Radio Cora - E ora ditegli di andare a scuola

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  • E ora ditegli di andare a scuola

    Lo sgombero di Primavalle in quest’immagine dei due bambini che portano via libri e quaderni da quella che era, vedi i casi della vita,  proprio una ex scuola. Basta questo stridente contrasto a rendere conto della violenza, in gran parte psicologica, operata da stanotte su queste persone. L’ennesimo spot sulla sicurezza, sempre sulle spalle dei più deboli e sempre in luoghi dove a bambine e bambini (ma anche agli adulti) basterebbe già lo stato di prostrazione quotidiano: sono l’immagine viva di quanto la nostra Costituzione, quella del diritto ad un tetto, all’istruzione, alla dignità sia costantemente disattesa proprio dalle istituzioni. Quanto ne hanno parlato tutti  della carta costituzionale da difendere, quando era tempo di referendum e quanto è diventata carta straccia qualche mese dopo. In pratica le istituzioni diventano costantemente nemiche del povero (dovremmo rileggere l’articolo 3).

    La sconfitta più atroce è buttare sulla strada queste persone senza alcuna soluzione, perché l’azione delle istituzioni avrebbe un senso, se fossero in grado di accompagnare verso una dimora almeno dignitosa ed invece sembra ormai un disco rotto: emergenza abitativa, divisione delle famiglie, smistati in altre zone e lontani dalla scuola che a settembre riprenderà. Dobbiamo ricordarci sempre che le istituzioni non sono una cosa a compartimenti stagni nella percezione delle persone, tantomeno in quella dei bambini; le istituzioni sono la scuola-le forze dell’ordine-gli assistenti sociali- il maestro-il sindaco fino al governo e al parlamento e se un solo elemento di quelli citati opera con violenza e senza una prospettiva di relazione positiva e costruttiva, a farne le spese è l’intera macchina dello Stato, sempre più assente e sempre più percepita come il nemico dall’altra parte della barricata.

    “Era sulla lista degli sgomberi” non fornisce alcuna giustificazione a quanto fatto, quando non hai altre soluzioni da offrire.

    Ci fu un tempo in cui un sindaco cattolico, in una Firenze in cui aumentavano gli sfratti, decise di requisire gli immobili utili a dare risposta alla disperazione del popolo; era il 1953 e fu una risposta concreta data alla povera gente.

    Possiamo ormai dirlo tranquillamente senza timore di smentita: le istituzioni non hanno nell’immediato (e forse mai l’avranno) abbastanza case popolari per dare risposta alla necessità di abitazioni. Credo sia il momento di prenderne atto e di rendere dignitosi quei luoghi che già sono occupati, riconoscendoli come casa delle persone che già li abitano ed intervenendo per mediare con i proprietari o per renderli più adatti all’accoglienza delle famiglie, quando si tratti di luoghi pubblici. “Ma ci sono i diritti dei proprietari” dirà qualcuno, ma c’è anche la necessità primaria della politica che smetta di tradurre in violenza sui corpi dei poveri, quella che è una mancanza dello Stato. Non oso pensare cosa penseranno i due bambini in foto, quando qualcuno li avvicinerà dicendo che in fondo non tutto va così male, che in fondo potranno sempre andare a scuola. Lo Stato che ti bastona quando non hai casa è l’ennesimo ribaltamento di prospettiva al quale ci stiamo lentamente ma inesorabilmente abituando, a piccole dosi, fino a non percepirne più l’ingiustizia.

    LB

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