Radio Cora - Integrazione: la storia di Dorin, e gli errori delle ‘Buone intenzioni’

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  • Integrazione: la storia di Dorin, e gli errori delle ‘Buone intenzioni’

    Ha fatto molto discutere il racconto di Dorin, bambina rom (ma il testo non lo specifica) che vende fazzoletti al semaforo. La storia di Dorin é pubblicata nel libro per bambini Girogirotonda  dello scrittore Federico Taddia e ne é stato utilizzato un estratto in un testo scolastico di cittadinanza attiva pensato per la primaria e in uso in alcune classi a Pisa. Ad innescare la polemica un post della neo eurodeputata Susanna Ceccardi che, mossa dalla segnalazione di alcuni genitori,  ha tuonato sui social dicendo che in quel racconto si esaltano i comportamenti illeciti dei rom che diventerebbero modello educativo di riferimento, mentre Taddia spiega che la storia punta ad invitare i bambini a mettersi nei panni degli altri. Dorin sta al semaforo e ne pulisce i vetri, poi disegna in modo positivo chi le dà un soldino e negativo chi glielo rifiuta. La Ceccardi strumentalizza il testo per la consueta personale campagna anti-rom e l’autore del racconto ha naturalmente tutta la libertà di narrare secondo la propria sensibilità le vicende di una bambina. A me invece interessa quale tipo d’immagine rinforza quella novella se la immettiamo in un percorso scolastico di cittadinanza attiva. Mi pare che abbiamo un grande problema di metodologia nella costruzione della didattica per l’inclusione: rischiamo di edificare le categorie utili ai razzisti, proponendo un mondo in cui si descrivono i rom come naturalmente destinati all’accattonaggio e ad una povertà senza riscatto. La storia di Dorin é un racconto problematico proprio perché inserito in un percorso  di cittadinanza, ma non per le razzistoidi questioni Ceccardiane, ma perché schiaccia l’acceleratore sullo stereotipo etnicizzante che chiude i rom in una gabbia strettissima, quella del ‘voi siete così, noi vi guardiamo e vi accettiamo’ e tutto ciò rende un pessimo servizio ai rom  che in maggioranza non sono Dorin e che quando si trovano in quelle condizioni, lo fanno a causa della povertà e della segregazione e non per quieto vivere o per scelta culturale. Il testo invita chiaramente a camminare nelle scarpe degli altri ed é un bene, ma la domanda da porsi quando lo si inserisce nel volume di cittadinanza attiva é anche se quella storia stia fornendo l’immagine corretta di un popolo già pesantemente discriminato e la risposta é chiaramente no; quanto sarebbe più bello leggere di una delle tante storie di riscatto, pure reali, sulle quali romanzare anche una novella e quanto farlo darebbe voce ai temi dell’articolo 3 della Costituzione. Non mi pare più sufficiente puntare sulla costruzione del solo senso della tolleranza, perché questa non crea campo di relazione, si limita a metterci in osservazione passiva. Certo chi é tollerante non tira una molotov in un campo, ma ci aiuta poco nei percorsi di vera inclusione reciproca. E così mi torna in mente un bel pezzo di Ascanio Celestini su come si divide il mondo è non descrive una divisione etnica, ma tra ricchi e poveri: “Io sto fermo al semaforo nella mia auto. Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli dò un calcio nelle palle. Anzi no, gli dò un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli dò un calcio nelle palle…Io sto fermo al semaforo nella mia auto. Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso gli dò un euro e una pacca sulla spalla. Dieci-cento-mille volte di seguito gli darò una pacca e un euro, poi una volta ogni tanto arriverà il momento del calcio nelle palle. Tanto per ricordare a tutti che il mondo non si divide tra buoni e cattivi, dove i buoni sono quelli che danno gli euro e le pacche, mentre i cattivi sono quelli dei calci nelle palle. Il mondo è un’automobile e chi sta dentro comanda, chi sta fuori lava il vetro. Chi sta dentro decide se dare calci o pacche sulle spalle, chi sta fuori può soltanto prenderle. E tornarsene a casa con le palle rotte o con gli euro nelle tasche”.

    LB

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