Radio Cora - IL “COLLO” AMERICANO 

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  • IL “COLLO” AMERICANO 

    Il racconto, forse la storia di un dramma vero, di una tragedia epica che diventa tragedia del lavoro, arriva da un protagonista speciale, nato a Capezzana e vissuto al Poggio a Caiano, da Ermanno Lastrucci.

    A CURA DI LUCA SOLDI

     

    Caro Ermanno, 

    quei colli, quelle balle piene di cenci, di abiti usati, che ci racconti come se fossero cose vive, quasi parlano a quegli uomini che si facevano loro attorno. Sicuramente parlavano a Te che avevi trasformato le fatiche in una battaglia epica, affrontata da eroi mitologici allevati dalla grande madre natura.

    Una guerra combattuta da uomini che non erano facchini, ma cavalieri che combattono ogni giorno la battaglia per scaricare quei colli, quelle balle, da quei vagoni ferroviari che sembravano quelli che pochi anni prima partivano dalle stazioni ferroviarie carichi di deportati. Sì, eroi degli anni cinquanta e sessanta che si addossavano  intorno a quei giganti carichi di polveri e memorie che una volta arrivati a destinazione sarebbero stati smembrati e quei vestiti e quelle maglie divise per colore e qualità per tornare poi ad esser “meccanica”, materia prime pratese. Ma come accadeva quei giganti, in un momento di distrazione, prendevano il sopravento senza lasciare scampo.

    Colli, balle, piene di quegli “stracci” che sarebbero passati da mille mani prima di tornar ad esser la lana di Prato.

    Roba da tener nascosta, da non raccontare certo ai clienti che si accontentavano di aver su scritto “lana merinos” senza poi voler indagare oltre.

    Buona da usare al posto della lana, buona ad esser spacciata per la nuova nuova, buona per far fortuna e non certo, come oggi, per raccontare di “storie come quelle del riciclare, rigenerare, per farsi vanto di riportare a nuova vita

     

    IL COLLO AMERICANO

     

    Era stata una giornata “allungabraccia” una di quelle che alla sera ti lasciano stracco morto, ma in pace con te stesso e soddisfatto della tua fatica.

    I facchini dello scalo merci avevano dovuto sobbarcarsi una serie di vagoni di colli: stracci d’ogni tipo e sorta e tutti erano usciti a forza di braccia dai vetri infuocati dei carri.

    C’erano stati mille inciampi a rendere più faticosa la faccenda: due gru rotte e altro, sicché, le restanti non avevano potuto riparare a tutto.

    I ferrovieri della manovra si erano dati da fare per smistare, mettere sotto scarico i vagoni pieni e portare via i vuoti.

    I facchini s’eran dovuti adattare ad un ritmo insolito.

    Una fatica da bestie. E il caldo di luglio si fa sentire.

    Ogni volta che s’apriva un vagone era come aprire la bocca d’un forno: una vampata abbollore ti mozzava il fiato, insieme a mille “frazi” e profumi di spezie antiche.

    I facchini della carovana di Baruffa, gli ultimi su allo scalo, ora che era già il tramonto; gli altri avevan finito da un pezzo. Stanchi e sudici d’ogni polvere, le camicie appiccicate, salirono sul loro ultimo carro, uno di quelli aperti detti da maiali, con le sponde alte, rovente nel suo ferro che rendeva il fuoco d’un giorno di sole.

    I colli di stracci, rosolati di polvere di carbone, abbarcati gli uni su gli altri, aspettavano gli assalti dei ganci.

    Erano gli ultimi, ormai, e come gli altri, sarebbero stati caricati più tardi, su camion che dalla mattina facevano la spola dallo scalo alle fabbriche.

    -Non c’è più religione, diceva sempre il Montanino, i carri non li pulisce più nessuno dopo ogni scarico – e ogni volta c’era una bella mangiata gratis di polvere.

    In cinque, alla voce del capo carovana, rispondevano in un unico sforzo, stanche ma precisi.

    La pratica e la malizia guidavano le loro braccia e i ganci d’acciaio, come incollati nelle mani, trovavano l’appoggio giusto sui colli.

    La bocca del carro cominciò a vomitare colli infarinati di nero.

    Il “macigno” della carovana, il Montanino, a terra, provvedeva a sistemarli da solo.

    Colli, sui quattro quintali – colli americani, californiani – ma ce n’erano anche di cinque è più, con le loro reggette d’acciaio. Quand’ eran ritti parevano giganti legati da gomene di nave.

    E lui, il pacifico, s’industriava con pacatezza e in silenzio a manovrare questi colossi.

    Con le sue scure braccia, come due cianchi d’ulivo, li aggiuntava e li rigirava sicuro mettendoli a posto.

    Il gancio, grosso rispetto gli altri, pareva un gingillo in mano a lui; mani di presa sicura grandi come canicci.

    Il capo carovana, a volte, voleva dargli un uomo, ma non c’era cristi di farlo intendere: voleva fare da se’.  Chi fa da se’ fa per tre – diceva ed era vero-  lui faceva per tre.

    Per un profano capitato li per caso, sarebbe stato un divertimento guardarlo lavorare.

    S’accostava al collo sdraiato in terra come un animale morto, lo guardava come un guerriero avrebbe guardato la sua vittima, poi gli si accostava di lato chinandosi, tuffava il gancio, e il collo si muoveva girandosi in costola.

    Poi gli andava di testa, s’ abbassava, puntava la spalla destra, i piedi come barche, murati a terra, il braccio destro trovava la presa al gancio, il sinistro abbrancava con la grazia d’un orso la “vittima”: uno strappo e il telo cantava, ma il gancio, trapassando la “pelle” di juta, era già nel corpo del collo. E, come per incanto, quattrocento chili di cenci s’alzavano al cielo.

    Con un ginocchio a “calzatoia” lo puntellava a mezz’ altezza, ritrovava la presa e il colosso rinfagottato, in piedi, rendeva omaggio al suo vincitore.

    Non contento, se lo tirava a se’, gli dava il ginocchio e lo ruotava dove decideva dovesse stare.

    Non è che non lo sapesse d’essere il più sacrificato degli altri e che il sabato riscuoteva quanto i compagni.

    Lo faceva anche e questo non lo sapeva nessuno – neanche a casa raccontava troppo di se stesso e del lavoro – per un modo, forse ingenuo, di stare solo: per la nostalgia di un’antica solitudine.

    Aveva fatto il boscaiolo fino a pochi anni prima ed era venuto giù in città più per i figlioli che per se stesso.

    Era nato e cresciuto in montagna; battezzato con “l’acqua delle ballotte”, come gli dicevano scherzosamente, ma certamente puppando alle piante, tanto era appassionato per il bosco.

    S’era formato più alla scuola della natura che a quella elementare.

    Si può dire che fosse venuto su con le piante, delle quali conosceva tutti i segreti e fin da ragazzo aveva cominciato quella vita di sacrifici e di disagi, ma sana e semplice.

    Aleggiava roncola e scure con maestria e forza; eredità di suo nonno Milziade detto Roncolaccia, e del suo babbo.

    Sia che ci fosse da “smacchiare” e far “paline” di castagno o catasta di cerro, si destreggiava sempre da solo e da solo portava avanti la sua striscia di bosco, non lontano dai suoi, dei quali ascoltava il taglio secco degli arnesi sulle piante.

    Di questo suo vivere in letizia gli rimaneva la serenità, l’accortezza nel lavoro e il naturale pudore d’un animale selvatico, il rispetto al fuscello e per l’erba che calpestava con circospezione.

    L’osservazione accorta d’ogni cambiamento nella selva, gli dava la sicurezza antica  del mutare di stagione.

    Le corbezzole sfolgoravano la porpora accesa ingioiellando la veste cupa delle macchie.

    Era ottobre.

    Le ghiande abbandonavano la presa dei lecci, tuffandosi nell’ humus profumato della terra.

    Era novembre.

    Una primula sbucava dietro una foglia, una gemma rompeva l’acuto d’un rogo.

    Il flusso mordente d’ogni linfa e l’azzurro più azzurro di sempre, gli avrebbero detto: e’ marzo!

    La luna è il sole componevano questo suo intimo calendario.

    Cercava spesso la serenità in ogni piccola cosa ed ogni variazione invisibile agli altri, lo riconfortava nello spirito.

    Come in quel momento, alzando quasi senza accorgersene lo sguardo, seguiva lo sfrecciare d’un branco di rondini che coi loro strisi passavano rasente i vagoni.

    Non lo disturbava il rombo dei treni che rintronavano e il fischio correndo veloci.

    Il sole, stanco del suo volare, s’era abbassato sul pelo del Montalbano e la sua rossa imponenza avvampava la caligine in tutta la fascia infinita dell’ orizzonte.

    Un improvviso e misterioso raccoglimento segui un silenzio che sarebbe stato totale se l’ansare degli uomini sul carro, a tratti, non avesse incrinato quell’armonia.

    Fu in quel momento che uno strappo lacerato di telo, uno schiocco di legno troncato, un urlo, ruppero l’equilibrio.

    Dieci occhi, dal vagone, si girarono verso l’urlo, poi ognuno degli uomini si buttò alla meglio giù dal carro, ma tutti insieme furono al collo maledetto che sotterrava il Montanino.

    Dieci braccia, cinque ganci rabbiosi morsero il collo in un crepitare di teli sbranati; il collo gli fu sbarbato di dosso come un cipollino.

    Il Montanino, disteso, tentò di rialzarsi, ma si ritenne gemendo, il gancio ancora in mano.

    Un po’ di sangue gli si affacciò al naso.

    Il gambule destro dei calzoni s’era avvallato in un punto, come se sotto non ci fosse più la gamba e si stava inzuppando di sangue.

    Con gli occhi impauriti e quasi vergognosi, guardò i compagni e si fermò sul viso serio di Baruffa.

    Uno dei compagni corse via a chiamare la Misericordia, un altro strappò una giubba da un collo e gliela accomodo’ alla meglio sotto la testa.

    Ci fu qualcuno  ne disse: “ È una faccenda seria.”

    Tutti si guardarono in viso.

    Il Montanino pigliava il fiato a boccate, guardando il cielo, e parve non volesse cercare di capire.

    Chissà com’era successo. Nessuno cerco’ di sapere.

    Improvvisa, di la’ dal casciaio, una cicala levo’ il suo canto a distesa; il Montanino parve sentirla, giro’ il capo verso il tramonto e penso’: “domani sarà più caldo di oggi”.

    Chiuse gli occhi, senti’ il brusio d’una voce è il canto lontano della cicala.

    Ermanno Lastrucci

    Poggio a Caiano (Firenze)

    Il racconto, forse la storia di un dramma vero, di una tragedia epica che diventa tragedia del lavoro, arriva da un protagonista speciale, nato a Capezzana e vissuto al Poggio a Caiano, da Ermanno Lastrucci.

    Un operaio, un facchino, un autodidatta ed ancora prima partigiano, classe 1926. Un carattere schivo, forse solitario, sempre in movimento, sempre in bicicletta lungo via Roma. Un uomo semplice, dritto, poco disposto al compromesso, disperatamente attaccato alla fontana del sapere rappresentata dagli scritti del mondo, soprattutto di testi di storia e di politica. Un uomo orgoglioso del suo lavoro che trovava ristoro al duro lavoro quotidiano attingendo alla forza della parola scritta.

    Un lettore appassionato che ha lasciato la sua biblioteca di oltre 1500 volumi al Comune della sua Poggio a Caiano.

    Ermanno se n’è andato il settembre scorso, alla bella età di 93 anni. Ma la sua memoria non andrà persa.

    C’è da ringraziare in tutto questo anche il suo fratello Alessandro ed un ex dipendente del comune del Poggio a Caiano, Luigi Corsetti, scomparso anche lui di recente che insieme hanno voluto riportare alla luce questo tesoro di sapienza che forse altrimenti sarebbe andato disperso.

    Come c’è da ringraziare Alessandro che mi ha autorizzato a diffondere questo scritto, forte, denso di fatiche provate che racconta di quella intimità sofferta per il proprio lavoro.

    E tutto in quella nostra Prato che in quegli anni sembrava mangiare il mondo.

    La speranza, oggi che Ermanno se n’è andato, è che si riesca a dare voce e memoria a quest’uomo sensibile, curioso ed appassionato, tentando con l’aiuto di tanti di ricostruire altri tasselli degli anni passati del il tempo della Resistenza.

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