Radio Cora - “Il senso della comunità nazionale”: l’orazione civile di Moni Ovadia

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    “Sono un notorio estremista”, esordisce così Moni Ovadia sul palco del teatro Verdi di Milano, per celebrare i 70 anni dell’Istituto Ferruccio Parri. “Sono un antifascista «natural born» perché sono bulgaro (e solo Bulgari e Danesi si sono opposti alla deportazione degli ebrei), perché sono nato in una famiglia ebrea e perché sono nato nel 1946”.

    “Poi a 14 anni sono diventato un antifascista militante, quando il mio Professore di storia, Luciano Segre, ha tenuto in classe una commemorazione per il 25 Aprile, partendo anche dai grandi scioperi del ’43-’44. Me la ricordo ancora!”.

    E dopo questa premessa inequivocabile, Moni Ovadia è un fiume in piena, con una orazione appassionata, vibrante. Definisce la Resistenza antifascista l’unica Rivoluzione che l’Italia abbia fatto, unificando il paese e dando voce alle donne, sulla base dei principi della Rivoluzione francese, di cui invertirebbe però il motto, ponendo Egalité al primo posto, perché senza di essa non ci può essere Liberté: non si può essere liberi se non si è uguali e non si hanno pari opportunità.

    E a proposito delle celebrazioni del 25 Aprile -afferma- “non ci devono essere manifestazioni divise, perché qualunque oppresso, di qualunque popolo (compreso quello Palestinese) deve riconoscersi in quel giorno e manifestare per l’uguaglianza, per la dignità sociale e personale, per la libertà”.

    “Le memorie, quelle no, non sono omologabili: i partigiani non sono come i ragazzi di Salò, i morti per amore non sono come i morti per odio, come ha detto padre Turoldo”. E anche il 27 Gennaio non dovrebbe essere il “giorno della memoria” ma delle memorie (al plurale) perché bisogna ricordare tutte le vittime degli stermini, dagli Armeni ai contadini kulaki decimati da Stalin, dalle vittime dell’occupazione giapponese in Manciuria a quelle dell’olocausto asiatico nelle Filippine e non solo, fino ai Cambogiani vittime della follia degli Khmer Rossi.

    E dato che siamo al 3 giugno, il clou dell’orazione civile è sulla Costituzione che “ha un valore sacrale, perché fonda il patto per una nuova umanità”. “Noi siamo una magnifica comunità nazionale e quello che ci unisce non è la lingua, la cultura, la conoscenza, la bellezza: quello che ci unisce è la Costituzione con il suo straordinario valore, non solo per l’Italia ma anche per il mondo, in quanto esempio di civiltà e di diritto per tutti. Con la Costituzione al nostro fianco saremo sempre al sicuro, è l’unico ombrello sotto al quale siamo una comunità, per questo non bisogna lasciarla corrompere da quattro furbastri, demagoghi moderni”.

    Si indigna Ovadia constatando amaramente che siamo un paese in cui si vota senza conoscere la Costituzione, anzi, senza conoscerne integralmente neppure il primo articolo. La Costituzione dovrebbe essere insegnata fin dalla materna e, se non la sai, non passi, bocci e poi non voti!

    La vis polemica si fa montante arrivando alla politica attuale. Moni alza la voce e freme pronunciando lo slogan “prima gli Italiani”, che ricorda quello nazista “prima i Tedeschi”. E’ una retorica razzista incrementata dalla cloaca mediatica, talk show in primis. “In questo paese il pericolo non viene da fuori, ma da dentro! Abbiamo 4 criminalità organizzate!”. Pensiamo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti (Art. 1), “tutti hanno diritto ad una uguale tutela contro ogni discriminazione” (Art. 7), “ogni individuo ha diritto a lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio” (Art. 12) e soprattutto “ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni” (Art. 14).

    E sul finale della sua orazione civile, Moni Ovadia cita “l’orazion piccola” dell’Ulisse dantesco: “Considerate la vostra semenza:
    fatti non foste a viver come bruti,
    ma per seguir virtute e canoscenza“.

    CHIARA NENCIONI

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