Radio Cora - Decreto sicurezza come leggi razziste del 1938. Gli studenti? Li vogliamo silenziosi e indifferenti

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  • Decreto sicurezza come leggi razziste del 1938. Gli studenti? Li vogliamo silenziosi e indifferenti

    La professoressa che a Palermo è stata sospesa ed alla quale hanno dimezzato lo stipendio è stata difesa dai suoi alunni: «Siamo stati noi stessi a notare che in alcune parti il decreto sicurezza lede diritti fondamentali». Un video preparato per il Giorno della Memoria in una classe di una scuola superiore di Palermo ha fatto scattare la sanzione per la docente: vi si equiparava il recente decreto sicurezza con le leggi razziste del 1938. Potremmo citare l’articolo 33 della Costituzione che dichiara libertà di scienza, arte ed insegnamento, ma non è sufficiente, perché quanto è successo ci permette di entrare nel vivo di un dibattito che in pochi si prendono la briga di alimentare: c’è in gioco il senso profondo del fare scuola.

    Il centro della discussione non sta nel decidere se sia il caso o meno di equiparare il decreto sicurezza di oggi alle leggi razziste del fascismo (il sì ed il no sono entrambi ben rappresentati e quindi sono entrambe posizioni possibili), ma di capire quale progetto e processo di formazione vogliamo garantire agli studenti italiani. Dobbiamo in particolare cominciare a chiarire esattamente quale sia la posta in gioco e per farlo abbiamo bisogno di rifarsi ad un esempio che ha avuto reazione bipartisan. Ricordate la maglietta “Auschwitzland” indossata a Predappio da Selene Ticchi? La reazione di condanna verso quel gesto è arrivato da sinistra ed anche da destra, persino Casapound si è dissociata, poi è giunta l’espulsione della Ticchi dal gruppo di Forza Nuova. Infine  la condanna della suddetta al pagamento di 9000 euro di multa comminata dal tribunale di Forlì. Il caso della maglietta ci dovrebbe insegnare che abbiamo dei riferimenti legislativi che ci tutelano e funzionano rispetto alla diffusione dell’odio o di fake news, ma il confronto principale oggi è nei luoghi della formazione, per questo non possiamo accontentarci della battaglia sull’applicazione della legge Mancino o accettare l’utilizzo della sanzione per soffocare le voci. C’è tutto un fronte aperto sul piano della formazione scolastica ed accettare questo piano di confronto significa anche non chiudersi nel facile dogmatismo. L’attività didattica svolta dagli studenti palermitani (prima ancora che dalla prof.ssa) chiama in causa la necessità di fare della scuola un luogo di dibattito strutturato sulla costruzione di una verità sostanziale che di confronto con le idee ha bisogno per la crescita del pensiero critico (quello maturo) negli studenti. Questi ragazzi hanno fatto un’azione importante: si sono confrontati con due documenti e ci dicono che, a parer loro, hanno trovato assonanze; è su questo che si può essere in accordo o in disaccordo, ma sulla base di una discussione che finalmente si apre e che non deve essere chiusa con la punizione della prof.ssa.

    Affermiamo la possibilità di questi studenti di trovare richiami tra decreto sicurezza e leggi razziste del fascismo, perché sappiamo che dentro le scuole la discussione è da sempre il sale della crescita e non semplicemente per dire chi ha ragione e chi torto, ma per farli proseguire nell’indagine secondo un metodo corretto, quello scientifico appunto, che è il metodo del dubbio, del confronto con le fonti e con la costruzione della ricerca. La stessa apertura del dibattito che va tenuta in piedi per la strutturazione di una  verità sostanziale, quando a scuola si parla di foibe o di lotta di liberazione, quando si parla di pena di morte, quando ci si confronta con altre posizioni estreme di chi si richiama ai forni crematori per certi gruppi etnici e quando qualcuno pone dubbi sulla Shoah. Sono tutte discussioni che nella scuola hanno senso di esistere e chiamano i docenti e le istituzioni sopra di loro, a stare dentro questo elemento formativo di saper dettsgliare, spiegare e confutare. La didattica è anche e soprattutto questa: costruire un rapporto attivo con la conoscenza e quindi un rapporto con i documenti. Il resto è dogmatismo, fideismo, possibile strumentalizzazione, ma soprattutto la semplice volontà di gridare all’attivismo studentesco, solo quando questo resti ancorato ad un passato che nessuno mette in relazione con il presente. E forse è proprio questo che rende le nostre scuole dei luoghi così poco adatti ed attrattivi per ragazze e ragazzi di questo tempo.

    LB

     

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