Radio Cora - Mafia/Antimafia: una memoria divisa in due

articoli

  • Mafia/Antimafia: una memoria divisa in due

    Che cos’è la mafia in Italia? Centosettant’ anni della nostra storia, direbbe lo storico Salvatore Lupo che ne ha discusso con il professor Paolo Pezzino, Presidente del Ferruccio Parri, alla gipsoteca di Pisa il 2 ottobre. Pezzino così definisce la mafia “una forma di criminalità organizzata che non solo è attiva in molteplici attività illegali, ma tende anche ad esercitare funzioni di sovranità, normalmente riservate alle istituzioni statali, su un determinato territorio, imponendo ad esempio una sorta di tassazione sulle attività economiche legali e dotandosi di un sistema normativo che prevede sanzioni violente per coloro che vi si oppongano devianti”.

    i tratta quindi di una forma di criminalità che presuppone alcune condizioni: l’esistenza di uno Stato di tipo moderno, che rivendichi a sé il monopolio legittimo della violenza, un’economia libera da vincoli feudali,
    fondata cioè sulla proprietà privata e sul mercato, l’esistenza di violenti in grado di poter operare in proprio, imponendo anche alle classi dirigenti la propria mediazione violenta.
    Naturalmente la debolezza dello Stato, ed in particolare la sua incapacità di garantire l’ordine e la sicurezza attraverso un apparato di polizia e strutture giudiziarie efficienti, sono condizione indispensabile per l’affermarsi di un potere alternativo violento; è più probabile, inoltre, che questo si affermi quando la società è in rapida trasformazione.

    Anche Lupo sottolinea che la forza della mafia sta “nell’intreccio fra interno ed esterno”, nella rete con i non affiliati, nella sua “politicità”, sul rapporto ondivago fra essa e lo Stato, attraverso una alternanza di tolleranza e repressione.
    Sì possono individuare almeno tre grandi cicli repressivi: sotto la destra storica, con il fascismo e quello che comincia con le indagini sfociate poi nel maxiprocesso conclusosi nel dicembre 1987, con pesanti condanne per i principali boss mafiosi, che ha rappresentato una prima reazione delle  istituzioni dopo anni di indisturbata mattanza di servitori. Purtroppo, però, anche durante questi cicli altri pezzi dello Stato hanno continuato a
    mantenere rapporti con associazioni mafiose.

    Lo dimostra la conduzione delle indagini sulla morte di Borsellino, “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, in cui soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, si resero protagonisti di tale disegno
    criminoso: copertura della presenza di fonti rimaste occulte, collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa del magistrato con gli appunti dell’attività svolta da costui nell’ultimo periodo della sua vita. La finalità era quella dell’ occultamento delle responsabilità di altri soggetti “nel quadro di convergenza degli interessi tra Cosa Nostra ed altri centri di potere che percepivano Paolo Borsellino come un pericolo”. Di assoluto rilievo, in questo senso, l’affermazione per cui risulta accertata una connessione tra la sottrazione dell’agenda rossa ed il depistaggio, di
    cui si è reso protagonista, assieme ad altri soggetti da identificare, l’allora Comandante della Squadra Mobile di Palermo, oggi deceduto.

    Ma neppure certi intellettuali, e neppure quelli siciliani, capirono l’importanza storica e morale di quel pool di magistrati che dettero la vita all’inizio degli anni ’90, studiando la mafia dall’interno come un
    “fenomeno umano” -per citare Falcone- attraverso il primo di una serie di pentiti, Buscetta, e ricercandone le connessioni oltre oceano, in America. Tra questi intellettuali c’è anche Leonardo Sciascia, il cui articolo I professionisti dell’antimafia molto ha fatto discutere per aver polemizzato contro l’operato di Leoluca Orlando a Palermo e la promozione di Paolo Borsellino alla procura di Marsala.

    Non si può sottovalutare il peso negativo che ebbero quelle parole di Sciascia: il famoso intellettuale, autore di romanzi di successo proprio sulla Sicilia e la mafia, stravolgeva il senso dell’azione di giudici e uomini
    impegnati, per la prima volta con un minimo di coerenza e coordinamento in un’azione contro la mafia, contribuendo a creare quell’isolamento –la cui responsabilità principale fu certo di altri ambienti, politico e giudiziari- che poi travolse quella stagione di speranza, ed, in alcuni casi, anche le vite dei protagonisti.
    Cosa spinse Sciascia a quell’intervento? Certamente l’anticonformismo e la volontà di puntare sempre all’altra faccia della luna, quella che non si vede, ma anche qualcosa di più specifico, attinente all’immagine della
    mafia che lo scrittore di Racalmuto aveva elaborato, un mafia “naturale” che per lui non cessava di essere un modo d’essere dei siciliani, forgiato dalla reazione alle secolare dipendenza dell’ isola da dominazioni “straniere”, la rivelazione di un loro particolare stato d’animo, di un atteggiamento nei confronti del mondo, della vita e della morte, metafora di un universo più ampio. L’accezione della mafia come modo di essere, stato d’animo, gli impediva di valutarla prevalentemente nella sua realtà storica di organizzazione criminale, passibile di sanzioni penali in quanto tale.

    Omertà, onore, rifiuto della giustizia ufficiale, mafia come autogiustizia, mafia benigna: è probabilmente questo il percorso alla cui conclusione troviamo l’attrazione per la mafia anche da parte di chi mafioso non è. E
    Sciascia non ne era esente: riconosceva alla mafia del passato, come quella che si era diffusa negli Stati Uniti fra gli emigranti siciliani, uno spiccato carattere “morale”, e confessava lucidamente in un’intervista a Marcelle
    Padovani pubblicata nel 1979: “Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro poiché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso. Così, lottando contro la
    mafia, io lotto anche contro me stesso, è come una scissione, una lacerazione”.
    Il famoso intellettuale non comprese così il valore dell’azione di quel gruppo di magistrati che per primi cercavano di colpire non la mafia-metafora, di cui tante volte aveva scritto, ma la mafia-organizzazione, e contribuì, con la sua autorità, ad un’operazione di restaurazione politica e giudiziaria che sarebbe costata cara alla collettività, oltre che a coloro che da quelle polemiche furono investiti.
    Il resto appartiene alla “memoria dell’antimafia”, una memoria “divisa”, potremmo dire.

    CHIARA NENCIONI

    570 Vis. 20 Vis. oggi