Radio Cora - Il Coronavirus e il nostro senso di comunità

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  • Il Coronavirus e il nostro senso di comunità

    Bisogna subito rincuorare chi ha deciso di avventurarsi in questa lettura: non ho alcuna intenzione d’improvvisarmi virologo; invece può aver senso riflettere su cosa ha messo in luce (secondo me) la settimana trascorsa alle prese con la “notizia del virus”, perché per fortuna, gran parte di noi (ci confermano i dati italiani) non si è neppure ammalato.

    C’è chi ha incolpato i media di procurato allarme, in realtà ci scordiamo sempre che il campo della comunicazione/informazione rispecchia la società in cui siamo tutti immersi, pertanto anche i media hanno raccontato la psicosi collettiva; stava a ciascuno di noi sottrarsi, ritornare a riflettere, esprimere altro. Non ne ho visti molti fare questo sforzo, anche laddove non c’erano casi, sono saltati incontri, conferenze, dibattiti, teatro, cinema, a volte per richiesta stessa di chi doveva intervenire e “non se la sentiva”.

    La psicosi collettiva non si crea, se ciascuno di noi fa la sua parte, altrimenti perché aspettarsi un comportamento diverso dai giornalisti? per dovere etico certamente, ma anche questa volta hanno raccontato ciò che noi siamo e che siamo diventati, riflettiamoci un po’ su.

    Dai politici doveva arrivare invece il buon esempio, ma nella maggior parte dei casi non è arrivato, divisi tra chi speculava sull’allarmismo ed altri che personalizzavano le procedure di controllo attuate dal servizio pubblico nazionale (servizio pubblico appunto, difendiamolo in tutti i modi possibili).

    E allora che cosa mi pare di aver imparato, senza la pretesa di voler dare lezioni a nessuno:

    • che la scienza è di fatto il dibattito scientifico e mai la definizione di verità assolute e per sempre,
    • che il metodo comunicativo (non entro sulla qualità scientifica, mi interessa come comunica) alla “Burioni” produce estremizzazione e conflittualità  e non crea impegno comunitario positivo, ma schieramenti e schermaglie,
    • che le epidemie ci interessano quando ci toccano personalmente e non quando toccano altri, perché in molti paesi si muore ancora neonati per la diarrea, ma non qui da noi e tanto sembra bastarci,
    • che la morte abita fuori dal nostro orizzonte di vita e forse dovremmo ristabilire una spiritualità comunque più profonda, perché esiste anche la morte (altri ne fanno esperienza quotidiana).
    • Infine che chi accaparra viveri e costruisce o alimenta la paura, sarebbe utile che facesse qualche settimana in zone in cui manca tutto a tutti, per capire quanto valore abbia ogni goccia d’acqua ed ogni briciola di pane sottratta ad altri.

    C’è poi la cosa più importante:  abbiamo finalmente avuto l’esperienza più fresca che il razzismo è una costruzione fatta da idioti e che il mondo non si divide mai per colore della pelle o forma degli occhi.

    Alla fine, tirate le somme, sono stati più comunità le persone di origine cinese tra Prato e l’Osmannoro, di quanto abbia saputo esserlo la società maggioritaria, quella che di solito ha da insegnare tutto a tutti.

    Essere solidali è essere comunità e la rapida esperienza italiana con il coronavirus, mi pare ci lasci soprattutto questa riflessione aperta.

    LB

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