Radio Cora - Di fronte alla morte siamo tutti uguali. Tranne che per i razzisti

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  • Di fronte alla morte siamo tutti uguali. Tranne che per i razzisti

    L’omicidio efferato del povero Mario Cerciello Rega, il giovane carabiniere trentacinquenne ucciso con otto coltellate da uno studente americano al culmine di una folle notte tra alcol droga rapine e ricatti, nella sua tragicità, rappresenta un ottimo punto di osservazione per misurare la temperatura del razzismo ‘democratico’ nel nostro Paese.

    Un razzismo più pericoloso perché non espresso apertamente, anzi platealmente negato, che sta avvelenando in maniera subdola il clima politico, sociale e culturale nel nostro Paese. Dobbiamo dire, anche grazie al nel disinteresse (che come sempre diventa connivenza) dei più.

    Attenzione, qui la questione, come sempre, non riguarda affatto la nazionalità dell’omicida (statunitense, piuttosto che marocchino, come la canea fasciorazzista aveva subito cominciato a strillare, sciacallando sui social ed anche sulla stampa main stream). No: il fatto è che, chiunque fosse stato l’omicida, da qualsiasi parte del globo terraqueo fosse arrivato l’assassino, per la vittima e per la sua famiglia non sarebbe cambiato assolutamente nulla.

    Per Mario e per la sua giovane sposa, appena uniti in matrimonio, non sarebbe cambiato nulla se le otto coltellate gli fossero state inferte da un ugandese o da un pakistano.

    Questo cambia solo nella testa di chi vuole strumentalizzare fatti del genere. E’ solo per il razzista che la ‘razza’ (la nazionalità) dell’autore di un delitto riveste una qualche importanza. E conta per la società tutta, se la società assume questo parametro completamente surreale e perniciosissimo come proprio metro di giudizio. Selo fa la stampa, se lo fa la politica.

    Continuare ad insistere sulla nazionalità degli autori dei crimini non ha semplicemente senso. E per come la vedo io, è anche poco rispettoso delle vittime e dei loro congiunti.

    Prendiamo il caso del povero Duccio Dini, il giovane fiorentino falciato un anno fa durante un inseguimento tra auto mentre si trovava fermo al semaforo a bordo del suo scooter. In quel caso, come sappiamo ,la canea razzista, prese a pretesto il fatto che in quelle macchine sedessero dei cittadini Rom per dare il peggio di sé, fino ad tentare un vero e proprio pogrom contro il campo del Poderaccio, per lavare col fuoco l’onta del delitto, chiamando in correità un’intera comunità di persone, bambini compresi.

    Scrivemmo allora, e lo ribadiamo oggi, che per il povero Duccio, per i sui amici, per la sua famiglia, per la sua fidanzata, che a bordo di quelle maledette macchine ci fossero stati tre norvegesi o sei australiani e non dei Rom, non sarebbe cambiato niente. Come non sarebbe cambiato niente per il povero Leonardo Ghali che pochi mesi dopo venne falciato a Signa, anche lui a bordo del suo scooter, ma da una donna italianissima che gli tagliò la strada mentre, a quanto ricostruito nel processo, era interna a messaggiare sul proprio cellulare.

    La morte è uguale per tutti. Per le vittime non conta nulla chi è l’autore del crimine.

    Per qualcuno invece sì. E fino a quando accetteremo questa logica perversa, sena reagire, conterà sempre di più anche per noi. Anche se non ce ne accorgiamo. Perché il razzismo democratico avvelena tutti. Ed innanzitutto quelli che razzisti non si sentono.

    I più pericolosi. Appunto.

    DOMENICO GUARINO

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