Radio Cora - Se il crepuscolo ci affonda

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  • Se il crepuscolo ci affonda

    La libertà è essenziale? Il lavoro è essenziale? L’arte è essenziale? Sono queste, a mio avviso, le domande del presente. Si fa leva sul nostro senso di responsabilità, si invoca razionalità, ma quali sono esattamente i risultati di questo coprifuoco? Qualcuno li ha misurati? Qualcuno saprebbe dire, numeri alla mano, quale sia l’entità delle vite che abbiamo salvato e quale il numero delle perdite? La razionalità del nuovo tempo nasconde un’irrazionalità abbagliante. Questa scienza esatta che tutto spiega si rivela non-scientifica nella propria incapacità empirica di dare dati, prove; in altre parole di essere oggettiva.

    Le neolingua del nostro tempo non può fare a meno di evocare antiche simbologie (come potrebbe?). Ci riflettevo proprio oggi, ritrovando in Lorca un elemento cruciale del presente: il fuoco.

    Il termine coprifuoco, ad esempio, deriva dall’usanza medievale di soffocare le fiamme dei focolari domestici sotto alla cenere per evitare gli incendi che spesso divampavano tra le case in legno. Il rintocco di una campana, un’abitudine che si è conservata nei secoli, segnalava il momento in cui i fuochi andavano coperti e la vita ritirata dalle vie della città. Successivamente Guglielmo il Conquistatore impose la stessa misura per reprimere il malcontento degli Angli dopo l’occupazione che seguì alla battaglia di Hastings e nel Novecento, il secolo buio, Badoglio la proclamò dopo la caduta del governo fascista.

    Si tratta comunque di un provvedimento che ha il fine di evitare che il fuoco, o i focolai appunto, possano diffondersi tra le case, tra le piazze, tra le anime dei viventi. Ma quanto può durare un coprifuoco? Questo elemento sembra essere scomparso dal dibattito pubblico odierno. Si discute dei colori delle regioni, di vaccini, di mascherine, ma quasi nessuno si chiede fino a quando la notte resterà chiusa al nostro sguardo. Già ho chiuso nella scansia la notte della mia storia, scriveva Lorca, e mi sembra un’immagine estremamente attuale. Di giorno in giorno, di normalità in normalità, stiamo dimenticando antiche abitudini. Le strade di seta che i ragni distendono nell’oscurità di un sogno sono disabitate (di umani, di suoni, di odori). La domanda che mi rivolgo più spesso è: stiamo ancora aspettando di uscire? Stiamo aspettando un segnale? Stiamo aspettando che il fumo che si alza quando un fuoco si spegne finisca la propria danza ascensionale e scompaia del tutto?

    La motivazione che viene normalmente addotta è che questa disposizione sia volta a impedire gli assembramenti serali (i famosi aperitivi). Se così fosse, mi chiedo, non basterebbe chiudere i locali a una certa ora, lasciando libere le porte della notte? Credo anche che i locali stessi (ristoranti, pub, club, ecc.) sarebbero ben felici di assumere del personale che si occupi di controllare meticolosamente il rispetto delle norme (una sorta di servizio di sicurezza). Il danno economico (per i gestori e per le casse dello Stato) sarebbe di certo minore di una chiusura totale, così come le ripercussioni sociali e psicologiche.

    La risposta, dunque, va forse cercata più in profondità, al di sotto della cenere dei nostri camini. Ciò di cui stiamo parlando è di una concezione dell’uomo, e quindi della società, di cui queste misure rappresentano uno specchio, un punto di osservazione. Ogni mattina, al sorgere del sole, gli umani escono dalle proprie tane su mezzi di trasporto spesso affollati diretti verso luoghi di lavoro altrettanto affollati, ma quando tutto questo finisce, al crepuscolo della giornata, a loro viene richiesto l’atto patriottico del mollusco che si rinchiude dentro alla conchiglia che lo contiene. L’uomo-macchina, dopo aver svolto ciò che è chiamato a fare in quanto forza lavoro, posiziona il tasto della vita su off e resta in stand-by fino a nuovo ordine. È per il bene della patria, si sarebbe detto in altri tempi; occorre salvare l’essenziale, diciamo noi moderni.

    La libertà è essenziale? Il lavoro è essenziale? L’arte è essenziale? Sono queste, a mio avviso, le domande del presente. Si fa leva sul nostro senso di responsabilità, si invoca razionalità, ma quali sono esattamente i risultati di questo coprifuoco? Qualcuno li ha misurati? Qualcuno saprebbe dire, numeri alla mano, quale sia l’entità delle vite che abbiamo salvato e quale il numero delle perdite? La razionalità del nuovo tempo nasconde un’irrazionalità abbagliante. Questa scienza esatta che tutto spiega si rivela non-scientifica nella propria incapacità empirica di dare dati, prove; in altre parole di essere oggettiva. Ma seguendo la simbologia del fuoco e tornando all’epoca medievale delle case richiuse, alle tradizioni che nell’oscurità vedevano l’approssimarsi di Draghi sputafuoco in volo, ricavo la stessa impressione irrazionale, mistica se vogliamo, di questo presente scientista che, in preda a un panico che esso stesso alimenta quotidianamente, rimanda di giorno in giorno la data della nostra liberazione. Torniamo alla libertà, dunque, e al suo significato. Se, come sosteneva Marcuse, ogni liberazione dipende dalla coscienza della propria schiavitù, le porte serrate della notte non sono che un simbolo della nostra incapacità di tornare a essere fuoco.

     

    Cosa sosterrà la nostra vita

    se il crepuscolo ci affonda

    nella vera scienza

    del Bene che chi sa se esiste

    e del Male che incombe alle spalle?

     

    Se muore la speranza

    e risorge la Babele,

    quale torcia farà luce

    sulle strade in Terra?

     

    (Lorca, Canzone d’autunno)

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