Radio Cora - PER AMORE DEL SUPERFLUO

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  • PER AMORE DEL SUPERFLUO

    La negazione dell’arte oggi è anche, a mio avviso, un modo per negare l’essenza stessa della società e dello spirito umano. Lo sguardo a cui viene oscurato l’orizzonte per proiettarsi verso l’alto (e dunque verso l’altro) dimostra la negazione del fondamento storico della civiltà. È un atto anti-storico, anti-sociale, anti-vitale.

    L’uomo preistorico che dipingeva bisonti all’interno della propria caverna non stava svolgendo qualcosa di essenziale se utilizziamo un metro di misura materialistico. Eppure anche per quell’uomo così diverso da noi qualcosa brillava altrove: c’era una tensione verticale che, anche dal chiuso della roccia, gli faceva volgere il naso all’insù nella ricerca di un rapporto insondabile con le stelle e con le misteriose presenze che le governano.

    Il termine “essenziale” (da essentia in latino) intende indicare “l’essere di una cosa, ciò che costituisce la sua sostanza”. Il nostro mondo bipolare, nella neolingua del politicamente corretto, preferisce definire le alterità anteponendo un “non”: vedenti e non vedenti, udenti e non udenti, essenziale e non essenziale. Eppure esiste un termine preciso per ogni cosa: ciò che non è essenziale, infatti, si definisce superfluo. A sua volta “superfluo” conserva dentro al proprio scheletro un’immagine estremamente potente: superfluo è ciò che scorre sopra, ciò che trabocca.

    Quando pensiamo a una civiltà del passato, alla sostanza di cui ha impregnato il legno dei secoli, ci affidiamo alle testimonianze artistiche rimaste sulla terra come tronchi di alberi mozzati. Tuttavia, se scendiamo ancora più in profondità, al di sotto del visibile, possiamo ritrovare tracce incastonate tra le radici del linguaggio, sulla corteccia del pensiero, nel terriccio della cultura. C’è una vita intera che scorre al di sotto del visibile.

    Secondo Celaya l’arte è un’arma carica di futuro, una pallottola lanciata verso il domani dalla mano di chi abita il presente e non se ne accontenta. Quello sguardo, quella proiezione temporale, rappresenta da secoli un istintivo bisogno umano, religioso potremmo dire, nel senso più ampio possibile. E forse, seguendo l’ipotesi di Celaya, l’implosione che l’arte sperimenta da un anno a questa parte non è che il frutto di uno schiacciamento del presente operato da un cielo che una mano invisibile ha avvicinato ai nostri occhi, restringendone la vastità della visuale.

    Le nostre grotte hi-tech del XXI secolo, fatte di mattoni e ferro, restano comunque nascondigli che abbiamo costruito per poterci sentire al sicuro; la necessità cosmica che invadeva l’essenza dell’uomo primitivo e lo costringeva a guardare in alto (e quindi dentro a se stesso) è la stessa che scorre lungo le nostre vene post-moderne. L’arte, in ogni sua forma, rappresenta in questo senso il tentativo più istintivamente umano di collegare l’orizzontale con il verticale; è un ‘antenna piantata tra i nostri piedi affinché il battito del nostro cuore possa risuonare oltre i cieli che ci sovrastano.

    Ci sarebbero tante cose da dire sul fatto che quel non essenziale rappresenti per migliaia di persone l’unica forma di sostentamento. Riguardo a questo rimando a una serie di articoli molto precisi ricchi di cifre e dettagli che definiscono il grado di povertà in cui versano migliaia di lavoratori del mondo dello spettacolo. Ciò che mi preme ora è restare su un piano storico e simbolico; liturgico, oserei dire. La negazione dell’arte oggi è anche, a mio avviso, un modo per negare l’essenza stessa della società e dello spirito umano. Lo sguardo a cui viene oscurato l’orizzonte per proiettarsi verso l’alto (e dunque verso l’altro) dimostra la negazione del fondamento storico della civiltà. È un atto anti-storico, anti-sociale, anti-vitale.

    Darwin diceva che il nostro primato di umani deriva dalla nostra spiccata capacità di adattamento, ma di certo non siamo stati i soli ad averla sviluppata. Nel ricercare altri esempi in natura mi sono imbattuto nei troglobi; si tratta di animali che, trovatisi ad abitare l’oscurità delle grotte, sono stati costretti ad adeguarsi alle nuove circostanze eliminando ciò che al buio risultava inutile: gli occhi (notevolmente ridotti o assenti) e la pigmentazione (priva di colorazione). I troglobi sono spesso ciechi e privi di pigmento ma, adattandosi, hanno vinto la propria battaglia con la vita. Tuttavia, se per qualche motivo venissero esposti alla luce di un sole che hanno ormai dimenticato, non avrebbero alcuna possibilità di sopravvivere. Troppo tempo è passato da quando, rivolgendo gli occhi verso l’alto, intravvedevano nell’azzurro un ricordo di Dio. Le grotte che abitano non sono più adorne dei bisonti che l’uomo primitivo dipingeva per cercare una collocazione nell’universo; il loro pigmento ha perso ogni tonalità necessaria a rappresentare le sfumature della vita. La loro esistenza scorre nell’oscurità e in quell’oscurità, come in quella di un teatro dimenticato, non servono né occhi né colori.

    PIER  ALBERTO VALLI

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