Radio Cora - Coronavirus: il Day After dell’economia

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  • Coronavirus: il Day After dell’economia

    Pronto il secondo elaborato del Prof. Filippo Buccarelli, docente di sociologia della formazione sociale e istituzionale presso l’Università di Firenze, e dal suo staff dell’associazione di ricerca sociale Poiein.Lab sulla base di un questionario proposto via web a persone di età e professione eterogenee.

    Ecco che cosa ne emerge. Nel periodo della rilevazione le misure che regolano le modalità di interazione con gli altri, che consentono di continuare a svolgere le attività ma con alcune attenzioni precauzionali (come l’uso della mascherina o il mantenimento della distanza) venivano accettate, o comunque sopportate, con maggiore serenità, dalla grande maggioranza degli intervistati. Queste forme di attenzione sono in qualche modo entrate a far parte delle abitudini delle persone. Di contro, dopo tre mesi di lockdown, emerge con chiarezza l’insofferenza verso le misure restrittive che imponevano il confinamento in casa e la conseguente impossibilità di frequentare gli affetti e le relazioni con i cari. Da notare, in particolare, come l’accettazione di queste misure aumenta sensibilmente all’aumentare dell’età.

    Le precauzioni verso le quali viene manifestata meno insofferenza sono quelle relative ai comportamenti da tenere in pubblico o in presenza di altre persone; le misure verso le quali viene espresso più disagio sono quelle volte a limitare la libertà di movimento e di incontro, in particolare l’impossibilità di mantenere le relazioni con amici e parenti.

    Dopo tre mesi di lockdown, tra gli intervistati sembra emergere una istanza di “senso” rispetto alle misure previste (maggiore informazione scientifica 36,7%) e una di maggiore chiarezza sui tempi e sulle misure (maggiore coordinazione e tempi certi, 45,6%). Si può leggere qui la richiesta di un’assicurazione, in cambio dei sacrifici fatti nelle attività della vita quotidiana, di “un piano” da parte delle autorità predisposte alla gestione dell’emergenza.

    Ad indicare in particolare l’informazione scientifica sono le donne, più che gli uomini, ed i più giovani; la richiesta di coordinamento, al contrario, è più presente tra gli uomini e cresce al crescere dell’età.

    Il 7,4% di persone che si dichiarano ormai esasperate dal mantenimento delle misure presenta sensibili variazioni in base alle condizioni professionali: tra i non attivi (10,7%) e tra i lavoratori in proprio (10,8 %); la percentuale è più che doppia rispetto ai lavoratori dipendenti, sia del pubblico che del privato. Le stesse misure hanno evidentemente effetti assolutamente diversi e impongono costi diseguali su differenti gruppi socio-lavorativi.

    Per quanto riguarda la situazione economica familiare, da quando la pandemia ha colpito il nostro paese, ben il 25,1% degli intervistati ritiene ha visto peggiorarla. Tra coloro che hanno dichiarato un peggioramento della propria condizione economica ci sono in particolare le fasce più giovani (una media del 29% dai 16 ai 45 anni, contro una del 18,2% dai 46 anni in su), e coloro in cerca di lavoro (50%), a loro volta seguiti dai dipendenti privati (33,3%) e i lavoratori in proprio (24%). Ben il 54,9% delle risposte indica una trasformazione nelle modalità di consumo, o per ragioni legate alla necessità di risparmiare o per un mutato atteggiamento. Il cambiamento risulta essere direttamente proporzionale all’aumento della fascia di età: i più giovani non sembrano sentirlo. Tra coloro che dichiarano una rinnovata attenzione all’ambiente e ad un consumo attento alla genuinità spiccano gli over 60 (41,4%).

    Per quanto riguarda la riapertura delle attività economiche finora bloccate poiché giudicate “non essenziali” la maggioranza degli intervistati si è dichiarata d’accordo, mostrando tuttavia una buona dose di cautela. Il 43,7% si è detto favorevole ad un approccio differenziato tra regioni o zone, contrariamente a quanto poi avvenuto. Il 22,3% ha indicato l’esigenza di mettere al sicuro le strutture sanitarie prima di procedere, il 9,3% dichiarava prematuro aprire nei tempi indicati.

    Immaginando, come era stato prospettato, una riapertura graduale delle attività -in base a criteri di essenzialità e di rischio stimati -, le percentuali di risposta indicanti quali settori economici dovrebbero aprire in ultima istanza troviamo, in climax ascendente, scuola e università (34,4%), ristorazione e accoglienza (40%), servizi alla persona (40,9%), centri commerciali (50,2%), cinema e teatri (59,1%), impianti sportivi (60,5%). Le percentuali aiutano a comprendere la percezione dell’importanza di ogni settore tra gli intervistati, di fronte ad un problema complesso come quello della pandemia. Poi, come si sa, indegnamente ha riaperto tutto tranne l’istruzione, dove la didattica a distanza si protrarrà, ahinoi, in parte o del tutto anche il prossimo anno.

    Per quanto concerne le misure prese dal Governo, il cosiddetto decreto «CuraItalia» a sostegno delle famiglie e delle imprese presentato il 17 marzo scorso, quelle di maggior successo sono la cassa integrazione in deroga (40% di coloro che hanno indicato almeno una misura) e l’indennizzo per i lavoratori autonomi (35%), con le altre misure decisamente meno richieste dagli intervistati.

    Questi mesi di confronto con la pandemia sono anche un terreno di prova per l’Unione Europea e la sua tenuta, tra i Paesi che intendono proporre strumenti comuni per far fronte alle emergenze e Paesi che non intendono accettare cambiamenti nell’attuale assetto. Nel periodo del questionario, in Italia, si è parlato soprattutto di MES, nella sua versione “light”, limitato al finanziamento dei sistemi sanitari, che risulta infatti il dispositivo su cui le risposte segnalano una maggiore informazione (al momento della rilevazione, la proposta del cosiddetto Recovey Fund non era ancora stata formulata). A dichiararsi più informati sono soprattutto gli uomini (quasi il doppio delle donne), e le persone adulte rispetto a quelle più giovani, in particolare gli over 60. Non risultano invece grandi differenze relative al titolo di studio. Quasi la metà degli intervistati ritiene di essere almeno un po’ informata sulle misure prese dall’UE. Fa un po’ eccezione il MES, che è lo strumento più conosciuto, anche in virtù dell’intenso dibattito che si è avuto in Italia a riguardo. In generale, le risposte mostrano la volontà di fare uso di questo strumento. L’8,8% dichiara che, visto lo stato del sistema sanitario, l’Italia non sia nelle condizioni di poterne fare a meno; il 17,7% ritiene che sia inutile non fare affidamento su uno strumento dell’UE, alla quale la nostra economia è profondamente legata. Il 50,7% ritiene si debba utilizzare, ma solo di fronte a precise garanzie e condizioni favorevoli. I più tiepidi nei confronti del MES sono i più giovani, con i giovanissimi che esprimono la percentuale maggiore di contrari, e la fascia 25-30 che esprime un valore sopra la media per l’opzione “sì, ma con immediate garanzie”.

    Alla domanda “in base all’ articolo n. 53 della Costituzione italiana ciascuno deve contribuire a finanziare la spesa pubblica ma in misura crescente al crescere delle proprie disponibilità economiche. Secondo te, per contenere l’aumento del già altissimo debito pubblico italiano (ad oggi, 2.443 miliardi di euro) cosa bisognerebbe fare?” la grande maggioranza degli intervistati sottolinea la necessità di tagliare sprechi e di condurre una seria lotta all’evasione. Tuttavia, tra le altre misure per confrontarsi col problema del debito pubblico, spiccano il ricorso ad una strategia europea di condivisione del debito (49,3%) e il ricorso alla tassazione dei patrimoni (53,5%). Se gran parte delle risposte si concentra sugli sprechi della PA e sulla lotta all’evasione (assieme l’85,6%), il 49,3% delle risposte segnala anche la necessità di un qualche strumento di condivisione del debito da parte degli Stati membri dell’Unione Europea (Eurobond) e il 53,5% dichiara che bisognerebbe ricorrere ad «una tassa patrimoniale (su rendite, case, azioni e obbligazioni, risparmi e conti correnti) per chi ha redditi superiori ad esempio agli 80.000 euro». Da segnalare che poche settimane prima del lancio del questionario vi era stata una forte polemica dopo che il gruppo del Partito Democratico alla Camera aveva effettuato una proposta così strutturata. Il 35,8% si esprime in favore di «aliquote più basse e tendenzialmente uguali per tutti» o per «condoni fiscali e sanatorie», mentre solo in maniera residuale vengono indicate altri strumenti o strategie maggiormente “di rottura” («Italexit, come ha fatto la Gran Bretagna»).

    In conclusione, l’emergenza legata al Covid-19 ha ancora una volta messo in evidenza la fragilità dell’economia del nostro Paese, in particolare rispetto all’elevato debito pubblico che inibisce la possibilità di manovra. In questi mesi sono dunque in campo, e si susseguono, diverse proposte su come fare fronte all’inevitabile aumento della spesa che seguirà agli interventi di rilancio dell’economia.

    Chiara Nencioni

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