Radio Cora - L’ultimo abbraccio di “Romeo e Giulietta di Sarajevo” in mostra a Venezia

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  • L’ultimo abbraccio di “Romeo e Giulietta di Sarajevo” in mostra a Venezia

    Quadro di Zec

    “Muore giovani chi è caro agli dei” recita un frammento di Menandro. Se così fosse, Boško e Admira sicuramente lo erano. 25 anni, ortodosso lui, musulmana lei. Il 18 maggio 1993 questa giovane coppia tenta di fuggire della pazzia della guerra che aveva colpito il loro paese. Nelle prime ore del pomeriggio, pensando che ci fosse già il cessate il fuoco, attraversano il ponte Vrbanja sulla Miljacka, a Sarajevo. Un cecchino colpisce dapprima lui, poco dopo anche lei, che si trascina fino al corpo dell’amato per abbracciarlo.  E così abbracciati muoiono. Rimangono l’uno nelle braccia dell’altra stesi sull’asfalto per 7 giorni perché nessuno osa spostarli dalla linea di demarcazione.

    Alla fine della guerra, nel 1996, i genitori di Admira (quelli di Boško non erano più in città: morto il padre, fuggiti in Serbia madre e fratello, lui era rimasto sotto le granate a Sarajevo proprio per amore di lei) li fanno seppellire insieme nel cimitero non confessionale della città. Boško e Admira, “Romeo e Giulietta di Sarajevo” come sono stati definiti,  con il loro amore e la loro morte divengtano l’emblema dell’ assurdità della distruzione della guerra. A loro sono stati dedicati anche un libro e una canzone e adesso è dedicato da parte del pittore bosniaco Safet Zec, il ciclo pittorico “Abbracci”. “I corpi dei cecchini non gli permetteranno di continuare, in qualche altro posto più felice, la storia d’amore che avevano cominciato; resteranno eternamente abbracciati sul ponte Vrbanja sul fiume Miljacka come simbolo e monito di quale oscurità può avvolgere la mente umana” scrive Zec in apertura di catalogo. Zec stesso conosce bene quella città e quell’assedio: infatti è dovuto fuggire da Sarajevo nel 1992 a causa della guerra ed ha trovato asilo in Italia, a Udine, per poi scegliere Venezia come sua città. In patria era il pittore più famoso ma nella guerra ha perso tutti i suoi quadri e le matrici delle litografie; solamente 11 pezzi della sua produzione precedente al 1992 si sono salvati perché esposti in musei e gallerie internazionali. Ed è proprio a Venezia che la mostra “Abbracci” è esposta nella chiesa di Santa Maria della Pietà sulla Riva degli Schiavoni fino al 31 ottobre. La mostra fa degli abbracci tra i due giovani di Sarajevo il soggetto e l’oggetto di una meditazione dolente sulla condizione umana che lo sguardo dell’artista ci restituisce in una scrittura sobria e sintetica nella quale le vibrazioni del colore (i toni grigi dello sfondo, il bianco dei vestiti, il rosso del sangue) e della luce disegnano insieme alta spiritualità e materialità corporea offese e vinte dalla guerra e dalla morte.

    A Sarajevo quella guerra, insieme alle vittime, ha ucciso l’idea stessa di una realtà multiculturale, esistente e coltivata da secoli, mentre il cosiddetto mondo civilizzato ha assistito per anni indifferente a quel conflitto, di cui Boško e Admira son diventati un simbolo: Eros e Thanatos.

    Chiara Nencioni

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