Radio Cora - Non abbandoniamo il desiderio di vivere insieme 

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  • Non abbandoniamo il desiderio di vivere insieme 

    Uno degli slogan più ripetuti in questi mesi è stato: “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Bene, cosa intendiamo per “problema”? La sottrazione di risorse, iniziata decenni fa al sistema sanitario nazionale e la scuola pubblica, la povertà, gli appalti al massimo ribasso, il trasporto pubblico organizzato secondo logiche di profitto e non in funzione del diritto alla mobilità dei cittadini, l’erosione dei diritti dei lavoratori, gli imprenditori onesti vessati dalla burocrazia e costretti a pagare le tasse anche per gli evasori? O è la vita, con le sue contraddizioni, le sue incognite, i suoi rischi?

    Ci sono romanzi che arrivano nella tua vita al momento giusto e ti aiutano a leggere una realtà complessa, attutendo il rumore di fondo, per riuscire a vedere le famose connessioni di montessoriana memoria. Questa lettura è stata per me “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie), un romanzo scritto nel 1985, che si inserisce nella linea delle utopie/distopie anglosassoni. Quella di “1984”, “Brave New World”, “Fahrenheit 451” e il saggio “The Rise of Meritocracy” (eh, già) di Michael Young, pubblicato in Italia con il titolo “L’avvento della meritocrazia” da Edizioni di Comunità, casa editrice fondata, guarda caso, da quel lungimirante di Adriano Olivetti, che proponeva un modello di impresa privata non basata sulla competizione a tutti i costi e sulla selezione, ma sulla cooperazione e il talento. Perché se si parla si meritocrazia, a restare fuori non sono tanto gli ultimi (dei quali si fa carico lo stato sociale, la Chiesa o qualche caritatevole ente di beneficenza), ma i penultimi. Ovvero, i “quasi adatti”, quelli che non “meritano” gli incentivi e gli scatti di carriera, ma giusto un salario alla sussistenza, che non possono ambire a comprare casa, mettere da parte qualche risparmio, concedersi il lusso di una vacanza se non con un volo low cost, di quelli che mandano in giro milioni di persone e tonnellate di anidride carbonica e contribuiscono all’effetto serra e alla diffusione di virus pandemici. Eh, già, pare che dovessimo aspettare il Covid-19 per scoprire che i consumi di massa sono insostenibili dal punto di vista ecologico e poco “meritevoli” da quello culturale.

    Cosa c’entra tutto questo con il romanzo della Atwood? A prima vista niente.

    Anzi, complice la serie tv che ne è stata tratta, “Il racconto dell’ancella” viene letto soprattutto in chiave femminista: una dittatura teocratica prende il potere negli Usa e annulla l’autodeterminazione delle donne, non più libere di disporre del proprio corpo. Tanto che tra le giovani e fertili vengono selezionate le “Ancelle”, costrette a fare figli al posto delle mogli sterili dei Comandanti, la classe dirigente. Facile vedere riferimenti alla pratica della gestazione surrogata, al commercio di bambini nei paesi poveri (peraltro diffuso anche in Europa fino alla metà del secolo scorso e trasformato in pratica di terrorismo di stato durante la dittatura argentina del 1976-1983), alla penalizzazione dell’aborto che ancora è in vigore in molte parti del mondo, al tentativo presente in tutto il mondo di ricondurre la donna a un ruolo esclusivo di moglie e madre.

    Eppure, questa lettura è riduttiva. Lo è dopo un anno come il 2020 e lo è per me. Certo, anche la mia interpretazione è totalmente soggettiva, e anzi questa soggettività la rivendico come qualcosa di connaturato alla stessa natura umana. Ogni volta che qualcuno dice “io”, parla in prima persona, lì c’è un soggetto. E se anche non parlasse in prima persona e, come spesso accade nella scrittura accademica, usasse un ecumenico “noi” o un anonimo “chi scrive”, si leggerebbe lo stesso come “io”. Quindi, tanto vale uscire allo scoperto anziché tentare di mimetizzarsi dietro espedienti retorici.

    Come in tutta la letteratura fantascientifica, fantasy e distopica, l’autrice ci prende per mano e ci invita a giocare al “facciamo come se”. Cosa succederebbe se l’umanità decidesse di sacrificare all’assenza di rischi (venduta come “diritto alla vita”) qualsiasi altri diritto? Secondo un’interpretazione giusnaturalistica, il diritto alla vita è un diritto naturale (nel senso che esiste anche prima che la legge lo riconosca) ed è quello da cui discendono tutti gli altri. Se non siamo vivi, non possiamo nemmeno essere liberi, circolare, esprimere opinioni. Ma è altrettanto vero che, proprio per questo, il diritto alla vita  – inteso come diritto che permette l’esercizio di tutti gli altri – non può essere ridotto a una preservazione delle mere funzioni biologiche. Il diritto alla vita è anche un diritto a una vita piena, dove sia consentito l’esercizio delle libertà fondamentali insite nel concetto di dignità umana: viaggiare, riunirsi, sposarsi, uscire di casa, passeggiare…

    La dittatura di cui si parla nel romanzo non è religiosa, ma tecnocratica. Il “Dio” spesso citato non è un Dio personale, come quello dell’Antico Testamento, e non ha nulla a che vedere né con la magia, né con la spiritualità. È piuttosto un’entità astratta autolegittimata dal fatto stesso di essere “Dio”, più vicino al potere anonimo-burocratico che a quello religioso (per rifarsi alla tripartizione di Max Weber).

    In nome di un bene supremo camuffato da sostenibilità ambientale, tutte le libertà – compresa l’autodeterminazione sul proprio corpo – sono state eliminate. E con esse qualsiasi fonte di piacere, considerato superfluo e dannoso per l’equilibrio osmotico del sistema: “Eravamo una società agonizzante – dice un personaggio – a causa della troppa libertà di scelta”. Il tutto iniziato in modo molto graduale, all’insegna di “Cosa vuoi che sia se…”, “In fondo si tratta di una piccola rinuncia…”, “La libertà non si misura in…”

    Il risultato è la trasformazione la nozione stessa di libertà in qualcosa di astratto e spirituale (che allora anche Silvio Pellico allo Spielberg era libero) e non nella facoltà giuridicamente riconosciuta di compiere una serie di azioni. Un diritto che in questo ultimo anno abbiamo visto, se non compromesso, di sicuro fortemente compresso. Spesso con motivazioni che travalicavano l’emergenza sanitaria e si spostavano sul piano morale, indipendentemente dalla reale utilità ai fini del contenimento della pandemia.

    E come ha ricordato a ottobre l’ex presidente della Corte Costituzionale Mario Morelli,[1] “non esistono diritti tiranni”, orientamento condiviso dal suo successore, Giancarlo Coraggio,[2] e da Giovanni Maria Flick,[3] presidente emerito della Corte Costituzionale.

    Nel mondo del “Racconto dell’Ancella”, è stata abolita la chiave di volta della modernità: l’autodeterminazione dell’individuo. Nemmeno la classe dirigente – i Comandanti e le loro Mogli – sono liberi. Il piacere sessuale è bandito per tutti, uomini e donne, persino quando è finalizzato alla procreazione (nemmeno le religioni hanno osato tanto), in nome di un ideale igienico che è fisico e morale al tempo stesso. Certo, i Comandanti possono aggirare i divieti grazie alla loro posizione dominante, riescono a trovare il modo possedere libri, riviste e giochi da tavolo, di uscire la sera per partecipare a feste clandestine. Ma anche per loro queste attività sono illegali.

    Com’è possibile ottenere obbedienza e fare accettare questi comportamenti da parte dei cittadini? Prima di tutto utilizzando un nemico o un pericolo incombente – potrebbe essere un pericolo inventato oppure, come nel caso del coronavirus, drammaticamente reale – davanti al quale la provvisoria limitazione di libertà fondamentali è vista come il male minore. È il principio dello “stato di eccezione”, teorizzato da Carl Schmitt e sul quale ha scritto molto (e in tempi non sospetti) il filosofo Giorgio Agamben. Secondo il filosofo, il rischio è che si arrivi a considerare lo stato d’eccezione giusto e provvisorio, per poi normalizzarlo e confonderlo con la regola.

    Nel “Racconto dell’ancella”, per far accettare che la limitazione da provvisoria diventi permanente, si offre qualcosa in cambio della libertà: la sicurezza di vivere in un mondo ordinato, dove inquinamento e criminalità sono scomparsi (proprio come durante i lockdown), dove nessuno corre rischi finché se ne sta al posto che gli è stato assegnato e obbedisce, dove tutto è prevedibile e quindi sicuro, dove le sofferenze legate alle emozioni sono bandite. “Il punto è che è tanto più facile immaginare d’essere felici all’ombra d’un potere ripugnante che pensare di doverci morire”. Così si conclude una poesia di Giovanni Raboni, “Ricordo troppe cose dell’Italia”

    Questo 2020 ha creato un precedente a livello mondiale, introducendo un principio di ordine superiore al quale tutto può essere sacrificato, persino ciò che non comporta alcun reale beneficio.

    Cosa succederà, quando una nuova calamità colpirà il genere umano? Cosa sarà legittimo pretendere dai cittadini? “Questo non significa minimizzare la situazione pandemica, ma anzi tenere conto di rischi che vanno molto al di là del contagio. Il mio campo non è la medicina, ma la sociologia. E da sociologa avrei voluto che in questi mesi chi governa avesse trovato il tempo di porsi alcune domande rispetto a cosa resterà di noi – società, comunità umana, Stato – una volta usciti dalla pandemia. E se è vero che da morti non lo potremo mai sapere, è altrettanto vero che, se ne vogliamo uscire vivi, è per vivere (appunto) e non per sopravvivere dentro a blister individuali, senza contatto fisico con i nostri simili, considerando gli altri un pericolo per la nostra stessa vita.

    Uno degli slogan più ripetuti in questi mesi è stato: “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Bene, cosa intendiamo per “problema”? La sottrazione di risorse, iniziata decenni fa al sistema sanitario nazionale e la scuola pubblica, la povertà, gli appalti al massimo ribasso, il trasporto pubblico organizzato secondo logiche di profitto e non in funzione del diritto alla mobilità dei cittadini, l’erosione dei diritti dei lavoratori, gli imprenditori onesti vessati dalla burocrazia e costretti a pagare le tasse anche per gli evasori? O è la vita, con le sue contraddizioni, le sue incognite, i suoi rischi?

    Nelle ultime pagine del romanzo, la protagonista si vede perduta e prende in esame le azioni che può intraprendere. Tutto ciò che è sotto il suo controllo porta alla morte. Solo un atto di fiducia e un salto nel buio le permettono, forse, di salvarsi. Ma questo non lo sa lei e non lo sa il lettore. Non abbandoniamo il desiderio di vivere insieme, affrontando con intelligenza e lungimiranza i numerosi rischi dell’esistenza. È questo che mi auguro, per me e per il genere umano (se non suona troppo pretenzioso), in questo 2021 iniziato da pochi mesi.

    FRANCESCA CAPELLI

     

    BIBLIOGRAFIA

    Agamben, G. (2003), “Lo stato di eccezione”, Torino, Bollati Boringhieri

    Atwood, M. (2019), “Il racconto dell’ancella”, Milano, Ponte alle Grazie

    Schmitt, C. (2015), “Imperium” Macerata, Quodlibet

     

    NOTE

    [1] www.cortecostituzionale.it

     

    [2] www.repubblica.it

     

    [3]  www.ildubbio.news

     

    Francesca Capelli è sociologa, ricercatrice, giornalista – Università del Salvador

    fonte: Non abbandoniamo il desiderio di vivere insieme – di Francesca Capelli – Effimera

    1987 Vis. 128 Vis. oggi