Radio Cora - Gleiwitz e il potere della menzogna compiacente

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  • Gleiwitz e il potere della menzogna compiacente

    Il 31 agosto di ottant’anni fa un gruppo di SS al comando di Reinhard Heydrich mise in scena quello che sarebbe dovuto essere l’inganno del secolo: un commando tedesco travestito con le uniformi dell’esercito polacco prese d’assalto la stazione radio di Gleiwitz, cittadina tedesca al confine polacco, occupandola e inviando un falso proclama di insurrezione ai polacchi che vivevano nel Terzo Reich.

    In risposta alla finta aggressione il giorno successivo Hitler diede ordine di invadere la Polonia.
    Apparve subito chiaro che l’operazione non poteva essere attribuita ai polacchi: troppe
    incongruenze, troppi errori formali, disattenzioni. L’inganno del secolo si rivelò dopo poco solo una farsa mal riuscita. Ma nel mentre la guerra era stata dichiarata, e dopo poco la Polonia aveva cessato di esistere.
    In Germania, che si preparava all’invasione da mesi, alla farsa di Gleiwitz credettero praticamente
    tutti: nessuno diede credito alle voci dissonanti, nessuno si chiese perché il governo polacco avesse
    scelto di provocare così un paese con cui stava cercando un accordo confinario; nessuno sollevò
    dubbi sulla tempistica dell’attacco, che seguiva di poco la scadenza dell’ultimatum di Hitler sul
    possesso di Danzica.
    La logica era totalmente a sfavore dell’assalto di Gleiwitz, eppure l’assalto a Gleiwitz venne preso per
    buono, e l’indignazione tedesca si sfogò sui confini polacchi. Perché?
    Perché Gleiwitz era quello che la Germania voleva sentirsi dire. Perché era meglio pensare al
    governo polacco come aggressore e fomentatore d’odio, piuttosto che come vittima nel mirino di
    Hitler. Perché una guerra è sempre meglio iniziarla nel giusto, e da aggrediti, anziché da aggressori.
    La grossolana messinscena di Gleiwitz è un monito sulla forza del racconto. Per lo più, noi si vuole credere a quello che ci fa piacere credere. Fa nulla che il racconto non sia aderente alla logica e alla
    realtà fattuale, se aderisce alla realtà che piace a noi.
    Oggi un sistema poco meno grossolano di quello escogitato da Heydrich continua a raccontare storie
    che evidentemente ci piace ascoltare: a un intero paese viene detto che un’invasione straniera lo
    sommergerà, viene raccontato di masse informi che vogliono impossessarsi delle sue ricchezze, di un
    intero continente, quello europeo, che non comprende le sue necessità e lo schiavizza, e di un altro,
    l’Africa, che vuole derubarlo. E il paese, quello in cui viviamo, a queste bufale ci crede.
    Poco importa se l’Italia è in evidente crisi demografica e ha bisogno di apporti di manodopera
    dall’estero anche solo per mantenere i servizi essenziali sul medio periodo; poco importa se in
    Europa questo paese semplicemente non si presenta, nemmeno per chiedere aiuto, e in Africa come
    in altri luoghi, continua a essere presente con politiche di rapina difendendo i propri interessi manu
    militari.
    Il racconto dei dati non è bello quanto la favola di un mondo in cui siamo contemporaneamente vittime ed eroi: meglio, molto meglio, cercare la colpa delle nostre insoddisfazioni dappertutto fuorché dove la logica ci porterebbe a cercarla, cioè nei nostri comportamenti.
    La propaganda non era ottant’anni fa a Gleiwitz, e non è nemmeno ora, una bacchetta magica che
    riprogramma le menti. La gente, tutti noi, crediamo con più facilità a quello che ci piacerebbe fosse
    vero: perché ci piace più essere rassicurati che conoscere, alla verità preferiamo una consolatoria
    pacca sulle spalle.
    Una delle torri della radio di Gleiwitz, oggi Gliwice, in Polonia, è ancora in piedi, e ci ricorda che
    spesso la “verità” di un dato periodo non è altro che la favola che va per la maggiore in quel periodo.
    Nel 1939, ottant’anni fa, era meno faticoso credere ai cattivi polacchi piuttosto che affrontare il tema del consenso al nazismo e alle sue politiche aggressive.
    Oggi, in fondo la lezione è la stessa: se la realtà è faticosa basta cambiarla, scegliendone una che sia
    in tinta con le paure del momento.
    Francesco Filippi
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