Radio Cora - Se questa è aria

articoli

  • Se questa è aria

    Foto tratta dal sito www.cinematografo.it nell’ambito dell’idea #cinemadacasa promossa da Alice nella città, la sezione della festa del cinema di Roma dedicata ai ragazzi

    Ogni giorno ormai da settimane  ci ritroviamo a misurare le nostre libertà in cm. Lunghezze e distanze sono indicate da chi ci governa e calcolate nelle nostre teste e messe in pratica nei nostri spazi, giorno dopo giorno. E il nostro senso della misura cambia:  da un lato, quello pratico e civile si adegua al dettame istituzionale e sanitario, ma dall’altro, nella nostra testa cosa sta succedendo? Come sta cambiando la nostra percezione dello spazio esterno e dell’area dei nostri diritti individuali e dei nostri limiti fisici e psicologici?

     

    Risuonano nella mia testa le parole della politologa Nadia Urbinati che ai microfoni di Controradio ha reso plasticamente l’idea di quello che forse molti di noi si pongono come condizione umanamente critica nell’affrontare l’isolamento quotidiano e soprattutto prolungato: “Non sappiamo quanto durerà la costrizione ma dobbiamo essere consapevoli che abbiamo un  limite di tolleranza che è anche fisico, biologico, dunque fino a quando potremo rimanere chiusi in casa? Soprattutto se abbiamo abitazioni di pochi metri quadri?”.

    E’ proprio così, la differenza la fa il luogo. Lo spazio dove devo stare. E nel momento in cui la casa diventa il luogo dove ho l’obbligo di rimanere, la differenza di abitazione diventa una disparità di diritti, una disuguaglianza sociale che incide profondamente sulla mia soglia di accettazione e resistenza, anche psicologica.

    Fino a ieri abbiamo visto sui social ogni tipo di balcone, giardino, fazzoletto di terra riscoperto dagli italiani per lavorare, fare una pausa caffè, allestire la postazione pc, ritrovare tempo per giardinaggio, orto, pulizia erbacce o cantare a squarciagola. E fin qui ci siamo riferiti agli adulti e al loro vivere l’appendice domestica esterna con rinnovata valorizzazione e partecipazione, anche patriottica. Ma sono soprattutto i bambini quelli che dal punto di vista vitaminico, dell’ossigenazione, ma anche dello spazio e della creatività hanno potuto sfruttare questa possibilità in più. Piccola o grande che fosse ma sempre all’aria aperta. Senza dover subire, come hanno invece fatto altri coetanei,  la sensazione di essere controllati dai vigili o dai carabinieri mentre facevano con la mamma o il babbo la loro strana ‘passeggiata’, quella per intenderci nelle strade che conoscono fin da piccoli, quella che appare ora così ‘diversa’, senza colori e suoni,  tra gente con la mascherina che si allontana, quella a bocca chiusa e senza poter stare a sedere su una panchina della piazza o andare con la bici senza rotelle (che non vedevamo l’ora che arrivasse la primavera per riutilizzare).

    E allora come sottolinea Urbinati, con uno squarcio nella tela costituzionale, appare nella sua evidenza la disparità: “Fino a che c’è la libertà di movimento tutte le diversità sono affrontate e dipendono dal nostro agire, ma ora siamo costretti ad una scelta diversa (univoca) quella del non agire. Perciò il luogo dove viviamo diventa il quasi unico spazio dove possiamo scontare piccoli o grandi sacrifici”.

    Ma se questi sacrifici devono farli dei minori, può lo Stato non intervenire e pensare ai sacrosanti bisogni fisici di un animale che deve defecare fuori dall’abitazione (ci mancherebbe!) e non ad un bambino che se gli va bene, ormai può solo fare il giro dell’isolato col genitore?

    I decreti emergenziali, le ordinanze di ogni tipo  di questi giorni potevano includere un limite consentito: quello di un genitore con al massimo due minori di (l’età ditemela voi) di potere passeggiare e fare attività ludica all’aperto, evitando assembramenti e situazioni di promiscuità?

    Era così difficile lasciare a questa casistica ‘sensibile’ la possibilità di vivere la città deserta? A loro doveva essere concesso. Al genitore la responsabilità di gestire quell’allargamento della maglia dei divieti in nome del benessere dei minori. Magari fissando delle fasce orarie, magari vietando i festivi e prefestivi… ma qualsiasi cosa sarebbe andata meglio di questa miopia mentale oltreché istituzionale.

    “Le norme costituzionali, i diritti individuali non presumono stati d’eccezione ma presuppongono un contesto sociale  di pace, tranquillità, arricchimento. Queste cose oggi sono costrette, e noi non sappiamo più riconoscere la nostra libertà”, conclude Urbinati.

    E allora per il futuro vediamo di porre rimedio a questo vulnus perché di crisi umanitarie, sanitarie, ambientali, economiche globali ne potranno arrivare altre purtroppo  e le parole di Primo Levi non sembreranno  così lontane:

    “Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto». Nel Lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti.”

    Chiara Brilli

    979 Vis. 20 Vis. oggi