Radio Cora - Universo (20)25

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    Centro Inmologia Molecular,laboratorio

    Arriverà un giorno, temo, in cui dovremo fare i conti anche con un altro conteggio, oltre a quello che misura quotidianamente la portata delle ondate che si abbattono sulle nostre spiagge d’ospedale. Gli specialisti dei reparti psichiatrici con cui ho contatti lavorativi mi raccontano di tassi di ricoveri mai visti prima, soprattutto tra i giovani e gli adolescenti. Quando arriverà quel giorno, se arriverà ovviamente, con ogni probabilità i virologi saranno già scomparsi dai salotti della televisione, così come i titoli a caratteri cubitali sulle prime pagine della Pravda nazionale.

    Sin dall’anno zero di questo nuovo tempo ci siamo abituati alla conta quotidiana dei telegiornali nazionali. Ogni giorno i megafoni urlano numeri spesso ambivalenti per darci il polso della situazione dalle strade del mondo abitato che abbiamo smesso di calpestare. Ciò che più mi ha colpito della narrazione di questa nuova epoca, tuttavia, è la totale mancanza di considerazione per le conseguenze psicologiche e sociali che le misure adottate avrebbero avuto su gran parte della popolazione (i giovani, in primis, ma non solo).

    Recentemente mi sono imbattuto in un esperimento realizzato negli anni Sessanta da un etologo americano, J. B. Calhoun. Si chiamava Universo 25 e  prevedeva la creazione di una colonia di ratti che fosse provvista di risorse alimentari illimitate, assenza di predatori, temperatura invariata, habitat costantemente pulito, ecc. In altre parole una sorta di paradiso, un’utopia in cui le interferenze esterne fossero azzerate e niente, a parte il comportamento degli individui, potesse influenzare la vita di un microcosmo nato per permettere la sopravvivenza di quasi 4.000 esemplari.

    Le prime coppie vennero quindi introdotte nell’habitat e iniziarono a riprodursi, ma nell’arco di un anno il tasso di crescita rallentò drasticamente. Nonostante ci fosse spazio e cibo per tutti, i ratti cominciarono a mostrare alcune anomalie comportamentali: i maschi divennero estremamente aggressivi, altri divennero pansessuali; le femmine, a loro volta, si rifugiarono nella parte più alta dell’habitat, radunandosi in gruppi privi di maschi e abbandonando la propria prole; la mortalità infantile superò il 90% e vi furono casi di cannibalismo nonostante, come detto, il cibo fosse disponibile per tutti.

    Alla fine del secondo anno la popolazione era di circa 2.000 individui (contro i 3.500 previsti) e in breve la crescita demografica si arrestò completamente. Nessun piccolo sopravvisse allo svezzamento delle gravidanze sempre meno numerose. La società dei ratti collassò fino all’estinzione.

    Secondo Calhoun lo stress dovuto all’assenza di ruoli sociali fece emergere comportamenti distruttivi e antisociali in tutta la colonia; mano a mano che si sfaldavano le consuete relazioni comunitarie, i ratti perdevano la capacità di stabilire legami diventando estremamente aggressivi e disinteressandosi alla prosecuzione della specie. L’etologo definì questo atteggiamento una prima morte, la morte sociale che precede la seconda, quella fisica. I ratti si erano talmente distaccati dalla realtà da essere incapaci persino di alienarsene.

    Arriverà un giorno, temo, in cui dovremo fare i conti anche con un altro conteggio, oltre a quello che misura quotidianamente la portata delle ondate che si abbattono sulle nostre spiagge d’ospedale. Gli specialisti dei reparti psichiatrici con cui ho contatti lavorativi mi raccontano di tassi di ricoveri mai visti prima, soprattutto tra i giovani e gli adolescenti. Quando arriverà quel giorno, se arriverà ovviamente, con ogni probabilità i virologi saranno già scomparsi dai salotti della televisione, così come i titoli a caratteri cubitali sulle prime pagine della Pravda nazionale. Tuttavia, visto che amiamo tanto il linguaggio del mare fatto di prime e seconde ondate, ci sarà un naufragio collettivo che chiederà di essere ascoltato, prima ancora che portato in salvo; un fuoco acceso in mare che implorerà il nostro sguardo nella lunga notte della storia.

    PIER ALBERTO VALLI

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