Radio Cora - Perchè ripartire sempre dalla morte? Una lettura laica delle parole dei vescovi

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  • Perchè ripartire sempre dalla morte? Una lettura laica delle parole dei vescovi

    Si può cogliere uno spunto per una riflessione laica, a partire dalla voce alzata dai vescovi dopo la diretta del premier? credo proprio di sì e cerco di spiegarne le motivazioni.

    Gli elementi in gioco sono semplici: l’intervento di ieri sera di Giuseppe Conte, tra il vario snocciolamento delle attività che riaprono o restano chiuse, si sofferma sul fatto che nella fase 2 , i funerali potranno essere accompagnati da 15 persone, mentre restano lockdown i riti religiosi, in particolare le messe. Gli rispondono a stretto giro i vescovi che pongono in maniera decisa il tema della privazione della libertà di culto, inteso come critica al fatto che non ci sia stato un allentamento delle misure, e quindi delle indicazioni specifiche, per permettere ai fedeli di partecipare alla messa.

    Avendo avuto in passato l’abitudine di frequentare le messe di Ernesto Balducci e, a seguire, le attività comunitarie di tanti preti “scomodi” ma attivi con gli ultimi, mi sono sempre allenato nel vedere ciò che il mondo della spiritualità (tutta la spiritualità, delle tante religioni) ha da segnalarci in maniera sottintesa,  se osserviamo gli eventi con le lenti del laico.

    In questo caso, mi pare di scorgere un comune denominatore che è anche un po’ la cifra delle iniziative governative rispetto al rapporto con l’emergenza sanitaria fino ad oggi: il nostro esecutivo racconta, interviene, gestisce continuamente la morte, non offre mai un accenno alla vita, dove non considero corrispondente alla profondità della vita, fornire la lista di codici ateco per tornare a produrre. La Costituzione pensava al lavoro come realizzazione dell’uomo, non come elemento  di soggiogamento alle necessità di mercato e stop.

    La democrazia e le comunità sono costruite sulla pluralità ed in quel documento di attacco dei vescovi a Conte, essi traducono in atto legato al rito religioso (il proprio mondo di competenza), ciò che sta mancando a tutti e che nessuno delle istituzioni si sta occupando di ricostruire, cioè la comunità. Per un cattolico, la comunità è l’incontro in chiesa con la comunità dei fedeli, non è nostro compito dire se sia più o meno rispettabile di altre forme, a ciascuno la sua, a ciascuno la possibilità di costruire la propria comunità, se è per dare gambe alla pace.

    Quello che invece penso, da persona che da laico legge soprattutto  i fatti di Stato, è che in 40 giorni non c’è stata una sola parola seria sulla scuola (se non per chiuderla fino a settembre senza colpo ferire), sul sacrosanto diritto dei compagni di tornare a relazionarsi con i sentimenti e la fisicità dell’altro, su come restare comunità nonostante le malattie (il Covid non è la prima e non sarà l’ultima), su come avere rispetto dell’interiorità delle persone e non solo gestirli come soggetti di trasmissione del virus.

    Da uomo di sinistra sento anche un rimpianto profondo: per tanti motivi (alcuni dei quali anche e soprattutto per ragioni di pessimi pesi e contrappesi politici) , sono certo che l’intervento dei vescovi farà attivare il governo per dare istruzioni per le messe.

    Nel mio popolo, al contrario, quello che credevo fosse il mio luogo naturale di vita, cioè il mondo della sinistra, non si è alzata una sola voce dalle istituzioni, per sostenere  l’importanza della ricostruzione comunitaria. Non un’attenzione agli studenti, non un’attenzione agli adolescenti, ai bambini, agli anziani (per i quali il parallelo con le RSA come luoghi di cura basta e avanza) all’arte, alla cultura, allo spettacolo, al teatro, all’idealità che ci rende uomini. Non un’attenzione a se stessi, ma solo al virus, un po’ troppo poco per voler parlare con loro di politica ed un po’ troppo poco per tornare davvero a crederci.

    Luca Bravi

     

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