Radio Cora - SoS Israele

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    Sento spesso parlare di Israele come di un modello da prendere ad esempio per la campagna di vaccinazione. Nessun altro paese ha raggiunto un numero così alto di vaccinati e questo, a quanto pare, rappresenta già di per sé un vanto. Ciò che si menziona raramente nella narrazione ufficiale riguarda le implicazioni sociali di una campagna di apartheid sanitario che appare ancora più curiosa in un Paese che dovrebbe conoscere abbastanza bene il significato della parola segregazione.

    Attraverso il rilascio del cosiddetto passaporto verde il governo sta consentendo solo a circa metà della popolazione l’accesso a tutta una serie di servizi (palestre, centri commerciali, teatri, ecc.). Trapelano pochissime informazioni critiche da dentro i confini serrati del Paese e ciò che si può trovare appare spesso su gruppi Telegram o su pagine di media “non ufficiali”. Quel poco che filtra appare estremamente preoccupante, dalla possibilità da parte del governo di inviare dati sanitari privati di ogni persona al Comune locale al divieto di sostenere gli esami scolastici per i non vaccinati. Un articolo del Jerusalem Post, ripreso in parte da un altro pezzo della CNN, ha cercato di dare voce ai manifestanti che il 24 febbraio si sono radunati a Tel Aviv. I divieti imposti dal governo ai non vaccinati, infatti, riguardano anche la possibilità di radunarsi e dunque di manifestare. La coltre che oscura ogni tipo di fonte alternativa non fa che dare peso alle ipotesi più buie, aggravando il senso di sgomento per quanto sta avvenendo. Ciò che si sa ufficialmente è che chi rientra in Israele dall’estero dovrà indossare un braccialetto elettronico (al polso o alla caviglia) per poter essere tracciato nel periodo successivo all’arrivo.

    Il cuore della questione, tuttavia, non è questo, ma piuttosto il plauso internazionale per le politiche adottate, che non sembra altro che la pregustazione di quanto potrebbe avvenire anche in altre nazioni. Nella psicopatia covidiana ogni misura è ragionevole, legittima, mai eccessiva. Calpestare diritti ottenuti in millenni di storia sembra non preoccupare l’opinione pubblica istruita da decenni di pseudo-giornalismo.

    Al di là di ogni giudizio, mi chiedo (e vi chiedo) se è questo il mondo in cui sogniamo di vivere: una distopia in cui i livelli di controllo raggiungono vette che ci riportano alle pagine più nere della storia, in cui il diritto a un universo privato della persona viene cancellato in nome di una difesa nazionale (e anche questo dovrebbe insospettirci), in cui si accetta di segregare parte della popolazione, e dunque di escluderla dalla vita pubblica, senza che questo non faccia affiorare nel nostro stomaco rigurgiti ormai dimenticati.

    Proprio a causa dell’estremo ermetismo israeliano, nel quale (non certo da oggi) le critiche non sono particolarmente apprezzate, risulta sempre più complicato trovare fonti ufficiali ma il punto centrale, a mio avviso, è e rimane un altro: il punto è chiedersi, cercando di recuperare almeno parte della lucidità che abbiamo dimenticato al di sotto delle mascherine, se davvero siamo disposti ad accettare tutto questo.

    Per decenni ci siamo chiesti come fosse stato possibile che milioni di persone avessero accettato l’inaccettabile nella prima metà del Novecento. Non erano persone diverse da noi, io non lo credo. E forse il presente ce lo sta dimostrando.

    PIER ALBERTO VALLI

     

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