Radio Cora - La pandemia e il rischio di una nuova schiavitù

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  • La pandemia e il rischio di una nuova schiavitù

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    La ricerca di libertà poteva essere curata. Finalmente liberi di non esserlo, sottomessi con la giusta dose di cortesia, come scrive Cartwright, soddisfatti nei bisogni fisici e protetti dagli abusi, gli schiavi sarebbero rimasti ammaliati e non avrebbero più desiderato scappare. Sarebbero rimasti volontariamente dentro ai confini del lecito, dentro al perimetro di ciò che l’autorità aveva stabilito per loro. Andavano solamente indirizzati, educati, curati.

    Ne La trilogia di Valis Philip K. Dick descrive la condizione di alcuni ricoverati in un istituto per malattie mentali: gli internati si muovono sempre a una sola velocità – dice – conversano per ore del più e del meno, lasciando cadere frasi a metà, ma non per questo devono essere considerati stupidi; sono semplicemente in attesa. Aspettano di uscire.

    Mentre ci apprestiamo a celebrare l’anniversario di questo nuovo tempo sospeso abbiamo forse perso la loro stessa speranza messianica: stiamo ancora aspettando che qualcuno ci venga ad aprire il portone e ci mostri la via verso una vita dimenticata o abbiamo smesso di inseguire dalle finestre i riflessi di una normalità sepolta?

    La ricerca della libertà può essere la malattia che ci trattiene tra le mura allo stesso modo degli internati descritti da Philip K. Dick?

    Proprio qualche giorno fa mi sono imbattuto in una figura emblematica del passato, una di quelle che la storia rifiuta di ricordare e dimentica tra le pagine richiuse di un libro. Era il 1851 e sul New Orleans Medical and Surgical Journal compariva un articolo in cui si descriveva una malattia appena scoperta: la drapetomania. L’autore, Samuel Cartwright, era un medico americano le cui convinzioni erano figlie dell’epoca schiavista in cui era immerso come in un letargo ovattato, melmoso; una sorta di incubo. Il neologismo che aveva coniato, drapetomania, intendeva indicare la predisposizione genetica degli schiavi neri alla fuga e nella sua dissertazione ne descriveva le cause, i sintomi e le cure più efficaci.

    Nei casi più gravi si andava dalle frustate alla rimozione degli alluci per impedire la corsa, ma molto più spesso, secondo lui, era sufficiente creare le condizioni che prevenissero l’insorgere dell’infermità: “Se sono trattati con affetto, nutriti e vestiti adeguatamente, forniti di quanto basta per accendere un po’ di fuoco la notte, suddivisi in famiglie, ogni famiglia a casa sua, senza permettere loro di uscire la notte, di visitare i vicini, di ricevere visite […] si lasciano governare molto facilmente”. In altre parole “è sufficiente tenerli in questo stato e trattarli come bambini, con cura, affetto, attenzione e umanità, per prevenire e guarirli da ogni tentativo di fuga.”

    La ricerca di libertà poteva essere curata. Finalmente liberi di non esserlo, sottomessi con la giusta dose di cortesia, come scrive Cartwright, soddisfatti nei bisogni fisici e protetti dagli abusi, gli schiavi sarebbero rimasti ammaliati e non avrebbero più desiderato scappare. Sarebbero rimasti volontariamente dentro ai confini del lecito, dentro al perimetro di ciò che l’autorità aveva stabilito per loro. Andavano solamente indirizzati, educati, curati.

    L’orrore che ci assale, un orrore simile a quello che ci colpisce quando pensiamo alle leggi razziali del ventennio, è figlio di un punto di vista. La normalità del presente è il filtro attraverso cui osserviamo un’altra normalità, quella del passato. Le generazioni future, dalle alture della loro visuale, osserveranno il passato del loro presente, osserveranno noi, qui e ora. E onestamente, con un brivido lungo la schiena, non so dire come ci giudicheranno.

    PIERALBERTO VALLI

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