Radio Cora - Le prodi alchimie (1995-1996)

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  • Le prodi alchimie (1995-1996)

    «Abbiamo preferito questa coalizione, più rischiosa, a quella più “facile” con Rifondazione Comunista […] in questo modo la Toscana entra a far parte di un programma politico più generale […] Le prossime elezioni politiche sono aperte a qualsiasi risultato e il centrosinistra ha ampie possibilità di vittoria perché ha un programma e un leader». Così Vannino Chiti, neoeletto presidente della Regione, a commento delle amministrative del 1995.

    L’esperimento Toscana Democratica, con l’apertura al centro e la chiusura a sinistra, riesce: Fabrizio Geloni, PPI, parla di «versione regionale» del progetto di Romano Prodi, che da febbraio di quell’anno emerge come possibile competitor di Silvio Berlusconi. Riesce però anche l’altra alchimia fiorentina, dove Mario Primicerio ha voluto tenere dentro tutti, PRC compreso, in un contesto diverso dal passato: non sfugge, infatti, che i candidati alla presidenza delle Province di Firenze (Michele Gesualdi) e Prato (Daniele Mannocci), provengano dalla CISL, e che nella stessa Firenze Primicerio e Gesualdi rappresentino rispettivamente parti importanti dell’eredità culturale di La Pira e don Milani.
    Il quadro politico post-’94 impone la revisione delle vecchie alleanze e i nuovi sistemi elettorali fanno prevalere la teoria dell’elettore mediano di Duncan Black e Anthony Downs, già impostata da Condorcet.

    Il risultato toscano del ‘95 imprime la svolta definitiva e nell’autunno dello stesso anno, nelle stanze della società Nomisma, iniziano i seminari politici del centrosinistra: per il PDS toscano ci sono Chiti e Ventura, per il PPI Pistelli e Geloni. L’Ulivo fa chiudere la stagione dei Progressisti e tenta – idem Berlusconi – il riassetto in senso bipolare del sistema politico italiano: da un lato col tentativo della costruzione di coalizioni (seppur fortemente eterogenee); dall’altro – Primicerio docet – non rinunciando al confronto con Rifondazione Comunista, che nel ’96 sfocia nella “desistenza”.

    La nuova alleanza a guida prodiana e il Polo berlusconiano vengono presentati come due importanti novità nel panorama politico nazionale ma a livello locale i detrattori di Chiti e Pistelli leggono la trasformazione in toni critici: per Rocco Buttiglione (capolista CDU in Toscana alle politiche) in Toscana c’è un «partito-stato» che «occupa tutta la società civile» e che ha governato in maniera «conservatrice». Tema della conservazione condiviso anche dal candidato sindaco fiorentino, Morales: il partito comunista (ed ex comunista) «ha sempre praticato una politica immobilista». Irene Pivetti (capolista Lega Nord in Toscana alle politiche) aggiunge l’aspetto del conformismo: si vota «per consuetudine più che per vero convincimento politico». L’analisi di Paolo Del Debbio, candidato del Polo alla presidenza della Regione, fa da cornice: in Toscana il PCI «ha messo in pratica la nozione gramsciana dell’egemonia, acquisendo consenso anche da parte di ceti sociali tradizionalmente avversi come gi industriali» e «un certo sistema di potere si è chiuso in sé stesso», con Chiti – conclude – «si è affermato un blocco di potere» che «fa quadrato» ma «non potrà durare a lungo». Una sorta di appendice alle osservazioni di Del Debbio giunge da Prato, da parte del segretario uscente del MSI provinciale, Patrizio Giugni: L’Ulivo non è che un «nuovo consociativismo PDS-PPI, erede delle spartizioni PCI-DC», quando al PCI andava «il potere amministrativo» e alla DC «quello economico attraverso la Cassa di Risparmio».

    Da un altro punto di osservazione, a proposito del sistema politico italiano, c’è la riflessione del socialista Riccardo Nencini sulla “tradizione trasformista” italiana, che nel passaggio da “prima” a “seconda” Repubblica ha il suo «trionfo» e non fa scorgere “il nuovo” che avrebbe dovuto esserci: solo 5 su 15 presidenti regionali eletti nel 1995 non hanno avuto esperienza politiche precedenti (e non è il caso della Toscana) e in Giunta regionale 12 su 13 membri sono già in politica da tempo.

    Il mutamento in atto produce molteplici effetti nei sistemi locali e in campo economico. Nell’aprile del 1995 si volge la “storica” visita del segretario DS, Massimo D’Alema, alla sede dell’Associazione Industriali di Firenze. Il leader della Quercia sottolinea l’importanza del rapporto con le imprese e auspica un «patto fra il governo e le forze sociali» ma le associazioni di categoria, sempre più secolarizzate e laicizzate rispetto alla politica, chiedono fatti concreti. Visita di D’Alema a parte, le associazioni degli industriali, fiorentina e pratese, mostrano da anni segni d’insofferenza e di malumore per le cose da fare rimaste sulla carta: la prima, per bocca del presidente Giampiero Busi denuncia che «manca tutto», dalla variante di valico all’alta alta velocità, alla tramvia e serve il rilancio dei lavori pubblici e del «terziario innovativo»; la seconda, tramite il vicepresidente Orazio Carlesi, dichiara il «disaccordo pressoché totale» sul PRG pratese, lamentando l’assenza di espansione per l’edilizia e la «mancanza di aree disponibili per nuovi insediamenti», oltre ai ritardi per il decollo dei Macrolotti. Se il malcontento verso la politica è simile, diversi invece sono gli sfoghi: sull’Arno gli impazienti attori economici chiedono i «fatti», così come chiesto anche da artigiani e commercianti; sulle rive del Bisenzio non si attende e così avviene l’entrata in campo degli industriali, esprimendo un candidato sindaco per il centro-destra (Lamberto Cecchi) e, dopo le elezioni, due assessori nella Giunta di centro-sinistra di Fabrizio Mattei (Antonio Lucchesi ed Enrico Biguzzi).

    Certamente non è una novità rispetto all’intera regione, dove gli assessori comunali provenienti dall’imprenditoria – come risulta da una ricerca di Antonio Floridia – sono in aumento nelle Giunte (dal 2,5% del 1990 al 4,6% di fine decennio), ma costituisce una novità per il sistema locale pratese – eccezione: il comunista Alfredo Menichetti nel 1946, in tutt’altro contesto – determinando da un lato l’inaugurazione di un trend che oltrepassa la fine del secolo, e dall’altro una modifica delle relazioni tra attori istituzionali ed economici, rafforzandone il carattere “distrettualista”.

    Nelle due locali campagne elettorali del ’95 e ’96, in ragione delle rispettive leggi elettorali, si accentuano maggiormente i ricorsi agli “opinion leaders” e ai “vip politici” – come hanno osservato Giovanni Bechelloni e Carlo Sorrentino – e va scemando il ricorso al comizio e all’attività tradizionale di propaganda, eccetto i leaders nazionali (23.000 presenti per D’Alema in piazza Santa Croce e 12.000 per Fini al Palasport) che comunque prediligono la tv. Il centro-sinistra può avvalersi degli endorsements di Benigni e Panariello, in più a Prato si espongono con l’impegno diretto Edoardo Nesi, Sandro Veronesi, Pamela Villoresi, Francesco Nuti e Giovanni Nuti. Mancano sempre più le risorse per impostare le campagne elettorali, vanno meglio le cene e funzionano i nomi di grido che, “all’americana”, camminano per strada a salutare i passanti.Un passaggio determinante nella storia della comunicazione politica, che introduce un dibattito sul modello di “partito leggero” e sull’uso strategico dei media.

    La capacità di tenuta elettorale dei due partiti eredi del PCI viene mantenuta ma non altrettanto si può affermare in termini di iscritti: il PDS toscano nel 1995 ne conta poco oltre i 102.000, e il PRC ne ha 20.000. Entro il decennio Novanta molte sezioni e sedi storiche dell’ex PCI sono vendute per far fronte ai debiti: a Firenze il PDS lascia via Alamanni, a Prato c’è il saluto a via Frascati, nel 2000 è il turno della vendita della sede nazionale di via delle Botteghe Oscure. Di pari passo, l’emersione dei media come strumento strategico di relazione: «l’epoca degli attivisti politici e degli uomini di partito è finita […] – scrive in quegli anni Bernard Manin – i candidati vincenti non sono i notabili locali ma ciò che chiamiamo “figure mediatiche”, ossia persone che hanno una maggiore dimestichezza con le tecniche di comunicazione mediatica rispetto ad altre […] una nuova élite di esperti della comunicazione ha sostituito l’attivista politico e il burocrate di partito. La democrazia del pubblico è il governo dell’esperto di media».

    Le performances elettorali dei partiti risentono della tendenza alla polarizzazione e l’elettorato risponde – in vario modo – alla chiamata al voto da parte dei due schieramenti. Forza Italia ottiene più voti nel ’95 rispetto al ’96, con i risultati migliori a Londa (32,06%) e Firenzuola (26,5%), mentre nell’area laniera a Prato (22,06%) e Poggio a Caiano (21,52%). Alleanza Nazionale sorpassa quasi ovunque Forza Italia nel 1996, con punta a San Godenzo (20,34%) e per il pratese a Poggio a Caiano (19,85%). Dall’altra parte PDS e PRC fanno meglio degli anni precedenti, tanto che, sommati i voti, si riavvicinano ai fasti del PCI: nella provincia di Firenze la Quercia è al 45,81% e Rifondazione al 10,61%, a Prato (dato provinciale) la prima è al 43,75%, la seconda al 9,48%; numeri importanti se si considera che i comunisti nel 1975 ottengono come dato provinciale il 49,79%. Tuttavia la sommatoria è un artificio, le strade prese dalle due compagini sono divergenti, per quanto nei Comuni dove vige il maggioritario si facciano tentativi di proseguire con l’asse tradizionale.

    Le leadership marcano già le distanze: per Fausto Bertinotti «il partito unico della sinistra moderata, che viene proposto dal PDS, non sarebbe affatto una variante del Labour Party, ma il veicolo dello spostamento della sinistra verso il centro», la linea di D’Alema – afferma il segretario PRC – porta alla «egemonia moderata sulla sinistra». E mentre Prodi afferma che L’Ulivo «ha più terra e radici di prima» e Veltroni guarda agli USA e alla nascita di un partito democratico, il segretario del PDS dopo le elezioni del 1996 dichiara: «ora che abbiamo vinto possiamo togliere quel marchio alle radici della Quercia, assieme e serenamente».
    Le provette del laboratorio toscano passano in mano romana, per altre prodi alchimie.

    RICCARDO CAMMELLI

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    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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