Radio Cora - Essere ‘contemporanei del futuro’ o soccombere

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  • Essere ‘contemporanei del futuro’ o soccombere

    La trasfigurazione della società è ormai evidente a tutti, anche ai più strenui sostenitori governativi i quali per un anno, in strada o sulle pagine dei giornali, hanno difeso le misure adottate in quanto inevitabili e al di sopra di ogni giudizio. A un anno di distanza ci si comincia ad accorgere dell’impatto economico, sociale e psicologico di quelle stesse misure (non del virus). Vivremo un dissesto economico senza precedenti (paragonabile, credo, a quello del 1929) che si ripercuoterà inevitabilmente sull’organizzazione sociale e, di conseguenza, sul quadro psicologico generale. Non a caso si parla da tempo di ingegneria sociale, cioè di riorganizzazione delle forze in campo (a discapito, temo, dei più deboli e a vantaggio, sospetto, dei più forti).

    Ogni giorno di più mi colpisce notare quanto si stia facendo profonda la voragine interna alla società. Non si tratta più dell’antica divisione tra chi leggeva Il Giornale o La Repubblica, tra chi si considerava di destra o di sinistra perché quella distanza apparente condivideva comunque il presupposto di una stessa realtà, osservata da due punti differenti. I due opposti erano contenuti in uno stesso universo ed erano dunque implicitamente destinati a riunificarsi, a fondersi e a riconoscersi come figli degli stessi genitori.
    La spaccatura di oggi è in questo senso totalmente diversa perché crea un dualismo tra due entità inconciliabili, due letture del reale che si escludono a vicenda. Si rimane chiusi in casa o si esce, ci si abbraccia o ci si dà il gomito, si guida con la mascherina o con il finestrino aperto. E così via. Qualsiasi conversazione presto o tardi finirà per toccare gli stessi argomenti se non altro per definire la collocazione dei nostri interlocutori, per farci capire quale sia il nostro limite e fino a che punto ci potremo spingere. La geometria delle relazioni valide fino a ieri è stravolta, così come la geografia degli amori, delle amicizie, dei rapporti.

    Se questa mia percezione è vera significa che è crollato un ponte tra due continenti, che sono diventati isole circondate da un mare immenso e silenzioso. Se questa mia percezione è vera il primo passo per la riorganizzazione sociale è già avvenuto e il bisturi della manipolazione ha già reciso la carne che ci avvolge. Quando un mondo decide di chiudere le porte poco importa che ci troviamo dentro o fuori dalle mura: si può rimanere chiusi dentro o fuori, ma la libertà resta lontana per tutti, irraggiungibile. Il nostro divenire isole rende l’universo sociale un arcipelago privo di connessioni, un contenitore amorfo, un megafono inceppato.

    È raro che la verità trionfi, si dice, ma è altrettanto raro che non lasci traccia. Ed è attraverso quelle tracce, ricomponendo le strade sommerse, facendole riemergere dalle oscurità oceaniche, che la riconciliazione può rivelarsi (innanzitutto la riconciliazione con noi stessi). Nell’ultra-velocità della modernità stiamo vivendo contemporaneamente una guerra e un dopoguerra, stiamo nutrendo la distruzione e la ricostruzione, stiamo inviando carri armati e missioni umanitarie. Ogni battaglia, tuttavia, vive su livelli diversi, a diverse altezze e a differenti gradi di coscienza. Noi siamo esattamente nel mezzo, scagliati verso l’esterno dalla forza centrifuga di un’esplosione nucleare. Credo che la vera partita si giochi su questo campo, nel rischio che stiamo correndo di vedere l’umanità disgregarsi nell’esplosione. È, in sostanza, una guerra molto più spirituale di quanto non appaia. Spetta a noi, riprendendo un’espressione di Pauwels e Bergier, decidere se vogliamo essere contemporanei del futuro. L’alternativa è aspettare che il cielo, giorno dopo giorno, ci schiacci fino a toccare terra.

    PIER ALBERTO VALLI

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