Radio Cora - TRIESTE, 13 GIUGNO 1920: CRONACA DI UN POGROM ANTISLAVO

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    Il 13 luglio 1920 venne dato alle fiamme a Trieste il Narodni Dom, il più importante centro culturale e politico delle organizzazioni slovene, croate e ceche in città.

    Costruito nel 1904, secondo una concezione architettonica d’avanguardia sul progetto del celebre architetto Max Fabiani, l’edificio racchiudeva in sé un’alta valenza simbolica, perché rappresentava il segno tangibile dell’importanza e della vitalità delle comunità slave, e slovene in particolare, in città.

    Nell’estate del 1920 il Regno d’Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni erano impegnati in trattative serrate, per giungere a un accordo di compromesso bilaterale sulla definizione dei confini. L’accordo si concretizzò nel Trattato di Rapallo, firmato il 12 novembre da Giolitti. A Trieste regnava un clima carico di tensione. Da almeno un anno una parte delle autorità militari e civili italiane spingeva per un cambiamento di linea nei confronti degli Sloveni e dei socialisti, a loro volta passati su posizioni massimaliste. Si cercava una scintilla per far divampare la lotta nel corso delle trattative diplomatiche, sui metodi e le finalità della quale esisteva una saldatura tra i gruppi di militari oltranzisti e la galassia ultranazionalista, antislava e antibolscevica, rispetto alla quale il movimento fascista, capeggiato da Francesco Giunta, stava assumendo un ruolo egemonico.

    La dinamica degli eventi del 13 luglio 1920 a Trieste rivela un’intesa preordinata tra tali ambienti, ma è Giunta a contribuire in maniera determinante a portare la violenza su una scala inedita e forse non concordata. Alle 18 in Piazza Unità d’Italia erano affollate circa 2.000 persone, in attesa di assistere al comizio, già indetto, di protesta contro “l’eccidio di Spalato” dell’11 luglio, costato la vita al comandante Gulli. Giunta incita la folla: “bisogna stabilire la legge del taglione. Bisogna ricordare ed odiare […] Ora si deve agire; abbiamo nelle nostre case i pugnali ben affilati e lucidi, che deponemmo pacificamente al finir della guerra e quei pugnali riprenderemo per la salvezza dell’Italia”. L’eccitazione sale e due persone nei paraggi cadono, manco a dirlo, pugnalate, non si saprà mai da chi. Gli oratori gridavano alla provocazione “slava”.

    Circa 500 manifestanti lasciarono la piazza diretti agli obiettivi prefissati. In previsione di assai probabili incidenti, la Questura aveva predisposto un nutrito servizio d’ordine intorno ai luoghi sensibili. Un primo attacco alla Legazione consolare di Belgrado viene sventato ma un commando, introdottosi nel palazzo, riuscì a prelevare la bandiera jugoslava dal balcone al primo piano, per poi gettarla alla folla che la calpestò in delirio. Un gruppo di manifestanti puntò poi al Narodni Dom senza incontrare nessun ostacolo, benché il questore avesse posizionato all’imbocco della via Galatti una cinquantina di agenti. Avvenne all’improvviso quello che si ripetè molto presto in tutta Italia. Dall’alto una bomba ferisce molte persone, fra cui un vicecommissario dei Carabinieri che cercava di contenere i manifestanti e un tenente dell’esercito in licenza in attesa del congedo. Le fonti di polizia affermarono che la bomba era stata lanciata da una finestra dell’Hotel Balkan, ospitato nel Naordni Dom, e che “tosto i dimostranti presero ad esplodere colpi di rivoltella contro le finestre dalle quali veniva risposto con nutrita scarica di fucili o forse di una mitragliatrice”. Tuttavia, non vi fu alcuna vittima fra la folla e non vennero mai esibiti i bossoli per provare la sparatoria antitaliana.

    Gli assalitori, approfittando del caos, riuscirono a sfondare una porta laterale e ad entrare nel Narodni Dom. Appiccarono il fuoco e l’edificio fu subito avvolto dalle fiamme. Molte le testimonianze del panico tra gli ospiti dell’hotel. Quasi tutti riuscinono a salvarsi dalle fiamme e dagli squadristi fascisti grazie all’intervento dei vigili del fuoco e dei carabinieri ma due non ce la fecero: i coniugi Kablek che si gettarono dalla finestra. Lui morì, lei sopravvisse ma con gravissime lesioni.

    Il Narodni Dom bruciò tutta la notte e i pompieri riuscirono solo impedire che l’incendio si propagasse agli edifici vicini. Nel frattempo altri “gruppi di esasperati”, così li definì il comandante dei carabinieri, cominciarono a scorrazzare in città in un pogrom antislavo. Le forze dell’ordine riuscirono a difendere le sedi di due giornali, l’Edinost  e Il lavoratore ma non la Banca Adriatica, la banca Lubiana, la banca croata e tanti caffè, uffici, appartamenti privati di noti esponenti slavi che furono devastati.

    “Quella volta la seranon veniva e sembrava che non ci sarebbe stata neppure la notte, giacche sopra le case il cielo era rosso come se fosse intriso di sangue. Nell’aria odore di fumo”, così descrive quella notte Boris Pahor nel racconto Il rogo nel porto.

    La devastazione del Narodni Dom è diventata il simbolo dello squadrismo di confine, il segno della violenza nazionalista e della, dall’ora incontrastata, aggressività fascista, la celebrazione sacra di morte e purificazione che avrebbe forgiato il mito della Grande Italia sorta sul confine orientale.

     

    Chiara Nencioni

     

    Si ringrazia irsrec FVG per il materiale fornito

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