Radio Cora - Srebrenica: viaggio al centro del genocidio (parte prima)

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  • Srebrenica: viaggio al centro del genocidio (parte prima)

    Arriviamo a Srebrenica verso sera del 12 luglio, quando i riflettori del mondo si sono spenti, lasciando la cittadina al silenzio di strade vuote e case dirute. Qui le luci si accendono il 10, all’arrivo della marcia della pace che dura 3 giorni e percorre circa 110 km, e si spengono dopo pranzo l’11, l’anniversario del genocidio, dopo che è avvenuta la commemorazione con il seppellimento dei cadaveri.

    DI CHIARA NENCIONI

    Arriviamo a Srebrenica verso sera del 12 luglio, quando i riflettori del mondo si sono spenti, lasciando la cittadina al silenzio di strade vuote e case dirute. Qui le luci si accendono il 10, all’arrivo della marcia della pace che dura 3 giorni e percorre circa 110 km, e si spengono dopo pranzo l’11, l’anniversario del genocidio, dopo che è avvenuta la commemorazione con il seppellimento dei cadaveri.

    Anzi delle parti di cadavere, perché è impossibile trovare corpi integri, dal momento che i cadaveri sono stati smembrati con le ruspe e sparpagliati in fosse primarie, secondarie e terziarie e vengono riconosciuti tramite DNA. I resti umani, accumulati in un anno dall’ International Commission on Missing Persons (ICMP) e dal Missing Persons Institute of Bosnia-Herzegovina (MPI) a Tuzla, dove avvengono i riconoscimentI, vengono portati a Srebrenica l’11 mattina e depositati nella ex fabbrica di batteria, proprio il luogo dove si trovava il quartier generale delle Nazioni Unite.  Questo anno hanno seppellito 33 morti il più giovane dei quali aveva 16 anni. Teoricamente Mladic aveva reclamato gli uomini dai 16 ai 70, ma vennero uccisi in realtà dai 14 agli 80. Ogni anno il funerale collettivo vede sempre meno bare, perché ogni anno diminuisce la possibilità di trovare traccia delle 2000 persone ancora disperse.

    Ma Srebrenica non è solo il luogo del genocidio (8732 vittime), un villaggio sperduto, come erroneamente ce lo immaginavamo, ma è una municipalità, insieme di molti villaggi, il più lontano dei quali dista 51 km. Prima del 1992 gli abitanti erano 37.000, saliti a circa 50.000 quando era stato dichiarata “safe zone” il 16 Aprile 1993, con la United Nations Security Council Resolution 819.
    Ora Srebrenica ha meno di 6000 abitanti e la guerra sembra finita da poco, pochissimo, non da circa un quarto di secolo. Aleggia nelle case abbandonate, costruite a metà, crivellate di colpi, nei volti della gente, da cui è scomparsa un’intera generazione maschile, e anche i giovani sono pochi. Il grande esodo è stato verso la Germania, tanto che dal prossimo anno gli abitanti della Bosnia Erzegovina potranno andare a lavorare in quello stato anche senza visto.

    La gente è andata via per la guerra e non è più tornata Al censimento del 1992, 72,5 % della popolazione era bosniacca (bosniaci musulmani), ora lo è solo il 50%. L’economia qui è paralizzata, volutamente, dalla Republika Srpska, una entità all’interno della Bosnia Erzegovina, che pur ospitando solo il 33% della popolazione (ovviamente in grande maggioranza serba a causa della pulizia etnica) occupa circa il 49% del territorio. E sotto la cui entità Srebrenica ancora si trova. La grande abbondanza di sorgenti naturali, una delle quali dichiarata la migliore acqua di Europa per curare la leucemia, non viene sfruttata e le poche che lo sono, ormai sono in mano a multinazionali tedesche; le terme, la cui ricostruzione è iniziata nel 2010, sono rimaste ferme per rimpalli di competenze, e adesso di esse resta solo una sorta di scheletro arrugginito e mattoni. Anche le ricche risorse del sottosuolo non vengono più sfruttate e la miniera di bauxite è ora proprietà Ucraina. Tutto il resto è abbandono, non c’è più una fabbrica attiva.

    Di fronte ad una moschea centrale nuova (tutte le moschee sono state fatte saltare in aria, anche dopo gli accordi di Dayton) incontriamo Irvin, che sarà la nostra guida. Ha 32 anni e da tre anni e mezzo ha deciso di tornare a vivere a Srebrenica. Il suo obiettivo è di rendere il suo paese non solo il luogo della memoria del genocidio, ma un luogo di ricostruzione e speranza nel futuro. Infatti, senza l’uso di nessun finanziamento esterno, sta costruendo un villaggio ecosostenibile secondo le tecniche tradizionali di assemblaggio del legno e intende farne un piccolo centro che diventi un parco della biodiversità, un luogo di ritrovo di artisti e un campo studio per i bambini. Per ora sono state costruite tre o quattro casette di legno, in una delle quali vive Irvin usando l’acqua della sorgente e la luce della candela per la notte.
    Irvin, al bar di fronte alla moschea -dove ovviamente non si vendono alcolici- ci racconta la storia di Srebrenica.
    La città è antica è di origine preillirica. Ha vissuto un periodo di splendore sotto la dominazione greco-macedone prima, romana poi. E furono proprio i Romani a darle il nome di Argentaria: Srebrenica, infatti, in illirico vuol dire città di argento. E questo ci dice quante preziose risorse minerarie questa zona abbia AVESSE. Un’altra importante risorsa, quella che secondo Irvin causerà un’altra guerra balcanica, è l’acqua. Bosnia, infatti, vuol dire acqua sotterranea e questo stato è oggi la principale riserva di acqua in Europa.

    Il dramma di Srebrenica inizia nell’aprile del 1992 quando le tigri di Arkan sferrano il primo attacco contro la città. È il 17 aprile 1992. Proprio il giorno prima la madre di Irvin, Nadja, laureata in fisica e in servizio presso la municipalità, riesce a mettere in salvo parte della sua famiglia, dal momento che aveva avuto delle informazioni su ciò che da lì a poco sarebbe accaduto. Parte per l’interno della Bosnia prima, per un campo profughi in Croazia poi, infine per l’Italia, dove arriva circa un anno e mezzo dopo con un’organizzazione umanitaria. Con lei ci sono la madre anziana, la figlia più grande di 12 anni, Irvin di quattro e mezzo, che scappa nel bosco perché non vuole partire e si attacca alla gonna della mamma, e il figlio più piccolo di appena un anno e mezzo. Il marito rimane, perché lavora come interprete proprio presso la base dell’ONU, quella che avrebbe dovuto dare protezione all’ enclave. Di lui tutt’ora non c’è nessuna traccia. Rimane anche il fratello, del quale sono stati ritrovati solo 7 anni fa dei frammenti di corpo.
    Già un mese prima, a marzo, la popolazione serba, avvertita, se ne era andata.
    Contro le tigri di Arkan, i bosniacchi organizzano una controffensiva (gruppo di difesa territoriale) e dopo 20 giorni riescono a riprendersi la città, che resta loro fino al ’95. Combattono a mani nude, con taniche di benzina contro i tank (quando riescono ad entrarne in possesso di uno scoprono che non lo sanno nemmeno guidare), con fucili e bombe a mano improvvisati.
    Nel ‘93 dall’ONU è creato un enclave, perché le città e villaggi intorno a Srebrenica cadono uno dopo l’altro. In 16 km quadrati di città si arriva a 50.000 persone, senza corrente elettrica, perché viene tagliata, e senza acqua potabile, perché in quella zona termale l’acqua è ferrosa. Nei villaggi va un po’ meglio, perché avevano del bestiame e, costruendo turbine dai mulini, riescono a avere elettricità.
    Il giorno dopo visiteremo il memoriale…

    La nostra serata con Irvin, si conclude in uno dei pochi ristoranti del paese, con sua madre e sua cugina, orfana di entrambi i genitori (il padre morto durante la guerra, la madre morta di tumore a seguito del bombardamento con l’uranio impoverito su Sarajevo).  Mangiamo trote di fiume appena pescate: una delizia!

    (continua)

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