Radio Cora - IL CAPORALATO, LA STORIA DI HYSO E DI UN MONDO CHE BADA ANCORA A SE STESSO

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  • IL CAPORALATO, LA STORIA DI HYSO E DI UN MONDO CHE BADA ANCORA A SE STESSO

    Nel ventennale della sua uccisione Libera sta promuovendo tre giorni di memoria e impegno dal titolo “Il dolce sorriso di Hyso Telharaj”. Saranno ospiti della terra della Capitanata, di Libera, della comunità pugliese Suzana e Ajet Telharaj – fratelli di Hyso Telharaj che arriveranno dall’Albania per ricordare il loro fratello assassinato dal mondo del caporalato. Non sarà solo un ricordo, non sarà occasione solo di fare memoria per uno dei tanti martiri del lavoro.

    Hyso era un giovane di 22 anni che lavorando come bracciante aveva maturato la coscienza di resistere alla forza del caporalato che tutto poteva e può ancora oggi. La sua è una delle tante vicende legate allo sfruttamento delle persone, dei lavoratori che sono impegnati non solo nella raccolta dei frutti della terra, ma anche nel tessile del pronto moda oppure in forme più subdole di sfruttamento nei confronti dei più deboli.

    Storie hanno portato drammaticamente alla luce storie di antiche fatiche, fatte di dolore e anche di morte, culminate con la fine delle esistenze alcuni anni addietro di Mohamed e di Paola, la donna, la madre di tre figli, stroncata sembra da un infarto mentre era impegnata in un lavoro legato alla raccolta dell’uva. Paola, ad esempio, faceva più di 150 chilometri al giorno per recarsi a un lavoro sfiancante per un compenso fatto, di poco più, di un elemosina l’ora. Come tante altre donne, come tanti migranti impegnati sotto il sole cocente. Era morta mentre faceva più del suo dovere.

    Ma l’elenco di questi fantasmi di cui i nomi, le storie vengono alla luce troppo frettolosamente è lunghissimo, infinito.

    Frugando nelle cronache si trovano a fatica perché sono la vergogna di una società che deve ricostruirsi.

    La storia di Hyso è anche questo è il racconto di un silenzio lungo, infinito che inizia precisamente l’8 settembre del 1999 quando la vita di Hyso finisce per mano della mafia ma anche nella memoria collettiva del Paese che lo ospitava.

    Disturbava sapere di quel giovane che era stato assassinato per non aver ceduto al ricatto dei caporali, della mafia del posto. Disturbava perché quella mafia, quel caporalato, quel sistema gli aveva “offerto” un lavoro, una occasione. Ed Hyso aveva scelto l’Italia con la speranza e la voglia di costruirsi una vita nuova perché il suo Paese non riusciva a offrirgli niente.

    Era l’ultimo di una famiglia di 6 figli.  Già a tredici anni aveva dovuto lasciare la famiglia in difficoltà, anche per le condizioni del padre malato, andando a lavorare in Grecia come muratore. Le cose erano andate bene tanto che era tornato a casa e si era impegnato a costruire casa per la famiglia, aveva il sogno di tornare a studiare. Ma le crisi ripetute e crescenti non davano speranze neppure ad uno con un carattere determinato e forte come il suo.

    Sono gli anni in cui le coste italiane rappresentano “l’Amerika”. È li che sbarcherà insieme ad un cugino per andare subito dopo a raccogliere i pomodori. Anche lui era diventato un bracciante che raccoglieva i frutti della terra nei pressi di Cerignola. La sua tenacia e il suo senso di legalità, però, si scontrarono con il sistema messo in piedi dalle organizzazioni criminali che spesso regolano ancora oggi i lavori degli stagionali. La ‘ribellione’ di Hiso non poteva essere accettata. La sua contrarietà non andava tollerata, poteva essere un germe pericoloso.

    E così la decisione di assassinarlo fu presa anche ‘per dare un esempio’. Per rendere chiaro chi fosse a comandare. La sera del 5 settembre 1999, gli dicono che le persone a cui si è opposto lo stanno cercando insieme al cugino.Non fuggono, restano nel casolare che fino ad allora ha offerto un po’ di riparo.

    È li che li trovano quattro persone armate guidate da un “imprenditore” del luogo. Hyso ed il cugino vengono picchiati selvaggiamente, ma non basta. Partono nove colpi di arma da fuoco. Simon, il cugino, viene ferito alle gambe. Hyso invece morirà tre giorni dopo, l’8 settembre del 1999 per le ferite riportate. La storia, nella sua completezza, non verrà che alla luce però tempo dopo. La sua stessa famiglia sembrerà prigioniera di un un evento così triste, devastante. Così tanti che quando

    Ayet il fratello maggiore sarà informato che Hyso è stato ucciso deciderà di non raccontarlo. Il fratello terrà per se tiene per sè quello che c’è dietro quella fine prematura. Non vorrebbe dare altro dolore alle sorelle e alla madre e per  20 giorni non dice niente a nessuno. Soffre in silenzio fino all’arrivo della salma di Hyso in Albania il 26 settembre. Hyso verrà sepolto nella sua terra ma della sua storia, di quella fine orrenda nessuno avrà il coraggio di parlarne. Neppure all’interno della sua famiglia.

    Saranno gli anni dopo, precisamente nel 2012, a risvegliare la storia, la memoria, grazie ad una ragazzina di appena 11 anni. Ajada, poco più che una bambina, partecipa ad un campo di Estate Liberi a Mesagne, nella villa confiscata al boss della SCU Donato Screti. Un pomeriggio all’ombra degli ulivi della villa confiscata, un volontario di Libera racconta la storia di Hyso. Ajada rimane commossa dalla storia. Nei giorni seguenti il suo pensiero torna al racconto e decide rintracciare la famiglia.

    Vuole con determinazione far conoscere loro la triste storia di Hyso ma anche renderli partecipi della memoria che proprio Libera porta avanti. Vuole far in modo di avvertirli che Hyso il 21 Marzo di ogni anno viene ricordato nell’elenco delle vittime delle mafie. E fra tutte le cose vuol far vedere ai suoi cari che addirittura l’associazione che combatte le mafie, le ingiustizie ha dedicato a quel loro caro il nome un vino. Il frutto dell’uva raccolta in un terreno del Salento confiscato alle mafie. Il simbolo del riscatto di uno Stato contro le prevaricano.

    E l’occasione arriva perché Ajada è di origine albanese e una estate durante un viaggio con i suoi cari riesce a conoscere la famiglia di Hyso.

    Racconta a loro la storia di Hyso, di quella fine ma anche che in Italia qualcuno ricorda il loro caro. Tra di loro non c’è solo la forza delle parole ma anche la concretezza di quella bottiglia di vino, con l’etichetta che racconta di una memoria che ha trovato un punto. Inizia qui un cammino in comune, di strade che si incrociano, di verità rivelate che portano fino ai nostri giorni, a questo anniversario dei venti anni della sua morte.

    La sua storia, la sua tragica fine, dunque non fece che qualche rumore e decisamente poco scandalo e sarebbe stata dimenticata se non fosse stato appunto per l’impegno di Ajada e di Libera, l’associazione di don Ciotti, impegnata su tutto il territorio nazionale nel contrasto nei confronti delle mafie, che prese a cuore la sua memoria.

    Grazie a loro grazie a queste testimonianze, all’impegno che la storia di Hyso continua, ancora oggi a venti anni di distanza, ad essere viva.

    Per ricordarci la forza di una persona con un alto senso della giustizia. E ricordare Hyso Telharaj, significa dunque ravvivare l’esempio in persone che, pur nel bisogno, non sono disposte a cedere alle mafie del caporalato. Vuol dire che dobbiamo continuare a chiedere la completa attuazione delle norme contro il caporalato, una loro integrazione ma anche che tutto ciò porti ad un risveglio delle coscienze.

    Perchè quelle leggi malgrado siano nuove, spesso sembrano già dimenticate, perché mancando di applicazione non salvaguardano i più deboli solo e rischiano di servire solo a lavare qualche coscienza.

    LUCA SOLDI

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