Radio Cora - L’impossibile giustizia:  I processi per crimini di guerra in Italia

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  • L’impossibile giustizia:  I processi per crimini di guerra in Italia

    In questo contesto di forzato isolamento, quando la cultura piange, oltre alla DDI, la chiusura di cinema, teatri e mostre e in cui sono sospesi tutti i convegni, ben vengano i web seminar. Di grande interesse è stato quello internazionale tenutosi in 4 incontri a dicembre dal titolo Giustizia straordinaria e militare organizzato dall’Istituto Storico della Resistenza di Torino con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e l’adesione di: Istituto storico italo-germanico, Associazione Nazionale Ex Deportati, Université Paris-1 Panthéon Sorbonne, Université de Caen-Normandie.

    Come si sa, dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia fu rapidamente occupata, per oltre metà del suo territorio, dall’esercito tedesco. Fra le altre conseguenze dell’occupazione, circa 18.000 civili e 7.000 partigiani catturati furono uccisi; nello stesso periodo 6806 ebrei furono arrestati e deportati: 5969 morirono in campo di concentramento. A guerra finita, pochi processi furono celebrati contro i responsabili delle stragi di civili, nessuno basato esclusivamente sull’accusa di avere partecipato allo sterminio degli ebrei nella penisola italiana.

    La questione della punizione dei crimini commessi in Italia è ovviamente intrecciata a quella più generale delle politiche penali elaborate dagli Alleati nei confronti della Germania nazista. Ma l’Italia si trova in una situazione particolare: da un lato colpevole di crimini, dall’altro dopo l’8 settembre 1943, vittima di crimini.

    Gli inglesi, che più degli statunitensi si erano impegnati ad investigare su episodi di stragi di civili, avevano concluso le loro indagini con un‘Report on German Reprisals for Partisan Activity in Italy’ che, già nel titolo stesso, metteva in relazione le rappresaglie all’attività partigiana, della quale sottolineava l’importanza e l’estensione. L’orientamento dei britannici era quindi di preparare in Italia un imponente processo ai generali tedeschi ritenuti corresponsabili, insieme a Kesselring, del sistema degli ordini che aveva consentito uccisioni indiscriminate di civili nel corso della lotta alle bande. Tuttavia nel corso del 1946 tale progetto fu abbandonato  e furono celebrati solo alcuni processi a singoli generali come quello a Kesselring, a Venezia, per le Fosse Ardeatine e per gli ordini che aveva emanato in merito alla lotta alle bande, concluso il 6 maggio 1947 con la condanna a morte, e quello a Padova a Simon, comandante della 16^ divisione SS corazzata granatieri, il 26 giugno 1947 condannato a morte, per una serie  di stragi compiute dai suoi uomini nell’estate 1944 fra Toscana ed Emilia.

    Se quando si trattava di punire crimini commessi contro i propri soldati, gli alleati si mostravano rapidi e severi, non altrettanto si può dire per i procedimenti contro i generali tedeschi accusati di crimini contro la popolazione civile. È chiaro che nel nuovo contesto internazionale la Germania occupata dagli alleati occidentali diventava un tassello importante di uno schieramento che si contrapponeva decisamente ad un altro, e non conveniva perciò insistere sul tema dei crimini di guerra tedeschi. Così nel 1947 il generale Harding commutò la sentenza di morte per tre generali tedeschi (fra i quali Kesselring) in ergastolo ed il difetto di elaborazione giuridica e le ragioni di Stato portarono ben presto ad un arresto delle politiche della punizione. Nei primi anni Cinquanta gli unici due ufficiali tedeschi rinchiusi nelle carceri militari italiane erano Kappler e Reder: il primo evaderà rocambolescamente nel 1977, il secondo sarà graziato da Craxi nel 1985. Infine nel 1960 il procuratore militare generale Santacroce provvide ad un’illegittima archiviazione per tutti i numerosi procedimenti raccolti presso la Procura e tutti i materiali furono conservati in un archivio nella sede della procura (il famoso “armadio della vergogna”) e non più utilizzati per oltre trenta anni. Perché? Perché il governo italiano nel dopoguerra si era mostrato più interessato a proteggere i connazionali accusati di crimini di guerra e richiesti da vari paesi (Yugoslavia, Grecia, Etiopia e Francia): essendosi opposto sistematicamente a tutte le richieste di estradizione, le stesse autorità non potevano ragionevolmente insistere  a processare in Italia militari tedeschi per crimini connessi sul suolo nazionale.

    Anche in Germania i processi celebrati per fatti criminosi accaduti in Italia sono stati pochi, e per lo più si sono conclusi favorevolmente agli imputati. A settantacinque anni da quegli avvenimenti, è evidente ormai l’incapacità e/o l’impossibilità della giustizia penale di rendere giustizia rispetto all’enorme carico di crimini che  l’ultimo conflitto mondiale ha prodotto, e indirizzarsi lungo altre strade, con la promozione di politiche critiche della memoria, consapevoli del passato storico.

    CHIARA NENCIONI

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