Radio Cora - Quelle scarpe di bambini nel Mediterraneo

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    Due foto quasi identiche: abiti, coperte, scarpe di bambini.

    Gli oggetti della prima foto erano nel blocco 6 della mostra del Museo statale di Auschwitz. La seconda immagine è stata postata oggi da Cecilia Sarti Strada, a ricordarci quei naufragi avvenuti in questi due ultimi giorni di fronte alle nostre coste, tra Libia ed Italia. Rammentano la morte di Josef, di appena sei mesi. Il suo nome si aggiunge a quello di Aylan e di tanti altri bambini, donne e uomini. In media sono due i bambini che ogni giorno annegano nel Mediterraneo.Sono più di 15mila gli annegati nelle traversate dal 2014 al 2019, circa mille ogni anno. Sono stati modificati i decreti sicurezza, ma restano gli accordi con la Libia e una politica comunque rivolta più alla difesa delle coste nazionali che al salvataggio di vite.

    Auschwitz e Lampedusa simbolicamente messi a fianco, con tutto lo stridore e l’inappropriatezza del confronto.

    Le equiparazioni sono in gran parte inutili e spesso errate: una vicenda non cambia solo perché la avvicino o la tengo distante da Auschwitz. Credo che ci sia una grande necessità di parlare soprattutto di consapevolezza: su Auschwitz è importante conoscere e capire, ma resta un passato che purtroppo non possiamo più cambiare e le cui colpe, se vogliamo, possiamo pure addebitare ad una generazione ormai quasi totalmente scomparsa. Queste morti di bambini, donne e uomini sono il nostro presente, sono il segno dell’indifferenza dei nostri giorni. In un momento storico in cui si continua a ripetere come un mantra che  “prima di tutto viene la vita umana”, il naufragio di ieri ci ricorda che c’è un profondo senso d’ipocrisia nelle nostre parole, perché non è sempre così, non per tutti.

    Le morti nel Mediterraneo non sono Auschwitz, ho ben presente l’indignazione di tante discussioni fatte tra esperti quando qualcuno azzarda qualche equiparazione, ma quelle morti in mare, pur non essendo Auschwitz, sono il nostro presente e credo sia più importante ricordare anche che noi non siamo in una dittatura, che possiamo esporci, ma che il silenzio su questa vicenda è stato comunque assordante. Non basta infine parlarne: mi ricordo bene il clamore mediatico per la morte di Aylan Kurdi, una foto notizia che ha fatto il giro del mondo, senza produrre alcun impegno istituzionale concreto. Cecilia Sarti Strada oggi la mette sul pratico, mi limito a riportare:

    “La lista delle cose da fare perché il Mediterraneo non sia più un cimitero è lunga – canali di accesso sicuri e legali, corridoi umanitari, fermare i trafficanti, ripristinare la capacità di salvataggio degli Stati, smettere di ostacolare le navi di soccorso, liberare quelle che sono bloccate a terra, metterne in mare di nuove, allargare la flotta civile”.

    Fino a che questo non avverrà le scarpine nelle teche del museo polacco resteranno assai simili a quelle raccolte nel nostro Mediterraneo, Auschwitz resterà differente da Lampedusa, ma quelle morti ci riguarderanno più da vicino.

    Luca Bravi

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