Radio Cora - Il Covid come metafora della guerra

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  • Il Covid come metafora della guerra

    Non credo sia possibile capire il presente se non se ne comprende la simbologia sottostante. Da un anno a questa parte assistiamo a un uso quotidiano del linguaggio della guerra da parte di politici e media. Abbiamo iniziato con l’eroismo patriottico di medici e infermieri, abbiamo cercato nemici per le strade (runner, giovani dissoluti dediti all’aperitivo, vacanzieri irresponsabili, sciatori svizzeri, ecc.), abbiamo inseguito con una morbosa mancanza di rispetto le bare trasportate dai camion dell’esercito, abbiamo fatto sventolare il tricolore sui balconi, abbiamo cantato tutti uniti (virtualmente). L’Italia è in guerra, insomma, ma combatterà.

    Gli organi di propaganda hanno insistito sul tipico dualismo del conflitto (buoni e cattivi, responsabili e irresponsabili, patrioti e nemici del popolo, ecc.) descrivendo le ondate che si abbattevano sul paese come battaglioni di aerei che sganciavano bombe dalle remote altezze del cielo. Non a caso le ondate sono sempre arrivate dall’esterno (Cina, Brasile, Inghilterra, ecc.) come a sottolineare che la nazione fosse sotto attacco.

    I traditori interni aiutano il nemico, recitava uno slogan della Prima Guerra Mondiale. Piuttosto calzante se si pensa a come sono stati descritti alcuni Stati esteri durante questi mesi. Nel Cinquecento, durante il conflitto tra Spagna e Inghilterra, gli inglesi capirono il potere della propaganda e inondarono l’Europa di pamphlet e libelli che dipingevano la Spagna come il regno del terrore e della crudeltà. Leyenda negra (Leggenda nera) venne definita quella campagna di disinformazione che, nel corso dei secoli, si tramutò in storia ufficiale. Forse oggi potremmo parlare di Leyenda sueca (Leggenda svedese). Chissà cosa racconteranno i posteri.

    La guerra non è certo terminata; anzi, per certi aspetti, è appena all’inizio. Ci sono giovani da arruolare per le strade, c’è una razza da difendere, c’è un nemico da combattere. La vaccinazione rappresenta il nuovo campo di battaglia ed è importante creare un’immagine estremamente negativa dei suoi oppositori (in questo senso il termine “negazionista”, un termine disgustoso che ci riporta di nuovo a un periodo bellico, quello nazista, è perfettamente calzante). In modo piuttosto manifesto si iniziano a ventilare future (e meritate) limitazioni della libertà per chi si opporrà al nuovo corso vaccinale, una sorta di segregazione sociale utilizzata per sfiancarne la resistenza. Fante attento! Cercano di rovinare te e l’Italia (Italia vuol dire i tuoi figli, tua moglie, tutta la tua famiglia, e quello che hai), diceva un altro slogan della Prima Guerra Mondiale.

    Anche il gruppo ministeriale contro le fake news ha un suo corrispettivo nel passato bellico della nazione: un gruppo molto simile, infatti, venne istituito nel 1935. Si chiamava Ministero speciale per la propaganda e aveva lo scopo dichiarato di confutare le bugie che i nemici del fascismo diffondevano tra la gente. Il tempo non scorre in senso rettilineo, questo ormai lo sanno tutti.
    Una volta che il meccanismo è stato azionato è assai difficile fermarlo, se non altro a livello psicologico e sociale. Una volta che la miccia è stata accesa è complicato spegnerla prima del tempo. In questo senso, e in senso cosmico, siamo nel mezzo di ciò che la guerra da sempre simboleggia: un combattimento tra luce e tenebre. E in questo dualismo apparente, nel corso dei millenni, sono state macinate milioni di vite nel sanguinoso mulino della storia. Tutte le volte in cui si è aperta la cassaforte della guerra e vi si è estratto il germe con cui concimare il campo su cui crescono gli umani i risultati sono sempre stati gli stessi: nefasti.

    Al grido di “vaccinatevi e partite” temo che troppe vite stiano per essere scagliate con le scarpe rotte verso il gelido inverno della campagna di Russia. Spero di sbagliarmi, ovviamente, ma ripenso a un’altra locandina della Prima Guerra Mondiale, nata per convincere i soldati ad arruolarsi alla battaglia di Caporetto. Diceva: Ed ora a voi, sottoscrivete! Non fu una pagina particolarmente felice.

    PIER ALBERTO VALLI

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