Radio Cora - Fase 2.2: l’Italia riapre, ma la scuola no

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  • Fase 2.2: l’Italia riapre, ma la scuola no

    Sono un’insegnate di liceo, una di quelle (non moltissime, a dire la verità) che ama il suo lavoro e che crede –o si illude- che la scuola, pubblica e laica, possa cambiare il mondo, che la formazione culturale, a tutti i livelli, possa “rendere le cose un po’ più come dovrebbero essere”, per citare Manzoni.

    E’ tanto che voglio scrivere un articolo sulla DAD e sulla situazione attuale della scuola, ma la spinta me l’ha data la madre di un mio alunno di terza, che mi ha inviato questo whatsapp: “buonasera professoressa, sono la madre di Simone. Come sta? Io molto preoccupata per ciò che ci aspetta e ciò che aspetta i nostri ragazzi. Per questo le chiedo, lei che è anche giornalista , lei che è a contatto con la realtà della scuola, di fare tutto quanto possibile per garantire ai nostri figli –tutti- le opportunità che la costituzione garantisce. Forse sono inopportuna e mi scuso, ma non riesco più a sopportare questa grottesca situazione”.

    E quindi oggi, all’alba della fase 2.2, quando riaprono chiese, negozi, bar, ristoranti, hotel, seconde case, parrucchieri e centri estetici, ma la scuola, quella no, scrivo, perché ancora una volta in questo paese l’istruzione è il fanalino di coda. Per la scuola erano state man mano proposte date di riapertura, ma pochi giorni prima di esse il suono della campanella è stato sempre procrastinato, fino ad essere rinviato al prossimo anno scolastico con modalità parziali e riduttive tutte da vedere. Sono decenni che gli attori del mondo scolastico – dai docenti agli studenti al personale A.T.A. – lamentano il problema dell’edilizia scolastica e delle classi pollaio e al Ministero della istruzione se ne accorgono solo ora, quando è richiesto il distanziamento sociale.

    Ma “solo una parentesi non è il futuro” come ha scritto dopo l’ulteriore rinvio di aprile Filippomaria Pontani sul Fatto Quotidiano.

    Le problematiche della DAD ormai sono ben note: noi insegnanti siamo screditati, perché gli alunni sanno già da due mesi che saranno tutti promossi (e da allora circolano sul web vignette e gift con studenti che spernacchiano i prof.), siamo sottoposti ad una mole inedita di lavoro e ci districhiamo fra vari devices, mentre gli alunni (non tutti, per carità) copiano o non si presentano alle lezioni on line, siamo vessati da dirigenti scolastici che ci impongono comunque di dare sei a tutti e di dichiarare recuperato il debito formativo di tutti, per non avere rogne in sede di scrutinio e magari qualche ricorso al TAR durante l’estate.

    Dal canto dei ragazzi, anche per loro non è facile né piacevole incontrarsi su uno schermo, senza contatto umano né con i compagni né con i docenti, perché la scuola è in primis questo, contatto e interazione costante, anche fisica. E poi dobbiamo tenere conto dei ragazzi con disabilità, che sono esclusi dal gruppo classe, perché spesso non sono in grado di usare le varie piattaforme per la lezione a distanza e perché, per alcuni di essi, quelli con disabilità più grave, andare a scuola era importante non per apprendere contenuti disciplinari ma per stare con i compagni, per interagire con loro e da loro essere accettati. E poi ci sono i grandi dimenticati: i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze costretti nei letti d’ospedale, tutti coloro che seguono la scuola in carcere e che non sono stati messi nelle condizioni di portare avanti con i propri docenti alcun prosieguo della didattica (il Garante nazionale dei detenuti e delle persone prive di libertà personale ha inviato una lettera di protesta al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Giustizia per sollecitare provvedimenti).

    Senza poi parlare del problema dei genitori: molti di loro si sono accorti ora dell’importanza della scuola, vuoi per la fatica di seguir loro a casa i figli anche nello studio vuoi per avere un posto dove “parcheggiare” quelli più piccoli mentre vanno a lavoro. Sì, perché se i genitori riprendono (finalmente) la vita lavorativa a chi lasciano i bambini la mattina? A baby sitter che, in tempo di gravissima crisi economica, è oneroso pagare? A nonni che in tempo di corona virus, essendo anziani, è bene che stiano a casa e con scarsi contatti con gli altri? E poi nelle famiglie con più figli non ci sono abbastanza computer o reti sufficientemente potenti per permettere a tutti di collegarsi in contemporanea per seguire le lezioni a distanza. Il primo tra gli obiettivi che un buon sistema scolastico dovrebbe porsi è quello di assicurare a tutti quelli che hanno voglia d’imparare la possibilità d’accedere alle risorse disponibili, in qualsiasi momento della loro vita (cfr. art. 3 della Costituzione). Mentre la ministra Azzolina dichiara a gran voce e con fierezza che la DAD ha raggiunto gran parte degli studenti italiani, a noi docenti balzano agli occhi esperienze dirette e dati che vanno nella direzione opposta: e cioè che un terzo delle famiglie italiane non ha computer o una connessione adeguata, di cui il 42% nel Meridione (e a ciò si replica che molti hanno gli smartphone e possono utilizzare quelli ma non è una soluzione proponibile sulle lunghe durate). E alla scuola primaria il problema è ancor più serio: i bambini vanno supportati e aiutati nella didattica e non tutti i genitori sono in grado di farlo. Il digital device riproduce le polarizzazioni sociali già esistenti e corre il rischio di generare una nuova forma di esclusione, una forma diversa della dispersione scolastica a cui siamo abituati, per certi versi ancora più inquietante.

    E così in questi mesi a scuola si va avanti a suon di indicazioni vacue, note, decreti, circolari, in un limbo di ambiguità ricattatoria; il governo rinuncia a un discorso netto, dal momento che dichiarare con parole quello che insegue nei fatti significherebbe mettere nero su bianco lo scavalcamento della Costituzione (pensiamo all’articolo 3 sulla necessità di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, ma anche al 33 sulla libertà d’insegnamento) e del contratto collettivo nazionale di lavoro.

    Non è questa la scuola che vogliamo perché, con tutti i grossi limiti che la didattica in presenza ha attualmente, continuiamo a credere che sia l’unica forma di diffusione del sapere cui spetti a pieno titolo il nome di “didattica”: nel suo produrre comunità, nel suo produrre incontri di corpi, corpi che, nello spazio della scuola (anche oggi con gli svariati limiti già denunciati), provano a scambiarsi gesti e stimoli, movimenti e parole, condividendo, oltre che informazioni, esperienze, con l’obiettivo principale di costruire solidarietà, senso civico. Una didattica virtuale normalizzata sarebbe tossica: la riduzione della distanza tra uomo e macchina, uomo e tecnica produce un effetto di ibridazione che conduce inevitabilmente all’atrofizzazione di zone cerebrali, non si tratta di essere tecnofobi o tecnofili.

    Ma confrontiamo la situazione con gli altri paesi europei. L’assioma ripetuto come un mantra da quasi tutti i virologi per cui i focolai più pericolosi per la diffusione del Covid-19 sarebbero state le scuole materne ed elementari sembra venire smentito dai dati raccolti nei paesi del Nord Europa che non hanno mai interrotto le lezioni in presenza o hanno anticipato la riapertura. La Svezia non ha mai attuato un vero e proprio lockdown e non ha mai chiuso le elementari. La Danimarca è stato il primo paese a riaprire le elementari il 15 aprile mentre il 18 maggio riaprono le superiori, ma solo per chi deve fare l’esame di maturità, mentre gli altri studenti delle superiori seguiranno corsi on line. Dal 20 aprile la Norvegia ha riaperto gli asili nido e a seguire materne elementari e medie. Sui licei si deciderà a fine maggio. In Olanda a partire dall’11 maggio sono state riaperte a tempo parziale asili e scuole primarie mentre dal 1 giugno si prevede la riapertura delle secondarie. Nel Regno Unito il premier Johnson (colpito in prima persona pesantemente dal corona virus) intende iniziare un graduale ritorno alla normalità entro il 1° giugno. In Austria il 4 maggio sono tornati sui banchi gli studenti dell’ultimo anno delle superiori che dovranno sostenere gli esami di maturità e  il 18 maggio riaprono elementari e medie mentre a giugno anche le superiori. Per quanto riguarda la Germania, la Merkel ha dato il via libera alla riapertura delle scuole in tutti gli Stati a partire dal 4 maggio. La decisione ultima, però, dipende dai governi regionali, che si stanno muovendo in maniera differenziata in base alle diverse situazioni locali. Alcuni Länder hanno deciso di accelerare il processo, avviando il rientro graduale in classe già dal 27 aprile: è il caso di Berlino e della regione dell’Assia. Ma non è questione solo del Nord Europa efficiente e civilizzato. A partire dall’11 maggio, in Francia, paese colpito pesantemente dal Covid-19, è cessata la chiusura delle scuole materne ed elementari mentre la scuola media (i “collèges”) riapre il 18 maggio. Per quanto riguarda le scuole superiori, invece, non c’è ancora una data certa ma la decisione sarà presa a fine maggio. La presenza fisica in classe sarà di massimo 15 alunni, nel rispetto delle distanze di sicurezza, e gli studenti potranno comunque continuare a seguire le lezioni online. Il 28 aprile, il governo spagnolo ha presentato poi un “Plan de desescalada” per uscire dal lockdown, che è partito il 10 maggio, la scuola potrebbe riaprire il 24 maggio e comunque l’anno scolastico riprenderà ufficialmente a settembre.

    E in Italia? In Italia le scuole di ogni ordine e grado sono chiuse su tutto il territorio nazionale a partire dal 10 marzo scorso. II presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato che la riapertura è attualmente prevista per settembre, e la ministra Azzolina ha precisato che solo però con una forma di «didattica mista», in parte in presenza e in parte online a distanza. Chissà…

    Un’insegnante di storia e filosofia ha ricordato un racconto breve di Asimov, The fun they had, scritto nel 1951 e ambientato nel 2057, in cui un ragazzino di nome Tommy scopre un vecchio libro sul quale viene descritto il sistema scolastico del XX secolo. Tommy e la sua amica Margie provano sorpresa nel rendersi conto che nel passato l’istruzione non era affidata a un insegnante elettronico ma a esseri in carne e ossa, che esistevano luoghi comunitari chiamate scuole in cui ci si incontrava e si imparavano cose. E così, a chiosa del racconto, Margie pensa a quanto i bambini potessero aver amato la scuola e conclude: “Chissà come si divertivano!” (da cui il titolo).

    Adesso la distopia di quell’ipotesi narrativa è diventata realtà.

    Chiara Nencioni

     

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