Radio Cora - Proclamato il vincitore del premio Friuli Storia. Vince “il collaborazionismo” in Europa

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  • Proclamato il vincitore del premio Friuli Storia. Vince “il collaborazionismo” in Europa

    Come ogni inizio autunno è stato proclamato il vincitore del premio nazionale di Storia contemporanea Friuli Storia -giunto alla sua settima edizione- che è assegnato annualmente al volume che sappia meglio coniugare originalità, rigore scientifico e potenzialità di diffusione oltre la cerchia degli addetti ai lavori.

    Possono concorrere al Premio le opere pubblicate nell’anno precedente, fino allo scorso anno solo di autori italiani e da quest’anno anche stranieri, che abbiano come oggetto la storia del XIX e XX secolo. ​

    L’opera vincitrice è selezionata da una duplice giuria: una giuria scientifica,  presieduta da Tommaso Piffero, che segnala una terzina di finalisti, e una giuria di 300 lettori non appartenenti al contesto scientifico accademico. Con ll 43% dei voti vince István Deák  con il suo Europa a processo (il Mulino), seguito,  con il 34,7% dei voti, da Le ceneri di Babij Jar (il Mulino) di Antonella Salomoni sulla strage di ebrei compiuta dai nazisti presso Kiev e il successivo appuntamento di essa compiuto dall’ Unione sovietica, a sua volta seguito con il 22,3% da La guerra per il Mezzogiorno (Laterza) di Carmine Pinto sul brigantaggio postunitario, interessantissimo per la Public History dato il dilagare del neoborbonismo.

    L’ultraottuagenario vincitore del Premio Friuli, nato in Ungheria da una famiglia ebraica convertitasi al cristianesimo, trasferitosi in America dove ha insegnato Storia per alla Columbia University di New York, della quale oggi è professore emerito, nel suo saggio prende in considerazione il periodo della seconda guerra mondiale in un territorio vastissimo, di fatto l’intera Europa, tornando le un interessante punto di vista “altro”, extraeuropeo. Il libro fornisce un ampio quadro generale scendendo più nello specifico per la situazione della Polonia e di altri stati spesso trascurati dalla storiografia ufficiale in circolazione in Italia come Slovenia, Slovacchia, alcuni paesi balcanici e dell’est Europa, ad esempio la Transilvania. Scorrevolissimo, riporta anche curiosità, come la pacifica convivenza fra Inglesi e Tedeschi sulle isole del canale, vicende del controspionaggio SOE e  il drammatico essere indesiderati e apolidi dei figli nati da donne norvegesi e padre tedesco. Il focus centrale è sempre sul collaborazionismo: “la mia tesi è che lungi dall’essere stati dei fantocci della Germania hitleriana, come la maggior parte degli articoli giornalistici e qualche saggio storico sostengono, Italia, Finlandia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Croazia, e Bulgaria furono in larga misura padrone del loro destino (…) Oltre a come e quando affrontare la questione ebraica seguendo  l’insistenza tedesca sulla soluzione finale a proprio vantaggio, godettero di ampi margini di autonomia nel determinare i loro rapporti con i paesi vicini”.

    La parte conclusiva del saggio -da cui il titolo- affronta il tema della giustizia, sollevando dubbi sulla efficacia degli esiti di Norimberga, sulle epurazioni politiche nell’Europa occidentale e meridionale e sulla complicata questione dell’Europa orientale con il drastico cambiamento sociale, economico e ideologico tra gli ex resistenti, la potenza sovietica e i comunisti locali.

    Il finale del libro sembra aprirsi ad un elogio degli Stati Uniti “tutto questo progresso si deve in larga misura alla presenza politica, economica e militare postbellica degli Stati Uniti in Europa”; l’autore però tributa il dovuto onore “ai giovani uomini e donne che parteciparono ai movimenti di Resistenza che avevano segnato una nuova Europa unita e migliore”.

    CHIARA NENCIONI

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