Radio Cora - Srebrenica: viaggio al centro del genocidio (parte terza)

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    Ma Srebrenica non è solo il luogo del genocidio, è anche un paesaggio incontaminato fra montagne verdissime, è anche il fiume Drina che  scorre attraverso di esse con le sue anse e il suo Canyon; quel fiume che segna uno dei confini più difficili del cuore dell’Europa, quel fiume che non è riuscito a fermare la violenza delle truppe di invasione serbe. Di CHIARA NENCIONI

    Srebrenica è anche una popolazione resistente e generosa, fiera delle proprie tradizioni  e della propria cultura senza essere nazionalista.

    Lo sperimentiamo in una indimenticabile sera a casa di Emin e Sebina.

    Arriviamo sotto la pioggia ad una casa nel bosco attraverso una via sterrata. Sembra una casa abbandonata o ancora in costruzione con dei forati a vista e parti in cemento; dà un po’ l’idea di precarietà e di approssimazione. Entriamo, ovviamente togliendoci le scarpe secondo l’ usanza del luogo; il pavimento in terra battuta è ricoperto da tappeti, i vani non son ben distinti,  ma veniamo fatti accomodare in una sorta di salotto con divanetti su tre lati e la carta moschicida che pende al centro del soffitto. Vige una certa promiscuità di spazi ma subito l’atmosfera emana calore ed accoglienza. Ci viene offerto da bere, tutto analcolico, si intende.

    È stato Irvin ad organizzarci la cena lì, dicendo che ci avrebbe fatto conoscere l’ultimo dei Bogomili. I Bogomili erano una setta eretica di origine bulgara del IX secolo che nel XIII si diffuse anche in Bosnia ed Erzegovina dove proliferò almeno fino al XV secolo. Rappresenta uno sviluppo del dualismo orientale, che riteneva che la realtà fosse retta dai principi del bene e del male, e che influenzò la nascita e lo sviluppo del movimento de Catari.

    In realtà Emin, con il suo volto scolpito dalle rughe, i capelli e la barba bianchi e lunghissimi, sebbene abbia solo 74 anni, sembra veramente fuori dal tempo, una creatura boschereccia, frutto forse di un medioevo mai del tutto finito. Irvin lo considera una sorta di maestro e aspira a diventare come lui un giorno. Per ora si assomigliano per l’amore per le tradizioni bosniache e per la quantità di sigarette che fumano (altro che i Turchi!). Sebina, 55 anni, -ma anche a lei è difficile dare un’età- è vestita con un abito tradizionale: in testa ha una sorta di turbante tipico delle contadine bosniacche e indossa dei pantaloni larghi, che scopro chiamarsi  dimije. Di fronte al mio sincero apprezzamento, Sebina sparisce in un’altra stanza e torna con un paio di dimije da farmi provare. Io mi apparto e per scherzo le indosso: sono bellissime! Sembrano quasi un modello moderno di gonna- pantaloni fatti con 4 m di seta purissima. Molto chic! Quando torno nella sorta di salotto indossandole con ammirazione, mi dicono di tenerle, che sono mie! Sono felici e fieri che io abbia amato sinceramente le loro tradizionali dimije ed io altrettanto fiera di indossarle. Subito Emin si vuol fare una foto con me in vestito da bosniacca! Questo è solo il primo grande gesto di ospitalità e generosità che mi viene mostrato quella sera.

    Poi Emin stacca dalla parete uno strumento a 7 corde che assomiglia un po’ a un mandolino ma ha il manico molto più lungo. Si chiama saz ed Emin inizia a suonarlo, cantando canzoni che alle nostre orecchie, non avvezze, possono sembrare un po’ lamentose ma che poi ci cullano come una nenia araba. In parte appartengono alla tradizione bosniaca ed in parte sono frutto della fantasia e dell’improvvisazione di Emin che si ispira alla sua Srebrenica.

    Grazie alla traduzione di Irvin e Nadja e aiutandomi con il tedesco -Emin ha lavorato per 33 anni in miniera in Germania- i nostri ospiti ci parlano della loro famiglia. Sebina è la seconda moglie di Emin. Dalla prima lui ha divorziato: lei non l’ha mai seguito in Germania ma gli ha dato comunque quattro figli, due maschi e due femmine. Tre di questi Emin è riuscito a metterli in salvo portandoli in Germania allo scoppio del conflitto, ma uno è morto nella guerra, nel ’95. Anche per Sebina Emil è il secondo marito: lei è vedova di guerra, il marito è stato ucciso dai Serbi. Ha però una figlia che conosciamo: parla inglese, studia all’Università di Sarajevo e, nonostante abbia solo 21 anni, è già sposata. Anche in questa famiglia, semplice e serena, la guerra ha lasciato le sue ferite e la sua scia di lutti. Insieme Emin e Sebina hanno 4 figlie: quella sera si sono radunate tutte per conoscerci. Sono molto unite e hanno una grande passione in comune con il padre: quella per i cavalli. Lui, infatti, ci racconta che con la pensione guadagnata con il duro lavoro in Germania, una volta tornato in Bosnia, si è comprato 16 cavalli che sono anche la sua fonte di reddito qui. L’altro obiettivo che si era proposto con in soldi messi da parte è quello di far studiare tutte le figlie. Infatti la più piccola è ancora al ginnasio ma le altre tre sono tutte all’università. Alla parete sopra al divano campeggia una gigantografia delle tre ragazze maggiori a cavallo, sulla neve (qui di inverno la temperatura scende a -27 gradi). I loro volti esprimono una felicità intensa, una pace interiore che raramente abbiamo visto altrove. Sebina ci mostra altre foto simili: le ha fatte un fotografo professionista di passaggio da Srebrenica per un reportage. Srebrenica è anche questo: superare i lutti, andare avanti oltre la guerra, vivere a contatto con la natura, fra rispetto delle tradizioni e apertura al mondo.

    Viene l’ora di cena: attimo di imbarazzo. Veniamo fatti accomodare in una sorta di cucina dove una stufa economica serve a riscaldare l’ambiente – e ad asciugare i nostri vestiti fradici di pioggia- e anche come forno e fornelli. Con nostra sorpresa ci sediamo a tavola solo noi ospiti, Irvin e la madre e Sebina. Emin resta nell’altra stanza a fumare mentre le figlie ci servono in tavola e ci guardano mangiare. Nemmeno in un locale 5 stelle avresti così tanto servizio e a noi mette un po’ a disagio essere riferiti e guardati mangiare da giovani ragazze che ci servono come se fossero cameriere. Ma ci spiegano che questa è l’usanza del posto e quindi non protestiamo, dopo un timido tentativo di farle accomodare con noi. Ovviamente tutti i cibi sono tradizionali e home made: corba begova (zuppa di verdure con pollo), punjene paprike (peperoni ripieni)  e pita burek (una sorta di calzone fatto di pasta fillo, farcito di carne). Vinta la timidezza, ci serviamo più volte in ogni pietanza. Arrivati al dolce, io non ce la faccio ma gli altri mangiano più di un pezzo anche di quello. L’unica cosa di cui noi italiani sentiamo la mancanza è il vino!

    Dopo due chiacchiere di nuovo sul divano, è tempo di andare. La pioggia non ha smesso di cadere ma, incuranti di essa, Emin e Sebina ci accompagnano alla macchina e ci abbracciano con un calore che non dimenticheremo mai. Ci ringraziano della visita e di mostrano stupiti -e questo stupisce ovviamente ancora di più noi- del fatto che ci siamo trovati perfettamente a nostro agio a casa loro, in una umile casa bosniaca, il cui calore e la cui ricchezza umana non trovano pari in alcun appartamento cittadino.

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