Radio Cora - MATTARELLA E PAHOR INSIEME PER IL NARODNI DOM

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  • MATTARELLA E PAHOR INSIEME PER IL NARODNI DOM

    Lunedì 13 luglio i Presidenti della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e Slovena, Borut Pahor si incontreranno a Trieste in occasione del centenario dell’incendio del  Narodni Dom,  cioè la casa del Popolo, sede delle organizzazioni slovene di Trieste. In via Filzi, l’edificio, costruito nel 1904, era un centro polifunzionale nel cuore di Trieste, nel quale si trovavano anche un teatro, una cassa di risparmio, un caffè e un albergo, l’Hotel Balkan.

    Incendiato dai fascisti il 13 luglio 2020, nel corso di quello che Renzo De Felice definì “il vero battesimo dello squadrismo organizzato” e che altri hanno definito “la notte dei cristalli di Trieste”, attualmente sede dellaSezione di Studi in Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste, questo 13 luglio, esattamente ad un secolo di distanza, sarà restituita alla comunità slovena. Questo gesto, legittimo e doveroso almeno come compensazione morale e riconoscimento del torto subito, ha già sollevato critiche fra i nazionalisti di fratelli di Italia ed ora suscita acrimoniose polemiche da parte della associazione nazionale dalmata. Nell’occhio del ciclone c’è il fatto che i due presidenti

    si recheranno non solo al Monumento ai Martiri delle Foibe di Basovizza ma anche al contiguo Monumento ai Caduti di Basovizza, cioè ai 4 fucilati nel 1930. Condannati a morte per terrorismo dal Tribunale Speciale per la Difesa nazionale a seguito dell’attentato alla sede del giornale Il Piccolo, che causò la morte di una persona, i quattro sono partigiani nell’opinione degli Sloveni, in quanto vittime della nazionalizzazione forzata fascista.

    Il “Comitato 10 Febbraio per la salvaguardia della cultura italiana nell’Adriatico Orientale’ e l’ “Associazione Nazionale Dalmata” affermano di non poter accettare in nessuna maniera quello che accadrà il 13 luglio, che definiscono una “vergogna”. “Mettere sullo stesso piano i Martiri delle Foibe e i terroristi antitaliani del TIGR (acronimo per Trieste Istria Gorizia Rejka, una associazione clandestina nata per contrastare la violenza fascista nei territori di confine e conquistati, nda) non è una riconciliazione tra Italia e Slovenia. È la sottomissione a chi, anche qui da noi, giustifica e minimizza quello che è accaduto durante e dopo la seconda guerra mondiale agli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia che furono prima infoibati e poi costretti all’esodo”. “Negli anni, come Comitato 10 Febbraio e Associazione Nazionale Dalmata abbiamo, fedeli ai nostri statuti, lottato per far sì che la storia dell’Adriatico orientale e la sua indiscutibile e millenaria italianità entrassero a far parte della coscienza comune. Siamo sempre stati aperti al dialogo e al confronto, come tutti quelli che hanno un’identità forte, ma non ci siamo mai piegati al compromesso anche perché, da volontari per l’italianità, il nostro unico compenso è quello della vittoria della verità”.

    “Difesa della italianità” sono parole che fanno accapponare la pelle. Intrise di nazionalismo, puzzano di fascismo. A 75 anni dalla Liberazione e a 45 dal trattato di Osimo  ritornano “i volontari della Italianità”, si inneggia all’ “identità forte”, si riprende quasi il mito della razza. E pensare che Guccini nel 1967 cantava “questa mia generazione ormai non crede nei miti della patria e dell’eroe”. Ma si sa, mala tempora currunt.

    Altrettanto inquietante è l’affermazione “la vittoria della verità”. Al di là della allitterazione da slogan, chi parla di indiscussa italianità delle terre dell’Alto Adriatico non sa la storia. Lo dico con le parole di Paolo Pezzino (pronunciate in occasione delle polemiche relative al Giorno del Ricordo 2020) “dietro a questi attacchi si nasconde non solo la totale ignoranza degli eventi storici, l’utilizzazione di parole d’ordine scioviniste e nazionaliste (…) Queste persone attaccano qualsiasi interpretazione che non accetti una vulgata che si rifiuta di prendere in considerazione la politica di snazionalizzazione portata avanti durante il ventennio nelle zone del confine orientale (…) Gli istituti storici della Resistenza non hanno mai negato che le foibe rappresentino un crimine, che si inquadra non soltanto in una reazione alle politiche di snazionalizzazione e oppressione messe in atto dal fascismo nei confronti delle minoranze slovene e croate, ma anche nei meccanismi violenti di costruzione dello Stato jugoslavo da parte di un regime comunista che perseguitava tutti coloro che si opponevano ai suoi progetti (e quindi non solo italiani, e quindi non solo fascisti)”. Balza alla luce ancora una volta il problema delle cosiddette memorie condivise. E qui rubo le parole a Walter Barberia  “La memoria è soggettiva, individuale, e per di più incline a deteriorarsi, a perdersi, a peggiorare. La memoria è il risultato di sguardi particolari, che non possono essere modificati. Certo, si può affermare che esperienze comuni abbiano sedimentato una memoria collettiva. È vero. Ma sarà comunque impossibile conciliare, rendere omogenee, memorie legate a esperienze diverse, derivate da punti di vista e da adesioni personali o di gruppo totalmente differenti. Si deve intendere il termine memoria come metafora di qualcos’altro. Ovvero come il terreno su cui far germogliare un processo di riconciliazione nazionale, cioè quell’accordo fra visuali diverse e distanti che permetterebbe di mettere alle spalle il passato”.

    Ecco, il passo che si apprestano a compiere Mattarella e Pahor il 13 luglio va proprio in questo senso. E in Italia si dovrebbe studiare la storia di quel periodo senza “miti nazionali”, senza interferenze della politica, come invece accade sempre più in questi anni.

    Chiara Nencioni

     

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