Radio Cora - QUEL NEFASTO GIUGNO 1940: A OTTANT’ANNI DALL’INGRESSO DELL’ITALIA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

articoli

  • QUEL NEFASTO GIUGNO 1940: A OTTANT’ANNI DALL’INGRESSO DELL’ITALIA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

    Sotto l’egida dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, tre storici ci raccontano il giugno in cui iniziò il disastro per l’Italia:  dialogo fra Lutz Klinkhammer (Vice Direttore del Deutsches Historisches Institut a Roma), Nicola Labanca (Direttore della rivista Italia contemporanea), Filippo Focardi (Direttore scientifico dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”).

    Il 10 giugno 1949 dal balcone di palazzo Venezia a Roma Benito Mussolini pronuncia il suo discorso alla folla:  l’Italia monarchica e fascista dichiarava guerra alla Francia e all’Inghilterra ed entrava nel conflitto al fianco dell’alleato tedesco. Decisione che ha portato a conseguenze tragiche non solo per gli Italiani ma anche per tutte quelle popolazioni attaccate dai fascisti, nei confronti delle quali l’Italia non si è mai assunta le sue responsabilità. Atteggiamento ben diverso da quello della Germania, in cui il più importante periodico Der Spiegel all’inizio di maggio (l’8 maggio 1945 è la data della resa del Reich in Europa) intitolava un articolo Nessuna politica senza storia –firmato, fra l’altro, dal Ministro degli Esteri tedesco- in cui era ribadita la responsabilità della Germania per la Seconda guerra mondiale e per la Shoah. Secondo Klinkhammer, questo articolo nasce dal pericolo del nuovo revisionismo tedesco -dovuto anche al crescente successo del partito Alternative für Deutschland- ed europeo, che tende a ridimensionare i crimini del nazismo in confronto a quelli dello stalinismo. Labanca si dice “in fiduciosa attesa” che un esponente del governo e uno della comunità scientifica si trovino insieme e scrivano un articolo come in Germania è stato fatto.  Anche in Italia si dovrebbe studiare la storia di quel periodo senza “miti nazionali”, senza interferenze della politica, come invece accade in questi anni.

    Già il Processo di Norimberga aveva attenuato le responsabilità degli Italiani, con una sorta di premiazione dell’8 Settembre. Questo ha permesso da parte italiana la rimozione delle responsabilità nella Seconda guerra mondiale. Klinkhammer, come membro della Commissione italo-tedesca, sottolinea che uno dei suoi compiti era quello di superare gli stereotipi relativi a queste due nazioni, primo fra tutti quello che i veri cattivi fossero i Tedeschi e che gli Italiani fossero i traditori, poi quello della Wehrmacht senza una macchia, che avrebbe combattuto una guerra di onore in Occidente. Questo mito è crollato nel 1995 con la mostra in Germania sui crimini dell’esercito tedesco (mai nessuno ha fatto una mostra analoga su quelli italiani, nda) e si è consolidato con il processo Priebke e la scoperta dell’armadio della vergogna. Con la visita di vari alti esponenti politici tedeschi a luoghi di stragi in Italia, pubblica è stata l’ammissione della responsabilità morale da parte della Germania, che ne ha fatto una “ragion di stato”: mai più guerre scatenate dalla Germania.

    Nello studio scientifico degli eventi della Seconda guerra mondiale bisogna tener conto di tre assunti fondamentali: accettare anche la prospettiva degli altri ed integrarla nella nostra prospettiva, non confondere il livello tra le vittime e i carnefici e soprattutto non confondere mito e verità storica. Nel caso dell’Italia, sottolinea Labanca, il mito maggiore è stato il ridimensionamento delle responsabilità italiane, anzi fasciste più che italiane, anche se gli Italiani avevano la responsabilità di aver accettato la nascita di un regime totalitario. Esorta poi a non enfatizzare troppo solo la data del 10 giugno 1940, perché l’Italia era già in guerra da molti anni (ad esempio in Etiopia) e un regime revisionista, militarista, razzista e bellicista come quello fascista non poteva rimanere fuori dal secondo conflitto mondiale. Scrive lo storico Gentile: “il Duce non aveva dubbi sulla vittoria dell’Asse; immaginava già colorata sul mappamondo l’espansione in Europa, nel Mediterraneo, in Africa”. Dunque la guerra non è stato un errato calcolo né una responsabilità da minimizzare.

    Diciamolo a lettere di fuoco a coloro che sostengono che Mussolini ha fatto (anche) cose buone e che ha commesso per “ingenuità” solo due errori: l’ingresso in guerra e le leggi razziali. Facciamone motto contro il crescente revisionismo.

    Chiara Nencioni

    2079 Vis. 3 Vis. oggi