Radio Cora - A Ventotene a scuola di confino

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  • A Ventotene a scuola di confino

    Dal 9 all’11 settembre si è tenuto a Ventotene il corso di formazione Le colonie di confino politico del fascismo: luoghi, organizzazione memorie, promosso dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri -rete degli istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea- in collaborazione con Archivio Storico -centro di ricerca e documentazione sul confino politico e la detenzione nelle isole di Ventotene e Santo Stefano-.

    Scopo del corso è stato far conoscere la storia del confino e i principali luoghi utilizzati dal regime fascista per relegare gli oppositori politici. Partendo dall’analisi dell’ apparato legislativo utilizzato per limitare la libertà e isolare gli antifascisti (regio decreto n. 2008 del 26 novembre 1927), sono stati approfonditi i temi legati a come fu prodotto e organizzato il confino. L’ideatore del corso, Costantino Di Sante, membro del comitato scientifico  dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, ha trattato dell’apparato repressivo del fascismo e del confino di polizia, con un particolare focus sulla detenzione nelle isole, cioè nelle cosiddette “colonie”: Lampedusa e  Pantelleria (entrambe presto dismesse perché troppo vicine alla coste africane), Favignana, Lipari (da cui nel 1929 riuscirono a fuggire Rosselli, Nitti e Lussu), Ustica, le Tremiti, Ponza (chiusa nel 1939 a seguito dei numerosi atti di violenza da parte della Milizia Volontaria per la Difesa nazionale perpetrati anche a danno della popolazione civile) e Ventotene. Aperta come luogo di “domicilio coatto” -per usare il nome di un istituto amministrativo creato nel 1871-  nel 1930, diviene l’isola del confino per antonomasia con la costruzione nel 1940 della “Cittadella del confinato”, 13 baracconi in muratura che hanno visto fra le loro pareti antifascisti del calibro di Pertini, Rossi, Spinelli, Colorni, Maovaz.

    È stato poi tracciato un confronto fra il confino (sulle isole, con unica eccezione di Pisticci, campo “di terra” vicino Matera) e internamento. Ma non si può trattare della repressione del dissenso se non nella cornice della violenza fascista, sfatando il mito del “bravo italiano”, argomento di cui si è occupato Filippo Focardi, ordinario di Storia contemporanea dell’Università di Padova e Presidente del comitato scientifico del Parri. Ulteriore riflessione sulla politica repressiva fascista, sia sul territorio nazionale che su quello coloniale e occupato, è stata data dal confronto con le misure restrittive naziste. Tale comparazione è stata spesso usata strumentalmente per fare apparire gli Italiani “buoni, passivi è sostanzialmente antifascisti” come osservò Emilio Gentile, in un contesto di “defascistizzazione retroattiva” .

    Dire Ventotene è però dire anche Europa: il Manifesto, redatto sull’isola da Rossi e Spinelli nel maggio del ’41 e reso noto clandestinamente nell’agosto -documento più citato che letto dai politici-, è infatti considerato l’atto fondativo dell’Unione Europea, con l’idea che sia finito il tempo degli “stati militari sovrani” che avevano portato ai totalitarismi e che fosse necessaria una forza federale in un programma di riforma della società. Pietro Graglia, docente di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università statale di Milano e biografo di Spinelli, ha trattato della accoglienza -spesso diffidente se non apertamente ostile- del Manifesto di Ventotene nell’ambiente del confino politico, dovuta anche alla calunniosa accusa di essere una spia mossa da parte del PCI, allora in clandestinità, nei confronti di Spinelli per giustificare l’espulsione dal partito nel ’37.

    Poiché anche i luoghi trasmettono conoscenza e affinché di renda tangibile come si viveva in una isola di confino è stata svolta una visita di luoghi della memoria di Ventotene, riflettendo anche su cosa oggi rimane di questi siti. Sì, perché della cittadella carceraria non è rimasto che un brandello di muro. Il resto è stato distrutto e il materiale di risulta buttato a mare nel 1980, ironia della sorte, proprio sotto la presidenza di Sandro Pertini che fra quelle mura (fra carcere e confino) aveva vissuto 16 anni. Ripercorrendo a piedi la cosiddetta “passeggiata del confinato” si possono però vedere le targhe (non sempre nella giusta collocazione) dalla mensa socialista, di quella comunista e di Giustizia e Libertà, la biblioteca, alcune botteghe (come quella di riparazione di orologi di Spinelli), il luogo dove si trovava il pollaio e che ora ospita la scuola elementare. Doverosa la visita alla tomba dove riposano le ceneri di Spinelli che nell’isola del suo confino -in quella “breve sponda” da cui è nata la grande Unione Europea che ora conta 27 stati- ha voluto essere sepolto.

    Si spera che nell’ambito del progetto di ristrutturazione del carcere borbonico dell’Isola di Santo Stefano, di fronte a Ventotene, luogo carcerario anche durante il fascismo, che ha avuto un finanziamento statale di 70 milioni di euro, sia  valorizzato anche il patrimonio storico dell’ “Isola di confino”.

    Sarebbe utile anche per rispondere alla domanda che si è posto Filippi nel recente saggio dal titolo Ma perché siamo ancora fascisti? “perché in questi anni, nel tentativo di mantenere pulita la memoria del paese, non si conoscono i delitti del fascismo e sembra quasi che il fascismo quei delitti non li abbia mai commessi”.

     

    Chiara Nencioni

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