Radio Cora - Museo audiovisivo della Resistenza, il cuore della rivolta

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  • Museo audiovisivo della Resistenza, il cuore della rivolta

    E’ intorno ad esso, fisicamente e non, che si svolge il festival “Fino al cuore della rivolta” di Fosdinovo.
    Matteo Del Vecchio, direttore del Museo, in apertura di questa edizione, spiega che esso è
    condiviso fra le province di Massa Carrara e La Spezia e tra i comuni di Fosdinovo, Sarzana, Lerici,
    Castelnuovo Magra. L’edificio era un’ ex colonia estiva per i bambini costruita dai partigiani dopo la guerra. Poi abbandonata, è stata ristrutturato per crearvi il Museo, inaugurato il 2 giugno 2000.
    Paolo Pezzino, il presidente del comitato scientifico del museo, spiega che è stato progettato da Studio azzurro di Milano, che ha creato i pannelli video, mentre i contenuti sono stati curati da Pezzino stesso,Giovanni Contini e Francesca Pelini.

    Articolo di CHIARA NENCIONI

    Entriamo nel museo, in penombra. Qui non si trova una riga (generalmente nei musei di storia si trovano
    pannelli noiosissimi) ma siamo accolti da grandi schermi con sei “faccioni”, quelli dei testimoni intervistati,
    che attraverso le rughe, il candore dei capelli, i segni del tempo e dell'età, rimandano l'eco di altre vite,
    vicine e parallele a quelle che ci vengono narrate. I sei volti corrispondono ai sei nuclei tematici del museo:
    contadini, partigiani, stragi, deportati, donne, calendario.
    Il tavolo al centro è l’essenza del museo, una superficie della memoria, che accoglie le testimonianze e la
    storia: se sfiorato, restituisce ai visitatori suoni e immagini. Antiche forme narrative -come la tradizione del
    racconto orale- e nuove tecnologie -come videoproiezioni sincronizzate e interattive- convivono nel grande
    tavolo del museo, a sua volta sovrastato da un lungo schermo su cui vengono proiettati i volti, antichi e
    spesso sconosciuti, dei protagonisti e dei testimoni della Resistenza.
    Lo schermo, sottile velo verticale, corre per tutta la lunghezza del tavolo e ne divide i due lati: esso
    rappresenta il luogo della memoria, dei ricordi, delle testimonianze appassionate.
    Il museo, infatti, è organizzato su due livelli: la narrazione dei testimoni e gli elementi audiovisivi (filmati,
    fotografie) che vengono proiettati su grandi libri di legno a corredo di ciò che il testimone sta raccontando.
    Quando lo spettatore entra, ha davanti schermi grandi con il volto dei testimoni statici. Sfiorando appena
    con un solo movimento la superficie dei libri, i volti degli uomini e delle donne si animano, prendono vita ed
    iniziano a narrare.
    I testimoni, persone anziane che nei monti vicino a Fosdinovo hanno vissuto e/o visto la Resistenza, sono
    stati ascoltati tutti fra il 1999 e il 2000 dagli storici del comitato scientifico, che ponevano loro le domande;
    le riprese sono state realizzate dall’équipe tecnica di Studio azzurro che ha prodotto ore e ore di
    registrazione. Le testimonianze sono state poi ridotte a frammenti, non più lunghi di un minuto e mezzo,
    con un’opera certosina di montaggio che le organizzasse secondo un filo logico e narrativo coerente con gli
    argomenti che si volevano trattare. E’ quindi l’ordine di questi frammenti che fornisce il senso della
    narrazione. Lo spettatore che entra la trova ferma là dove l’ha lasciata lo spettatore precedente.
    In complesso il museo tende a fornire una ricostruzione, esclusivamente tramite testimoni dell’epoca, della
    storia ma più che altro della soggettività di chi ha attraversato quel periodo così difficile. La narrazione non
    indulge a nessuna retorica ma evidenzia anche i punti critici della relazione fra partigiani e popolazione, ad
    esempio per quel che riguarda i rapporti con i contadini (primo “videolibro”), che erano improntati non solo
    alla solidarietà ma anche ad una certa preoccupazione per le possibili conseguenze -ad esempio
    rappresaglie- che l’aiuto ai partigiani avrebbe potuto portare loro e alle loro famiglie. Il “videolibro” sulle
    stragi non manca di delineare le diverse strategie che le formazioni partigiane adottavano per prevenire
    rappresaglie nei confronti della popolazione civile, un tema che solo alcune di esse ritenevano meritevole di
    essere preso in considerazione, perché avrebbe potuto condizionare comunque l’attività militare.

    Ad ascoltare tutto, trascorrono quasi tre ore nel museo. Quando si esce, passando anche dalla penombra
    interna alla luce abbagliante della giornata estiva, si prova un senso di straniamento e sembra di compiere
    un balzo fuori dal tempo di 75 anni. Il festival, con la sua musica e la sua atmosfera, ti travolge di nuovo. Ma
    fra le tante facce di giovani che cenano e ascoltano dibattiti e musica, rimangono impressi in i volti di quei
    testimoni di altri tempi, felici di aver passato ai partecipanti di Fino al cuore della rivolta la loro “staffetta
    partigiana”.

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