Radio Cora - Srebrenica: viaggio al centro del genocidio (parte seconda)

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  • Srebrenica: viaggio al centro del genocidio (parte seconda)

    La mattina dopo andiamo a Potočari, un villaggio a 6 km a nord-ovest di Srebrenica. Qui si trova la ex fabbrica di batterie che durante la guerra ha ospitato 600 caschi blu. Nell’enclave di Srebrenica c’erano due quartier generali ONU: uno qui e uno in città, più 14 postazioni lungo le linee di confine.

    DI CHIARA NENCIONI

    Dapprima a Potočari, per 6 mesi, erano arrivati quelli canadesi che, da ciò che apprendiamo dalle videointerviste visibili nel memoriale, avevano lasciato di loro un buon ricordo (sostegno alimentare di base alla popolazione, caramelle ai bambini, racconta una donna…), poi gli olandesi, della compagnia Dutchbat, che subito non si erano distinti per simpatia ed umanità (anche se nei video da loro registrati vogliono dare un’immagine di sé del tutto antitetica).
    I graffiti da loro lasciati sui muri della base ONU di Potočari raccontano già da soli il razzismo, il cinismo, la crudeltà e la desolazione dei soldati della Nazioni Unite che avrebbero dovuto proteggere i bosniacchi e che invece hanno permesso che uomini, bambini, adolescenti e anziani venissero rastrellati e massacrati dai serbo-bosniaci di Mladic.
    “No teeth? A mustache? Smell like shit? Bosnian girl!” recita uno, inciso da quelle UN= United Nothing, per citarne un altro. E nella base ONU c’era anche un bordello dove ragazze bosniache si prostituivano in cambio di cibo.
    Adesso Potočari è un memoriale curato dall’associazione delle donne di Srebrenica, da quella del memoriale, e da quella non governativa olandese “Pax” ed ha 100.000 visitatori all’anno da tutto il mondo, Australia compresa.
    Nel luglio 2001, nel sesto anniversario del massacro, è stata posata la prima pietra del memoriale, di fronte a 15.000 persone; nel marzo dell’anno successivo sono state sepolte nel cimitero le prime 600 vittime (altre 619 sono state sepolte per il decimo anniversario del genocidio) mentre l’inaugurazione formale è avvenuta nel 2003 da parte del presidente americano Bill Clinton, responsabile della firma degli accordi di Dayton.
    Fa rabbia vedere le foto dei vari politici che, all’ombra di un gazebo, durante le inumazioni che seguono l’inaugurazione, parlano o scrivono ai cellulari non curanti del dolore altrui, mentre una folla di persone venute da mezza Europa (tale è la diaspora bosniacca), in prevalenza donne dal viso segnato e cinto da un fazzoletto bianco, piangono la loro disperazione ed altri scavano fosse. Si stima che siano state usate 10.000 pale. Significativa è anche una foto con un cumulo di pale, ed una di esse, spezzata, in primo piano.
    Entriamo con la nostra guida Irvin e con il direttore. Il memoriale è diviso in due sezioni: una ha una sala proiezioni ed una mostra permanente con foto e video, l’altra è lo stanzone spoglio, con qualche foto alle pareti, dove vengono deposte le bare prima dell’inumazione.
    Partiamo con la visione del video, che dura circa mezz’ora e che è visibile solo qui. Racconta l’ultima settimana di Srebrenica, dal 9 luglio 1995, quando la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe dell’Esercito della Vojska Republike Srpske che, dopo un’offensiva durata alcuni giorni, entrano l’11 luglio in una Srebrenica deserta, al 16 luglio in cui approssimativamente sono finite le uccisioni di massa di oltre 8000 persone nei boschi, in scuole abbandonate, in depositi, sulle rive della Drina. Impressionante vedere le riprese fatte dai serbi delle fucilazioni di uomini di spalle, bendati e con le mani legate dietro la schiena, che cadono nel bosco ad uno ad uno, tranne gli ultimi due che, prima di venire uccisi, hanno l’ingrato compito di occultare i cadaveri dei compagni.
    Ma impressionante è anche la folla di gente che, attaccata come mosche ad un improbabile bus, o a piedi, priva di tutto, con bambini piccoli in braccio, si riversa come una marea umana verso la base ONU con la speranza (vana) di trovare là la salvezza promessa. Circa 25.000 bosniacchi, in prevalenza donne, bambini e anziani, si radunano intorno al complesso occupato dai caschi blu olandesi.
    In realtà già nel pomeriggio dell’11 luglio, quando le truppe serbo-bosniache al comando di Mladic erano entrate in città, i caschi blu olandesi avevano mostrato la loro inettitudine sparando qualche colpo in aria, ma non opponendo particolare resistenza. Un accordo per l’occupazione di Srebrenica era già stato rapidamente raggiunto e il comandante degli olandesi lo firma mentre brinda con Mladic (un altro video ritrae il sorridente tenente colonnello Karremans, responsabile per l’enclave di Srebrenica, accettare doni per sé e la sua famiglia da Mladic). Poco dopo Mladic si fa riprendere mentre rivolge un discorso ai suoi concittadini: «In questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo, e prendiamo vendetta sui Turchi».
    E non fanno meno rabbia le ultime immagini del video, che riprende i caschi blu olandesi brindare con fiumi di Heineken e danzare felici del loro ritorno in patria.

    I caschi blu olandesi (e l’intero governo olandese) hanno molto da farsi perdonare (ed è per questo che paga a Tuzla le spese per il riconoscimento dei cadaveri tramite DNA e ha donato alla municipalità di Srebrenica 128milioni di euro). Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladić, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo. I maschi dai 15 ai 77 anni furono separati dalle famiglie e trattenuti per essere “interrogati” sotto gli occhi impotenti dei protettori olandesi. Quelli che tentarono di scappare furono fatti bersaglio dell’artiglieria e dei cecchini serbi. I combattenti, circa 500, che erano rimasti nella base olandese furono consegnati ai Serbi in cambio del rilascio di 14 caschi blu ostaggio di Mladic. E così mandati a morte. Karremans non è mai stato processato, il governo olandese sì, ma il capo di accusa riguardava solo i circa 500 che erano stati fatti uscire dalla base (Irvin ci ha mostrato anche la porta da cui sono passati). Non degli altri quasi 8000, perché non erano all’interno del compound. Una sentenza della Corte Suprema di questo 19 luglio scagiona ulteriormente l’Olanda: la Corte d’appello nel 2017 aveva dichiarato che lo stato olandese era responsabile al 30% delle vittime presenti nel compound, quindi sotto la protezione diretta dei caschi blu olandesi; oggi la Corte suprema rivede al ribasso la sentenza: i soldati olandesi sbagliarono ad inviare 350 uomini fuori dal complesso militare vicino a Srebrenica nel 1995, ma i Paesi Bassi sono responsabili solo al 10% delle loro morti per mano serbo-bosniaca. “La probabilità è del 10% – è scritto nella sentenza – e quindi la responsabilità dello stato olandese per i danni ai parenti è del 10%”. Vergognoso!

    L’eccidio di massa cominciò poche ore dopo nei capannoni dove erano stati concentrati i prigionieri. In tre giorni più di 7.000 musulmani furono trucidati nelle zone circostanti dopo essere stati picchiati e torturati. Infine furono gettati in fosse comuni sparse nella zona del massacro, mentre gli olandesi lasciavano Srebrenica alla furia degli uomini di Mladic.
    Sia video nel memoriale, sia foto alle pareti della enorme stanza vuota raffigurano la “marcia della morte”. Infatti, mentre donne e bambini venivano trasferiti da Srebrenica, 20.000 uomini e ragazzi avevano cercato di lasciare la città fuggendo sulle montagne e disperdendosi nei campi lì intorno. Giorni e giorni di marcia al caldo, scalzi, nei boschi, morsi dalla sete perché durante la fuga i Serbi avevano avvelenato l’acqua e in diversi punti anche sferrato attacchi con armi chimiche. I militari serbi catturarono circa seimila di loro durante la marcia e ovviamente tutti vennero uccisi. Un video riprende un uomo costretto dai militari a chiamare a gran voce il figlio Nermin, che si era rifugiato nei boschi, in modo tale da uscire allo scoperto. Ovviamente avevano promesso che li avrebbero portati in Serbia come prigionieri, altrettanto ovviamente furono trucidati su posto.

    Vaghiamo infine nello stanzone, spoglio e tetro, dove gocciola acqua dal soffitto e alle cui pareti sono appese delle foto. Dà proprio l’idea di una fabbrica abbandonata, ma, se chiudiamo gli occhi, vediamo là allineate le semplici bare ricoperte di stoffa verde (il colore dell’islam) in attesa di inumazione, anche le 33 che vi erano solo la mattina precedente.
    I morti di Srebrenica sono, secondo fonti ufficiali, 8.372, come è inciso su una stele all’interno del cimitero. Ad oggi ne sono stati recuperati ed identificati 6.504 (dato del luglio 2017), traslate dalle fosse comuni e sepolte nel cimitero di Potočari. Mancano ancora circa 2000 persone.
    Attraversiamo la strada ed entriamo nel cimitero: sulla sinistra una moschea in legno all’aperto, dove l’11 luglio si svolge la commemorazione e dove dalla primavera all’autunno la preghiera del venerdì sera; sulla destra un parallelepipedo di marmo bianco porta scritto sui quattro lati July 1995 e poco più in là una stele ha inciso il numero 8372, con tre puntini di sospensione. Davanti a noi si apre un enorme emiciclo con i nomi delle 8372 vittime, sia di quelle identificate sia delle “dismissed”. Irvin ci mostra il nome dello zio e la sua tomba. Non può fare altrettanto con suo padre, perché fa parte degli scomparsi. Sulla collina a perdita d’occhio steli bianche tutte uguali si stagliano sul verde del prato: poche hanno fiori (non è un’usanza musulmana portarne al cimitero), ancor meno una sorta di “rosario” con sure del corano. Per i musulmani, infatti, è sufficiente andare sulla tomba e pregare, senza portare nessun oggetto di devozione. In prima fila notiamo della terra smossa e delle tavole di legno recanti i nomi dei defunti. Capiamo subito che sono quelle delle 33 persone seppellite nel funerale collettivo del giorno prima.
    Usciamo in silenzio, con la sensazione di non aver capito qualcosa, di non riuscire a comprendere il più grande massacro dopo la seconda guerra mondiale, accaduto 24 anni fa nel cuore dell’Europa, nella complice indifferenza dell’occidente.

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