Radio Cora - Pezzino: Oltre all’uso politico della Resistenza, c’è molto terreno ancora da scavare anche per la ricerca sulla Resistenza”

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  • Pezzino: Oltre all’uso politico della Resistenza, c’è molto terreno ancora da scavare anche per la ricerca sulla Resistenza”

    E’ in queste parole di Paolo Pezzino, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, lo spirito che anima la prima edizione del convegno di due giorni a Milano “Cantieri: Resistenza e storia di Italia”, nel contesto del quale viene assegnato anche il Premio intitolato a Claudio Pavone, grande storico della Resistenza scomparso tre anni fa, in onore al ruolo da lui ricoperto nell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e in relazione ai suoi fondamentali contributi per la storia della Resistenza e la sua “moralità”.

    Apre i “Cantieri” Luca Baldissara, docente dell’università di Pisa, con una relazione costituita da una carrellata di su “Resistenza e storia di Italia”. “La Resistenza è diventata un oggetto storico, un prisma attraverso cui si riflette la storia del nostro paese”.

    Alla fine della guerra è immediata la sensazione che le forze della Resistenza abbiano perso “la battaglia politica” ma non quella “morale”. Per questo i protagonisti stessi si fanno storici, con la convinzione che la storia la possa fare solo chi l’ha vissuta. Negli anni ’60, poi, la storia della Resistenza diventa un mezzo per contestare l’indirizzo che ha preso l’Italia sotto la Democrazia cristiana. Una svolta metodologica si ha nel ’66 grazie a Quazza, il cui lavoro segna la fine della prima tranche di studi sulla Resistenza basati sull’accumulo di memorie e apre la stagione degli studi locali. Sempre Quazza, a metà degli anni’70, amplia il suo lavoro a fascismo e antifascismo a partire dal ’19, vedendo il fascismo come “reazione al governo giolittiano e al biennio rosso”.

    Negli anni ’80-’90 la storiografia della Resistenza viene messa in stand by e inserita nel quadro generale della Seconda guerra mondiale, ricomponendo storie che fino a quel momento sembravano separate. A seguito degli studi di Pavone, negli anni ’90 la storiografia sulla Resistenza tende a divaricarsi fra chi punta l’attenzione alla lotta contro il totalitarismo e chi pone al centro la popolazione civile in un contesto di “guerra totale”.

    È chiaro comunque che la Resistenza non aveva un programma preciso di riordinamento e che la visione di Parri come “interpretazione miracolistica della Resistenza” sia ormai superata. La seconda parte del “cantiere” vede come protagonisti i 10 finalisti del Bando Pavone, che presentano le loro proposte di ricerca. Spaziano dalla storia nazionale a quella locale. Fra le prime, la cooperazione fra forze britanniche e partigiani italiani; il difficile re/inserimento nel mondo del lavoro dei partigiani, che prende spunto da un’intervista a Pavone del ’93 “dovrebbe essere fatta una ricerca su ciò che i partigiani hanno fatto nella vita nella fase di transizione fra guerriglia e pace”. Una ricerca verte poi sulle reti di resistenza nei campi di concentramento e transito di Fossoli e Bolzano; un’altra sui processi agli ex partigiani per giustizia sommaria fra il 1948 e il 1953 e i rapporti con il PCI. Lo stesso lasso di tempo viene analizzato anche da Simona Salustri, con una tesi dal titolo “l’università alla sbarra”, che verte sul ruolo della Resistenza nell’epurazione degli atenei italiani, e da Alessandro Santagata che si interroga sull’ “uso non colpevole delle armi” e il problema della violenza che si posero i cattolici, con particolare attenzione al Veneto.

    Dalla macrostoria si passa alla storia locale con proposte di ricerca sulle bande partigiane fra Abruzzo e Molise lungo la linea Gustav; sui percorsi culturali, esistenziali e politici di una famiglia partigiana genovese; sul movimento di liberazione in provincia di Alessandria; sul tribunale del popolo di Trieste che fa un po’da ponte fra i tribunali militari jugoslavi e la “improvvisata” giustizia italiana, ispirata più al pragmatismo che all’equità.

    CHIARA NENCIONI

    Le molte proposte di ricerca dimostrano che non può né deve finire (anche se alcune forze politiche populiste e destrorse lo vorrebbero) lo studio della Resistenza, di quel “patto fra uomini liberi
    che volontari si adunarono
    per dignità e non per odio
    decisi a riscattare
    la vergogna e il terrore del mondo” come scrisse Calamandrei

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