Radio Cora - Il Memoriale italiano del Blocco 21 di Auschwitz torna a vivere a Firenze!

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  • Il Memoriale italiano del Blocco 21 di Auschwitz torna a vivere a Firenze!

    Dopo anni di scontri, diatribe e proposte, il Memoriale del blocco 21 viene inaugurato Mercoledì 8 maggio “giorno in cui si ricorda la fine della seconda guerra mondiale”, spiega Alessio Ducci, presidente dell’Aned di Firenze, alle ore 10, alla presenza dell’A.N.E.D., delle rappresentanze comunali, in primis il sindaco Dario Nardella, e regionali, con il presidente Enrico Rossi e Ugo Caffaz, consigliere per le politiche della memoria, formative e culturali della Regione Toscana, e dell’ ISRT.

    Articolo di Chiara Nencioni

    L’idea di delocalizzare il monumento pur di salvarlo ha avuto una lunga gestazione , ed è stata possibile in base alla risposta all’interrogazione scritta presso il Senato n. 4-05184 Fascicolo n. 123. «Davanti al pericolo di smantellamento, anche se non siamo d’accordo, abbiamo accettato di riportare il Memoriale in Italia», racconta Dario Venegoni, presidente dell’A.N.E.D.

    Il Memoriale italiano di Auschwitz diventa così fiorentino, nel quartiere Gavinana (area semiperiferica e non troppo valorizzata, piena di centri commerciali)  all’interno dell’EX3 al crocevia fra piazza Gino Bartali e Piazza Cardinale Elia Dalla Costa, quasi a ricongiungere in questo progetto di memoria collettiva anche l’impegno del grande ciclista, riconosciuto “giusto tra le nazioni” da Yad Vashem, e del cardinale. Il luogo non è di certo il massimo, perché a ricordare l’olocausto c’è solo il nome delle piazze. L’edificio, uno strano parallelepipedo grigio antracite, più adatto ad un hangar di aviazione che a un museo della memoria, è stato felicemente strutturato creandovi un centro di documentazione con i materiali che arrivano dal museo della deportazione e della resistenza di Prato, didattica e ricerca. Previsti percorsi didattici per le scuole (con circa 70.000 visite di studenti all’anno). Al piano terra del museo,  aperto al pubblico con un biglietto d’ingresso simbolico di pochi euro, una sala multimediale e la mostra che documenta le deportazioni naziste, mentre al primo piano prende posto il memoriale.

    Questo ultimo è stato restaurato dalla Cooperativa Archeologia, sotto la direzione dell’Opificio delle pietre dure, con una squadra di 10 restauratori: “Le condizioni in cui versava l’opera erano davvero critiche […] abbiamo ripulito le tele dai depositi superficiali e riparato i tagli e gli strappi. Un’altra fase delicata è stata quella del ritocco  pittorico delle abrasioni dovute al tempo”.

    La creazione di questo museo è stata possibile grazie al finanziamento della Regione Toscana e della Fondazione Cassa di risparmio di Firenze per un totale di 2,5 milioni di euro. Durante il restauro però sono sorte alcune problematiche ed è stato necessario raccogliere altri 40mila euro, grazie alla generosità di Cgil, Arci, Comunità ebraica e Unicoop.fi che ha anche realizzato un evento musicale alla Tuscany Hall di Firenze lo scorso 26 marzo.

    Il museo riesce a restituire, per quanto possibile fuori dal suo contesto, la forza del messaggio artistico e culturale di Levi, pur lontano dall’ambiente per il quale era stato pensato. Il nuovo allestimento permette tuttora al visitatore di  entrare fisicamente nell’opera camminando lungo 440 metri di passerella di traversine di legno che rievocano quelle ferroviarie.

    Progettato dallo Studio architetti BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peressutti, Rogers) voluto dall’’A.N.E.D. -del quale è tuttora proprietà- e arricchito di significato dagli affreschi di Mario Samonà, dai testi di Primo Levi, dalle musiche di Luigi Nono, con la regia di Nelo Risi, il Memoriale del blocco 21 era stato aperto  negli anni ’80 nel reparto chirurgico di Auschwitz, dove i deportati furono sottoposti a operazioni sommarie e raccapriccianti esperimenti.

    Il Memoriale, frutto dell’impegno civile di artisti che furono in gran parte anche testimoni degli avvenimenti,  ha la forma di un tunnel di tela e armatura di metallo, sollevata da un impalcato e tesa attraverso i vuoti spazi della baracca. Si tratta della prima opera d’arte vivente in cui i testimoni potevano mettersi a sedere all’interno dell’ossessiva spirale a elica di 23 strisce dipinte che avvolge il cammino del visitatore in un percorso unitario e ossessivo lungo ottanta metri che rappresenta e rievoca la spirale di violenza nella quale i deportati furono travolti. Dilatata nelle tre dimensioni, la spirale ricompone l’incubo doloroso, coniugando spazio architettonico e pittura per trovare una comunicazione immediata e universale. Mediante un’armatura lignea la spirale tende una banda continua di tela, sulla quale sono rappresentate le immagini del fascismo, dell’antifascismo, della Resistenza, della deportazione e dello sterminio, dipinte da Samonà e commentate dalle parole di Primo Levi.

    E sono alcune di queste immagini, come ad esempio la falce e martello o il volto di Antonio Gramsci,  che facevano parte di un tutt’uno storico dall’omicidio Matteotti alla Shoah, a essere risultati  insopportabili nella Polonia post patto di Varsavia e post Solidarnosc, -tornata oggi fortemente cattolica e nazionalista,- e a costituire la prima causa dello smantellamento del Blocco 21.  La parte italiana è stata chiusa d’imperio con una decisione unilaterale dalla direzione del museo, per divergenze, per così dire, di filosofia: hanno ritenuto che un’opera di quel tipo – artistica e figlia del tempo, cioè degli anni Settanta, in cui è stata concepita- non fosse compatibile con l’approccio didascalico che hanno inteso dare al museo. Dopo il crollo del Muro, infatti, alcuni dei padiglioni di Auschwitz, affidati alle varie nazioni, iniziano ad essere ripensati, anche in base a nuove prospettive storiografiche.

    Dal 2011, una porta chiusa, anche nel giorno del settantesimo anniversario della Shoah, sbarrata anche per gli storici e gli studiosi, ha impedito di vedere “il «Memoriale ai deportati caduti nei campi di sterminio nazisti”, quella stessa porta, otto anni dopo si riapre, sebbene delocalizzata, a Firenze e attendiamo di varcarla per attraversare, come in un brutto sogno, la spirale dipinta e di rivivere i momenti della disperazione, della presa di coscienza, della volontà di sopravvivenza in primis morale e della vittoria sul male dell’oscurantismo, contro il suo revanscismo contemporaneo in svariate forme.

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