Radio Cora - La sottile zona rossa (2000)

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  • La sottile zona rossa (2000)

    C’è il «rischio di toscanizzazione dell’Italia», la sinistra in regione rappresenta «il vecchio, la conservazione di interessi consolidati, il consociativismo […] fedele prosecutrice dell’ideologia comunista»: con la sua presenza a Livorno e una lettera pubblicata su «La Nazione» nell’aprile del 2000, Silvio Berlusconi esterna il consueto cliché elettorale in previsione delle regionali.

    Altero Matteoli

    Ci sono segnali incoraggianti per il centro-destra, perché negli anni precedenti sono state conquistate Lucca, Grosseto, Arezzo, Montecatini Terme e Forte dei Marmi. Riccardo Migliori, deputato AN, chiede il voto «non per rendere più forte l’opposizione ma per governare la Toscana»; stessa richiesta proviene dal candidato alla presidenza della Regione, Altero Matteoli: «è arrivato il tempo dell’alternanza», si deve «scegliere sulla base dei programmi, fra una sinistra egemone che ha fondato la sua egemonia sulla mediazione e un centro-destra che vuole governare e decidere». Come Del Debbio cinque anni prima, il Polo descrive il sistema socio-politico che vuole cambiare: Francesco Bosi (CCD) parla di «sistema clientelare di potere attraverso cui la sinistra in Toscana si auto conserva», un sistema basato sull’appoggio delle coop rosse – come sostiene il collega di partito, Carlo Giovanardi – definite «gigantesca macchina di potere che ha distorto le regole di mercato». Siamo però a una fase nuova, generazionale e culturale, per cui – come auspica Marcello Pera (FI) – è ormai «finito il voto d’inerzia, dato per trasmissione ereditaria, e quindi dopo il muro di Berlino è destinato a cadere anche il muro di Piombino».

    Claudio Martini

    Sull’altro versante – citando Rosy Bindi – «non c’è l’affanno della vittoria» proprio perché per il centro-sinistra il modello regionale funziona: il candidato alla presidenza, Claudio Martini propone di «esaltare al massimo il modello toscano tenendo costantemente d’occhio qualità e quantità della crescita». Tradizione, quindi, ma anche cambiamento, che si riflette in una campagna elettorale curata da Guelfo Guelfi all’insegna dello slogan «Il nostro mondo libero», impostata su un cambio di passo rispetto alle competizioni precedenti e lontana dall’iconografia classica. Martini è fotografato mentre fa yoga, le immagini e le parole trasmesse sono permeate di new age, colori, musica, natura: la Toscana del futuro è rappresentata da manifesti di mamme con pancioni, coppie di giovani e anziani che si baciano sullo sfondo di paesaggi toscani, scogliere e uliveti. Tuttavia quel simbolismo non riesce a nascondere le difficoltà del centro-sinistra, che a livello nazionale mostra il fiatone, o peggio – come annota Sandra Bonsanti – è «invaso da una irrefrenabile voglia di autodistruzione», alle prese con una «guerra fra fazioni» dopo l’allontanamento di Prodi. Anche per questo c’è chi auspica, come Luigi Berlinguer, che sia di nuovo la Toscana (come cinque anni prima) «laboratorio per un nuovo centro-sinistra e un nuovo Ulivo».

    Più che di modello regionale si dovrebbe parlare – come indicano le ricerche di Alessandro Cavalieri e Sabrina Iommi – di tante “Toscane nella Toscana”, fatte di sistemi locali di piccola e media impresa messi alla prova dalla fase della deindustrializzazione, senza un terziario che possa controbilanciare in termini d’impulsi modernizzatori. Un policentrismo sempre meno manifatturiero che muta di conseguenza la composizione degli attivi: cala il peso della presenza operaia, dal quasi 50% degli anni Ottanta a poco più del 40% nel decennio Novanta e aumenta in quella porzione il ricorso al lavoro interinale, con 15.000 assunzioni nel 2001 che interessano 2.100 imprese toscane; crescono i lavoratori in proprio e il ceto impiegatizio (ciascuno copre il 20% del totale); cresce la quota di imprenditori e liberi professionisti, che rappresentano il rimanente.

    Una società multicomposita e molecolare che scioglie il dilemma tra produzione e consumo in favore di quest’ultimo, sintetizzabile nell’emblematico contrasto tra il brillante dilagare della grande distribuzione regionale (9 ipermercati, 28 supermercati e 12 centri commerciali che coprono il 40% della vendita alimentare) e le sorti incerte del manifatturiero artigiano. Quest’ultimo, fra capisaldi del sistema produttivo locale, lancia il suo grido d’allarme. Un’indagine di Irpet e Unioncamere mette in evidenza il tramonto di un ciclo: «un certo mondo è finito. Per le aziende artigiane che sono e restano troppo piccole non c’è futuro. Per quelle che non fanno innovazione e non si mettono al passo coi tempi non c’è domani». L’Osservatorio Regionale Toscano sull’Artigianato rincara la dose, con un’indagine su 6.000 imprese: diminuisce il volume d’affari del settore moda, va male il manifatturiero e peggio ancora il tessile. L’anno successivo, 2001, è Unioncamere regionale a dichiarare il «cronico stato di generale debolezza strategica» della microimpresa. Su questo tema CNA e Confartigianato regionali escono con un documento congiunto: di fronte alla globalizzazione «da sola la microimpresa è destinata a retrocedere». Nella miscela tossica che fa deperire il settore, c’è anche l’assenza di ricambio generazionale alla guida delle aziende, denunciato già cinque anni addietro dal presidente di CNA Prato, Daniele Biffoni, evidenziando che l’artigiano pratese più giovane si aggira sul mezzo secolo di età. Lo dice la CNA pratese e lo dice più in generale, sul mondo delle imprese, un’indagine del Centro Studi di Mestre pubblicata su «Il Sole24Ore»: nel 2000 in provincia di Firenze ci sono 12.361 aziende guidate da under 30, pari al 6,4% del totale gigliato. Nel pratese sono 4.483, pari al 6,95% del totale laniero.

    Il mondo economico è in fermento, le rigidità del mercato del lavoro vacillano: secondo un’indagine del CNEL il posto fisso resta una méta, a fronte dei modelli flessibili che si vanno formando. Flessibile è però anche l’orientamento al voto: la stessa indagine indica uno spostamento verso l’astensione, il 68% degli intervistati in regione dichiara di non sentirsi rappresentato politicamente. Tutto ciò in un’Italia «incerta, confusa, impacciata» – come dice il presidente di Eurispes, Gian Maria Fara, a commento del Rapporto 2000 – un Paese «alla ricerca di una credibile leadership politica», ma «acefalo» e generante la «disaffezione degli elettori». È in questo clima di incertezza per il futuro che si va al voto: si reca ai seggi il 76,69% degli elettori della provincia fiorentina, e di questi il 6,27% inserisce nell’urna la scheda nulla o bianca; ancora più bassa l’affluenza nella provincia pratese: 75,32% di cui ben il 14,5% di schede bianche o nulle. Il mercato del voto – come osserva Antonio Floridia – è più «aperto e competitivo» all’interno di un «bipolarismo frammentato» in cui l’elettorato, distaccato e critico verso la politica, si sente di appartenere più agli schieramenti che a singoli partiti. Questi ultimi – prosegue Floridia – registrano una crisi più «acuta» nei centri urbani, dove si assiste a un marcato allentamento delle basi comunitarie e più in generale a «segni di crollo dell’egemonia politica della sinistra», un «rapido scolorirsi del rosso» sulle mappe elettorali. Un segnale aggiuntivo proviene dal voto, che peraltro smentisce l’atteso “effetto-candidato”: la coalizione di centro-sinistra vince con il 50,3% ma le preferenze per Martini sono sotto di un punto (49,3%), mentre il centro-destra ottiene il 40,58% e Matteoli qualcosa meno (40,05%). In provincia di Firenze i DS sono maggioranza assoluta in 5 Comuni, a fare da portabandiera i “soliti” partiti di Castelfiorentino (59,02%) e Certaldo (55,63%); in provincia di Prato la Quercia è dappertutto maggioranza relativa, con i migliori risultati a Vernio (47,25%) e Cantagallo (42,25%). Rifondazione Comunista, in discesa a livello regionale, ha le sue basi più forti nel Mugello, a Borgo San Lorenzo (13,54%) e San Piero a Sieve (13,17%), e nella Val di Bisenzio, a Vernio (8,02%) e Vaiano (6,55%). I due principali partiti del centro-destra vanno prevalentemente meglio nei territori già di pertinenza democristiana e missina. AN è al 19,14% a San Godenzo e al 16,7% a Firenze; al 19,61% a Poggio a Caiano e al 18,53% a Carmignano; FI è partito di maggioranza relativa a Londa (34,58%), mentre è secondo partito altrove, con Rufina (24,86%), Prato (21,43%) e Carmignano (21,34%) migliori piazzamenti. L’apparenza inganna, la tradizione sembra confermata, ma – avvertono Carlo Baccetti, Mario Caciagli ed Emmanuel Négrier – ci sono elementi di novità che confermano le riflessioni di Floridia: il centro-destra al 40% non crede più impossibile la competizione, e prende coraggio; il PRC è in discesa rispetto al 1995, dal 11,1% al 6,7% per la lista e dal 12,4% al 7,7% per il candidato; infine, per effetto di delusioni, critiche e disorientamenti, aumenta il tasso di astensione, 25,4% contro il 14,9% del 1995.

    Numeri che costutiscono un fattore endogeno di squilibrio politico dei territori, ma che non bastano a definirne la crisi. Con l’ingresso nel XXI secolo – dice il Rapporto Censis 2001, i soggetti economici nazionali subiscono le conseguenze dello scenario planetario, i localismi ne risentono più che negli anni precedenti. È in atto una «torsione dolce» dello sviluppo che riconfigura gerarchie, connotati e meccanismi dei sistemi locali. In particolare i distretti industriali vengono posti sotto esame da tale cambiamento, fatto di globalizzazione ed estensione dei confini competitivi. Una sfida che rende – commenta il centro studi – «quanto mai azzardato per una comunità dipendere completamente da un’unica specializzazione produttiva». L’impianto delle relazioni locali fra attori economici, sociali, politici e istituzionali è in profonda trasformazione e rispetto a trent’anni prima la sua fisionomia è quasi irriconoscibile. A partire dal sindaco: la massima figura di riferimento dell’ente locale, tipica della “golden age” è rimessa in discussione dai centri decisionali sovranazionali, dai vincoli finanziari ed economici dei Comuni e da una governance territoriale più articolata, decentrata e complessa, costituita da un mix di uffici tradizionali, servizi esternalizzati e multi-utilities di nuova fattura. Diversi dal passato, colti – come commenta Floridia per le successive elezioni politiche – da «debolezza», «precarietà» e «fragilità organizzativa», lo sono anche i partiti, che non riescono a impedire «il progressivo diradarsi del loro radicamento territoriale», né riescono evidentemente – come osservano Baccetti e Négrier nel 2001 – a tessere «legami» con le nuove figure sociali e professionali emerse negli anni Novanta. E se da un lato è misurabile la dispersione del «capitale sociale» partitico – come annota Marco Almagisti – dall’altro si allunga la distanza dalle nuove generazioni e dalle forme autonome di auto-organizzazione dei molteplici comitati spontanei e dei “girotondi”. Un volto nuovo ma angustiato e sofferente, come si è già detto, lo mostrano in buona parte le categorie economiche, le associazioni datoriali e sindacali, molte in crisi di autorigenerazione, di rappresentanza e di rappresentatività. Si tratta di una fase di ulteriore diradamento egemonico e di consenso nelle zone della subcultura rossa, che tra i Cinquanta e i Settanta del secolo precedente si era espansa a “macchia d’olio” e agli inizi dell’odierno si assottiglia, avviandosi – per citare una recente opera di Caciagli – a dare l’«addio alla Provincia rossa».

     

    Riccardo Cammelli

     

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    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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