuto ascoltare le loro testimonianze grazie allo spazio dedicato da alcuni media. (Bisogna dire, tuttavia, che la pratica di scegliere alcuni personaggi impresentabili ed esporli alla gogna mediatica, con lo scopo evidente di screditare e ridicolizzare chiunque sia fautore di un approccio alternativo ai protocolli ministeriali, purtroppo permane, e rimbalza dalle televisioni pubbliche a quelle private.)

    Torniamo al dato più importante: le ospedalizzazioni ridotte del 90%. E, in attesa della pubblicazione peer reviewed, proviamo a farci alcune domande.
    Proiettando questo dato sul totale dei ricoveri che ci sono stati in Italia in questi tredici mesi, quante persone avrebbero potuto evitare l’ospedale? Come sarebbero cambiati i decorsi?
    In definitiva, quanti decessi, quante risorse sanitarie, quanto dolore si sarebbero potuti risparmiare?
    E quante devastanti chiusure sociali si sarebbero potute evitare, se la percentuale dei letti occupati negli ospedali fosse stata assai meno drammatica, nella prima, nella seconda, nella terza ondata? (è di questi giorni la notizia di un milione di posti di lavoro persi in Italia, prima ancora che venga rimosso il divieto di licenziamenti.)
    Ancora: quanto la convinzione di avere a che fare con una malattia “senza cure” – perché così è stato detto – ha costituito una profezia che si auto-avvera?
    E quanto la percezione dell’eccezionalità del covid-19 ha ostacolato la conoscenza delle sue concrete e gestibili specificità?

    Un sobrio e serrato dialogo tra scienziati e clinici, anche su questi temi, sarebbe stato cruciale per aumentare rapidamente la conoscenza di un fenomeno nuovo e tragicamente pressante. Invece il confronto è stato ostacolato, viziato, limitato e deformato da un clima pesantemente inquisitorio, fatto di diffide, denunce, intimidazioni, circolari-bavaglio, delegittimazioni, gogne mediatiche, mancato ascolto, conformismo, muri di gomma. Un clima creato tanto dalle istituzioni quanto da alcuni degli esperti graditi alle direzioni delle testate giornalistiche, e alla politica, onnipresenti da un anno sui media.

    Va rilevato che un uso intermittente e strumentale delle evidenze scientifiche (per avallare – nonostante la loro assenza – o per bloccare – a causa della loro assenza – determinate politiche sanitarie e determinati interventi, farmacologici e sociali) è uno degli aspetti culturalmente più impressionanti della gestione della pandemia. Per esempio: si è accettato di chiudere il mondo senza avere evidenze conclusive sulle modalità di trasmissione del virus nei diversi luoghi e contesti, sulla contagiosità degli asintomatici, sul ruolo dei bambini e dei ragazzi, e in generale sull’utilità del lockdown; idem, in particolare, riguardo alle scuole (come giudicato dal TAR del Lazio e Consiglio di Stato). Tuttavia non si è accettato di utilizzare terapie domiciliari, che alla luce di numerose esperienze cliniche si mostravano promettenti, adducendo il motivo che mancavano le evidenze conclusive (invocando magari la necessità di studi randomizzati).

    In conclusione, viene da pensare che l’interesse per le “zone rosse fuori di noi” (lockdown, restrizioni, militarizzazione della vita sociale, alterazione dalla vita democratica del paese, sospensione di diritti costituzionali) è stato, ed è tuttora, molto più intenso e condiviso rispetto all’attenzione rivolta alle “zone rosse dentro di noi” (lo stato infiammatorio causato dalla presenza del virus, a sua volta responsabile, in alcuni casi, del manifestarsi di forme gravi della malattia).
    Oltre a trattare medicalmente le conseguenze infiammatorie dell’infezione, prendersi cura delle “zone rosse dentro di noi” significa porre l’attenzione su diversi aspetti non medicali, ma ugualmente centrali: stili di vita, attività fisica, alimentazione, corretto apporto vitaminico (vedi gli studi sul rapporto vitaminaD/covid, altro tema oggetto di incredibili censure e crociate), benessere psicologico, prevenzione, miglioramento delle condizioni ambientali e atmosferiche. Tutti aspetti che, fin dall’inizio della pandemia, sono stati ignorati, quando non apertamente contrastati. La stessa logica del lockdown è una negazione, in un colpo solo, di molti di questi aspetti. Praticamente di tutti, tolto forse l’inquinamento atmosferico, alla cui momentanea diminuzione (presto compensata) ha incidentalmente contribuito.

    In altre parole, continuiamo a osservare che una singolare accezione dell’epidemiologia intesa come una branca della criminologia (cioè come caccia ai colpevoli, segregazione, intimidazione) ha ampiamente preso il posto della medicina del territorio. Dove invece, stando allo studio “A simple, home-therapy algorithm…”, lasciando in carico alla medicina del territorio la gestione del problema, in via prioritaria e nelle forme note e tradizionali, ci saremmo trovati con ogni probabilità a fronteggiare un problema decisamente meno vasto e meno drammaticamente stratificato; evitando di sfiorare ripetutamente il collasso del sistema sanitario-ospedaliero e di incorrere in molti degli “effetti collaterali” della gestione, che hanno determinato ulteriori decessi, sofferenze e tragedie, e con i quali dovremo fare i conti – noi e i nostri figli – per decenni.

    Un’ultima considerazione: con una dimensione nettamente meno ampia e meno drammatica del problema sanitario, non sarebbe stato legittimo affrontare la questione dei vaccini in modo tanto emergenziale, affrettata ed emotiva (“unica possibilità di uscire da questo inferno”), e si sarebbero dedicati tempo e sforzi adeguati a tutti i passaggi rituali, sia per i vaccini tradizionali sia per quelli innovativi. Evitando non solo parte degli eventi avversi immediati (finora relativamente pochi, ma talvolta fatali) che stanno occorrendo (e per quelli a lungo termine al momento non rilevati né contemplati, eventualmente se ne riparlerà). Ma soprattutto risparmiando l’increscioso balletto di autorizzazioni, sospensioni, ri-autorizzazioni perché “non c’è correlazione”, ri-sospensioni perché “c’è correlazione”, ribaltamento del target di età, decisioni operative contraddittorie tra un Paese e un altro, dichiarazioni perentorie di virologi ed esperti destinate ad apparire, entro 24 ore, manifestazioni irresponsabili di una grave dabbenaggine ideologica. Un caos determinato appunto dall’avere voluto a tutti i costi anticipare di qualche mese le autorizzazioni, accontentandosi di test e di dati limitati, e dall’avere assecondato la smania di alcune aziende farmaceutiche di arrivare prime, o non troppo dopo le altre, al traguardo. Una catastrofe culturale che sta determinando un crollo di fiducia nei vaccini, nelle autorità sanitarie e negli enti regolatori, probabilmente senza precedenti, non certo opera dei “no-vax”.
    L’ennesimo dono di una gestione irrazionale, avventata, condizionata dal circolo vizioso di un incessante processo mitopoietico, militarmente blindato dalle comunicazioni istituzionali e mediatiche, e dalla continua evocazione dello stigma sociale contro ogni posizione critica. Una situazione dove le doti di lucidità, sangue freddo, concretezza e lungimiranza sembrano essere state detenute da un’unica categoria di persone: i portatori di grandi economici.
    CARLO CUPPINI

    Riferimenti:

    Pre-print dello studio “A simple, home-therapy algorithm to prevent hospitalization of Covid-19 patients” (26 marzo 2021):

    Articoli sullo studio:
    https://www.huffingtonpost.it
    https://scienze.fanpage.it
    https://www.corriere.it/
    “Non sono in grado di stabilire il numero esatto di vite umane che si sarebbero potute salvare, ma …”:

    “il danno agli organi di chi si ammala gravemente di Covid-19 non è causato direttamente dal virus, ma dalla forte risposta immunitaria…

    Protocollo ministeriale gestione domiciliare pazienti covid (30 novembre 2020):

    Documento sulle cure domiciliari Remuzzi-Suter-Perico-Cortinovis “A recurrent question from a primary care physician: How should I treat my COVID-19 patients at home?” (30 novembre 2020)

    Sul documento Remuzzi-Suter-Perico-Cortinovis

    Studio sui diversi trattamenti di cura domiciliare a cura di Piero Sestili (21 novembre 2020)

    Schema di trattamento domiciliare di Pillole di Ottimismo

    Appello di medici e ricercatori al Ministro Speranza su antinfiammatori e cortisonici (24 aprile)

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