Radio Cora - Non solo Dad ma anche l’obbligo di ‘farla a casa’: quando il diritto all’istruzione diventa come un medicinale

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  • Non solo Dad ma anche l’obbligo di ‘farla a casa’: quando il diritto all’istruzione diventa come un medicinale

    “Non è consentito il collegamento da luoghi diversi dalla propria abitazione, quali possono essere parchi, vie cittadine, bar o ambienti di ritrovo, per ragioni di sicurezza e responsabilità. Dal momento che luoghi di questo tipo non favoriscono le condizioni necessarie per la concentrazione e l’attenzione richiesta durante le lezioni”.

    Sembra il bugiardino di un medicinale e invece è il contenuto della circolare con cui la dirigente scolastica del liceo Gioberti di Torino vieta di fatto la protesta contro la didattica a distanza dei suoi allievi, che da alcuni giorni stanno seguendo le lezioni online seduti fuori dall’Istituto. Non solo 4 milioni di giovani sono in didattica a distanza ma scelte del genere imporrebbero anche di determinarne il contesto. Un’ingerenza che va oltre le competenze scolastiche, scavalcando la responsabilità genitoriale e trasformando l’istruzione in una somministrazione con modalità di assunzione del tutto simili ad un medicinale in nome manco a dirlo, dalla sicurezza e responsabilità.

    Li stiamo svuotando da dentro riempiendoli di paure e senso del dovere. Come li ritroveremo? E’ una delle domande più difficili che questa gestione dell’emergenza sanitaria e sociale ci impone.

    Non ci sono. Non ci sono per strada, non ci sono fra le priorità. Milioni di ragazzi e ragazze, di adolescenti che hanno fatto a tempo a mettere piede in classe e si sono ritrovati di nuovo in camera, stanno chiusi a studiare e seguire le video lezioni. Oppure ore ai videogiochi o in videochiamate tra loro, o in videoallenamento con la squadra. Ma sempre chiusi sono. Mentre decine di categorie di attività commerciali sono ancora aperte con criteri incomprensibili di selezione, il campionato di calcio sembra viva di vita propria, gli anziani animano i negozi di vicinato, le piazze e i mezzi pena altrimenti l’accusa di ‘discriminazione generazionale’.

    E il giovane, con i suoi ambienti, i suoi spazi, le sue esigenze fisiche, intellettive ed emotive sembra essere tornato l’ago della bilancia della curva pandemica. “Un peso troppo pesante per loro” (affermazione di una docente che ieri a Faenza ha tenuto Dad davanti alla scuola), i quali  potevano vivere in sicurezza la loro realtà scolastica ed invece sono stati fra i primi ad essere oggetto di provvedimenti di lockdown autunnale selettivo.

    Quanta cattiveria ed egoismo vedo in queste miopi scelte politiche avvallate dal consenso comune. C’è chi dice “C’è ancora troppa gente in giro!”, senza considerare che sono solo gli adulti a potere circolare. C’è chi scrive “Data la mia età, il mio tempo  è più prezioso rispetto a quello di un giovane che potrà rifarsi in futuro” senza pensare che per crescere (come ogni organismo vivente) ha bisogno di un terreno concimato di stimoli, ossigeno, spazio, altrimenti il futuro non riusciranno a costruirselo.

    Ne ho sentite tante in questi mesi, recrudescenza di egoismi manifestati a marzo, mal celati durante l’estate e la movida, e rigurgitati tutti adesso nei confronti di chi ‘non ha rispettato le regole e adesso ci ritroviamo così’. Ma tra punire comportamenti irresponsabili individuali e chiudere le case dell’istruzione per trasferirle nel contesto domestico ce ne passa. Soprattutto se la distanza tra i due contesti è fatta di autobus colmi, di impegni del governo e delle regioni non rispettati sul fronte ospedaliero e dei servizi e di giovani mandati al macello su mezzi che non tutelavano la loro sicurezza sanitaria. Altro che le scuole.

    “L’unico modo che abbiamo per superare questa crisi è  il rispetto delle regole. Voi con il vostro gesto di fatto violate una disposizione di Legge anteponendo pericolosamente i vostri diritti a quelli di tanti altri che come voi, come tutti noi, in questo momento difficile stanno combattendo lontano dai riflettori ed in silenzio, accettando ciò che lo Stato e le sue leggi, garanzia della democrazia, ci impongono” questo è scritto nella  lettera che alcuni docenti dell’Istituto comprensivo Niccolò Tommaseo  hanno scritto ad Anita e Lisa e agli studenti che ha Torino stanno portando avanti la protesta facendo Dad davanti alla scuola con banco e Wifi.

    E così la prossima volta, si chiederà a questi ragazzi di stare non solo a casa a fare lezione, ma magari solo ed esclusivamente chiusi in camera (per il loro bene), ed uscire solo in determinate fasce orarie e per andare al bagno, ma quando non è presente nessun altro in casa.

    Insomma stiamo facendo vivere loro una quarantena di fatto, ma cautelativa per  chi?

    Chiara Brilli

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