Radio Cora - Il Papeete degli altri. La comunicazione istituzionale nella pandemia

articoli

  • Il Papeete degli altri. La comunicazione istituzionale nella pandemia

    Il virus sta diventando giustificazione per abbandonare irresponsabilmente il proprio ruolo di cittadinanza attiva, che non si esprime solo nell’attenzione a restare responsabilmente a casa, ma anche ad aiutare il nostro Stato a restare una democrazia anche in tempo di emergenza. I decreti si susseguono di giorno in giorno inasprendo le misure di libertà, ma ci sono anche cose da costruire per sopravvivere divisi e lontani, cose che sono gli strumenti da utilizzare per garantire la sopravvivenza di fatto della democrazia. La sua scomparsa in deroga la stanno pagando i più deboli, ma non li vediamo, sono adesso più distanti e non li percepiamo più nella loro sofferenza corporea e reale, sono nei ghetti inospitali di questa serrata collettiva.

    Lo ricordate il Papeete di Salvini? l’inno d’Italia con in consolle l’allora Ministro? Le ricordate le ronde padane di chi voleva uno stato più forte in barba alla Costituzione e quindi “la giustizia me la faccio da solo”? Le ricordate le conferenze stampa e le decisioni del governo giallo-verde in diretta Facebook senza domande dei giornalisti e la costruzione di supporters governativi? Tutta roba che era stata bollata come fascio-leghismo. Ed ora a che punto siamo?

    Le conferenze stampa sono annunci via social senza giornalisti, le ronde si sono trasformate nell’ipotesi di droni e del controllo di Stato tramite cellule telefoniche oppure nella delazione degli sceriffi da terrazzo, le istituzioni locali stanno comunicando soprattutto attraverso dirette Facebook dalle quali (nessuno legge mai in diretta quei commenti che sono però sempre numerosi) tornano con frequenza i manganelli e gli arresti agli untori di turno.

    Oggi si fa intravedere il 31 luglio come data entro la quale ogni privazione di libertà sarà siglata dal governo sulla base delle necessità emergenziali. Nel frattempo il Curaitalia , sul quale pochissimi si sono intrattenuti a parte i sindacati, è evidentemente inadeguato a coprire le necessità di coloro che erano lavoratori e oggi sono più in difficoltà (tra loro le partite iva o chi vive di spettacolo, che per adesso ha 600 euro una tantum,  per dirne una, oppure i disoccupati).

    Il virus sta diventando giustificazione per abbandonare irresponsabilmente il proprio ruolo di cittadinanza attiva, che non si esprime solo nell’attenzione a restare responsabilmente chiusi a casa, ma anche ad aiutare il nostro Stato a restare una democrazia anche in tempo di emergenza. I decreti si susseguono di giorno in giorno inasprendo le restrizioni di libertà, ma ci sono anche cose da costruire per sopravvivere divisi e lontani, cose e che sono gli strumenti da utilizzare per garantire la permanenza di fatto della democrazia; la sua scomparsa in deroga la stanno pagando i più deboli, ma non li vediamo, sono adesso più distanti e non li percepiamo più nella loro sofferenza corporea e reale, sono nei ghetti inospitali di questa serrata collettiva: la scuola a distanza sta fallendo soprattutto ai gradi più bassi dell’istruzione obbligatoria e gratuita per tutti, il sostegno che è diritto di chi è svantaggiato sta soccombendo di fatto, soprattutto a livello di formazione e politiche sociali, la capacità di pensare misure ad hoc per gli svantaggiati ed i minori in difficoltà non sono in agenda o non ne vediamo l’applicazione. Direte che è un momento eccezionale, ma è in questi momenti che non si può accontentarsi di discutere solo di repressione e chiusura. Stiamo temporaneamente abrogando l’articolo 3 della Costituzione, ma non siamo in guerra, nonostante i morti, nonostante la sofferenza, nonostante tutto. E se anche fosse una guerra, ci stiamo sempre più avvicinando a quel modello Papeete che pochi mesi fa bollavamo come l’antipolitica. L’antipolitica è anche quando accetti e comunichi a tua volta che “il virus ci rende tutti uguali”, ma tutti uguali non siamo e qualcuno ne uscirà più distrutto degli altri, più diverso di quanto non lo fosse prima. È un tema che deve starci a cuore, perché è al centro di ciò che potremo essere diventati dopo l’emergenza.

    LB

     

    929 Vis. 20 Vis. oggi