Radio Cora - Serve parlare (ancora) di Shoa?

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  • Serve parlare (ancora) di Shoa?

    L’Istituto nazionale Ferruccio Parri, ovvero la Rete nazionale degli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea, ha organizzato ad Assisi dal 29 al 31 agosto una Summer school sulla didattica della Shoah.

    Si parla ancora della Shoah? qualcuno potrebbe obiettare. C’è un iper esposizione su questo argomento che può creare anche involontarie crisi di rigetto. La Shoah, infatti, è diventata uno dei principali temi della didattica della storia, soprattutto dopo che, con la proclamazione del 27 gennaio come giorno della memoria, gli insegnanti  si trovano ogni anno a impostare un lavoro in classe sui temi indicati dalla legge istitutiva.

    L’Istituto Ferruccio Parri, infatti, si interroga anche sul come fare didattica della shoah, in modo tale che il 27 gennaio non sia una celebrazione doverosa ma sterile. La Summer school si propone di offrire un’informazione aggiornata sulle principali tematiche relative alla storia e alla memoria della Shoah, attraverso relazioni frontali affidate a noti studiosi; di riflettere sulle ricadute didattiche degli argomenti trattati, con un’ampia scelta di laboratori condotti da esperti; di ascoltare e discutere le esperienze di colleghi che hanno seguito corsi di formazione in alcune delle principali agenzie educative che si occupano di didattica della Shoah in Italia e all’estero.

    In chiusura della Summer School il Presidente Paolo Pezzino pone nuovamente la domanda iniziale: valeva la pena di organizzare una Summer School sulla didattica della shoah? Ela risposta è sì! Non solo perché l’affluenza -120 docenti in versione di discenti più altri 70 tra tutor e relatori- dimostra l’interesse per la materia trattata, ma perché la shoah è un argomento che offre nuove problematiche, pone nuove questioni, solleva nuovi temi. “Noi dobbiamo fare gli storici, non i militanti della memoria. Non dobbiamo avere il delirio di onnipotenza di forgiare la coscienza civile, questo è il compito dello stato, ma il nostro compito è di contrastare quando false memorie si affermano (e a questo proposito cita il caso di Gino Bartali, ritenuto, probabilmente erroneamente o comunque senza sufficienti prove, giusto fra le nazioni), e di stare attenti più ad analizzare il ruolo dei persecutori che delle vittime, perché questo ci può dare risposte sul meccanismo della macchina della persecuzione, non sul perché l’olocausto è stato possibile ma sul come è stato possibile. Lo studio della Shoah può attrezzarci di fronte a tematiche che ci coinvolgeranno sempre di più: il diverso non è più tanto l’ ebreo ma il migrante”.

    Insomma, come dicono gli studiosi del memoriale della Shoah di Parigi: “the holocaust as a starting point”.

    CHIARA NENCIONI

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