Radio Cora - Eva, Susy e la forza delle donne. Una storia sinta

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  • Eva, Susy e la forza delle donne. Una storia sinta

    Nella giornata internazionale per i diritti delle donne, pubblichiamo un’intervista ad una donna ‘speciale’ fatta da sua figlia, altrettanto ‘speciale’. Buona lettura

     

    Chi è Susy ?
    Sono una Sinta Gačkane Eftavagarja.

    Ossia mamma? Spiegami bene cosa significa  Gačkane Eftavagarja?
    Significa che sono una Sinta di origine tedesca, da parte di papà, difatti il “cuč tata” tuo  nonno era un Sinto tedesco, la “cuč daj” invece, tua nonna, era una Sinta lombarda.
    Tutti gli Eftavaghengre vengono dalla Germania e sono tedeschi, veniamo chiamati anche “Bare Teich” dagli altri Sinti o Rom.

    Mi racconti di nuovo la storia dei Eftavaghengre? Che cosa significa la parola, ricordami la leggenda sulle nostre radici?
    Tu sai benissimo che “efta” in Sinto significa sette e “vagaria” deriva da “vago” che in Romanés significa carro.Il “cuč tata” fin da piccoli ci ha raccontato la leggenda dei “sette carri”degli  “Eftawagaria”.
    Sette in effetti erano i fratelli della famiglia Reinhardt, i vecchi del “cioro tata” che vivevano in Germania a fine ottocento inizio novecento, o meglio vengono chiamati ancora oggi sette fratelli ma in realtà erano cinque fratelli, due sorelle e un nipote, accompagnati nel loro “baro drom” il lungo cammino. Solo uno dei sette fratelli,  Ludovico detto “Baro Lui”,  il nonno del “cuč tata”, arrivò in Italia, in Piemonte e qui con tutta la famiglia  formò un circo chiamato “Zazà”; i figli lavoravano tutti nel circo.

    Che mestieri facevano?
    Chi faceva l’acrobata, chi il contorsionista come il  “cuč tata” . Da li in poi gli Eftavaghengre si sparpagliarono in  tutta Italia; in Lombardia, Friuli, Toscana, Liguria, Emilia (nella zona di Rimini) e  nel Lazio. Non so neanche quanti parenti abbiamo in totale, siamo tantissimi.

    Mamma hai lavorato anche tu al circo?
    No, avevamo le giostre.

    Tu ci lavoravi?
    Certo, lavoravo sia  alle giostre ma andavo anche a “manghel”, senza l’elemosina non si campava.
    La mia infanzia e quella dei tuoi zii è stata molto dura. Giochi non c’erano, le nostre attività si dividevano tra la pulizia della “campina” e l’elemosina. Eravamo in tanti, la mia fortuna è stata quella di avere tanti fratelli.

    In quanti siete mamma? Mi dimentico sempre!
    Tra  fratellastri e fratelli veri, siamo tantissimi, eravamo quindici , alcuni purtroppo non ci sono più. Devi sapere  che la “ciori daj” e il “cioro tata” prima di incontrarsi, erano già stati sposati, ed ognuno di loro aveva già avuto figli. Pensa quanti cugini hai! Considera che ogni fratello ha in media sei figli.

    Ma la “Mami” e il “Papu” si sono incontrati quando erano già vedovi?
    Certo!

    Per una vedova fra i Sinti era normale risposarsi?
    Si, ma prima doveva rispettare il periodo di lutto, non poteva ascoltare musica, guardare la tv, tutto questo per un periodo che durava  un anno intero.
    La donna doveva rispettare tantissime regole, non poteva trovare un altro compagno nel breve periodo, doveva stare sola almeno per un anno. Noi donne una volta avevamo regole ancora più dure: la donna con il ciclo, “kilpetaraza” da “kilpeta”(ciclo mestruale), non poteva  assolutamente  parlare del suo stato di indisposizione con un uomo, perché  ciò avrebbe  provocato una vergogna incredibile; questo è causato dal fatto che il  sangue “Rat” è considerato estremamente impuro.

    Dunque mamma ci sono tanti tabù per le donne?
    Certo specialmente quando la donna aspetta un bambino.
    I tabù iniziano sin dal momento in cui ci si accorge della gravidanza  e terminano solo alcune settimane dopo il parto.

    Cosa succede?
    In passato, ricordo che ci raccontava la  “ciori daj”,  la donna non poteva nemmeno dormire con il marito. Per fortuna oggi questo non è più così, pensa, nessuno poteva mangiare ciò che lei cucinava, né poteva toccarla perché c’era il rischio di essere contaminati. L’impurità diventava un vero e  proprio isolamento della donna e del suo bambino dalle persone e da tutte le cose che li circondavano. Per fortuna che queste usanze, così rigide, non sono più così sentite fra di noi, perché creavano tanta sofferenza ed umiliazione nella donna.

    Perché si imponevano questi tabù?
    Perché una volta l’igiene era poco, eravamo sempre in continuo movimento e non c’era acqua corrente, per fortuna  non ho dovuto subirle e sinceramente non le avrei accettate così facilmente e tanto meno avrei sopportato l’idea di fartele subire a te. Ho sempre cercato di trasmetterti gli aspetti più belli e meno rigidi della cultura Sinta.
    Ho sempre pensato che fosse importante stabilire un dialogo con i miei figli, capire quali erano i problemi, per non commettere gli stessi errori fatti nei miei confronti.
    Noi da piccoli dovevamo crescere in fretta, dovevamo assumerci tante responsabilità, eravamo  obbligati altrimenti non si mangiava. Prima che tu nascessi dicevo sempre: ”se avrò un giorno una bimba le farò fare tutto quello che io non ho potuto fare nella mia vita, dovrà essere una donna realizzata e soddisfatta e con lei dovrò parlare di tutto senza limiti,  ne tabù, voglio essere anche una sua amica”. Tutte le cose che sono mancate a me, per nessuna cosa al mondo devono mancare ai miei figli a partire dalla scuola, dal sapere e dal conoscere. La cosa principale per voi era studiare, la scuola è l’unica arma che noi Sinti possiamo avere per farci valere in questo mondo, solo con la scuola si può diventare qualcuno senza rinnegare le proprie origini, solo così, secondo me, si può costruire un futuro migliore per i Sinti e per il nostro popolo.  Le difficoltà che ho subito da piccola sono tantissime, non basterebbe un libro per raccontarle tutte, era un continuo sacrificarsi per sopravvivere.

    E la scuola?
    Sai era proprio la scuola il covo del razzismo e del pregiudizio, creava forti shock psicologici in noi bambini sinti e sai perché?  Perché non solo ricevevamo un’educazione diversa dalla nostra famiglia, ma anche perché a scuola si diventava diversi! A scuola, purtroppo, non eri più un Sinto ma diventavi uno zingaro dal quale era meglio stare alla larga. Mi chiedono tanti perché non sono andata a scuola? Te lo spiego subito. Noi eravamo così diversi agli occhi dei bambini “gagi”, ci vedevano solo in maniera negativa, a scuola ci sentivamo disprezzati, eravamo a disagio, dunque per noi era più semplice prendere la via di casa dove potevamo trovare il nostro calore famigliare. Ricordo ancora come adesso quella volta che tuo zio Lavio si arrabbio in classe con la maestra.

    Cioè, raccontami!
    A parte che noi potevamo andare a scuola solo il pomeriggio, nell’aula riservata agli Zingari! Pensa che onore che avevamo!
    Per non sbagliare mettevano un’enorme cartello sopra la porta  con scritto:  “aula riservata agli zingari”
    Ricordo ancora con tristezza la prima volta che io e gli zii vedemmo quel cartello: credimi ci sentivamo dei lebbrosi, eravamo in un lager non a scuola, lo zio si arrabbio tantissimo con la maestra tanto che le chiuse il dito tra la porta, dopo lo mandarono dal direttore e lo zio gli chiese di togliere il cartello, lui non lo fece così il giorno dopo nessuno di noi andò più a scuola. Spesso le maestre pensavano che fossimo bambini con problemi mentali, solo perché magari avevamo una cultura diversa e parlavamo una lingua sconosciuta, il loro scopo fondamentale era quello di trasformare noi, bambini selvaggi. Per fortuna al giorno d’oggi la situazione non è più difficile come una volta ed è importante andare a scuola, anche perché oggi in Italia ci sono tanti stranieri, in una classe trovi il bambino rom, cinese, latino, arabo ecc. … dunque ci sono tante culture e c’è anche più volontà da parte dei “gagi” nel conoscere culture diverse. La scuola è importantissima per uscire dall’analfabetismo, solo così puoi essere qualcuno nella vita, bisogna studiare, conoscere, sapere ed essere preparato per difendersi.  Se tu non fossi andata all’Università non avresti mai fatto una tesi di laurea sulla nostra comunità… grazie all’istruzione tu hai scritto un libro sui “Sinti Gačkane Eftavagarja”, pensa quanto importante è per noi una cosa del genere, così possiamo rappresentarci da soli, senza essere accompagnati da nessuno, se abbiamo le capacità bisogna dimostrarle, senza bisogno di essere assistiti da nessuno. E’ importante dare peso anche agli aspetti positivi, perché altrimenti si sottolineano solo le cose negative.

    Cioè?
    Le solite cose che si dicono! Ossia gli zingari sono sporchi, ladri, portano via i bambini, hanno i pidocchi… Con questo non dico che siamo tutti bravi…. Ma non è nemmeno giusto che si faccia sempre di tutta un’erba un fascio, avremmo anche noi qualcosa di buono ed è giusto che la società  conosca e noi abbiamo l’obbligo di far conoscere i nostri lati positivi.

    Ossia?
    La nostra cultura, le nostre radici, la nostra lingua, il nostro cibo, la nostra musica, l’ospitalità, l’allegria, le nostre feste…

    Mamma, fino a quanti anni hai girato con la roulotte?
    Più o meno fino a quattordici anni, poi ci siamo trasferiti a Udine, prima in “campina” e dopo alcuni mesi siamo andati in un una casa. In questa casa ci viveva già mio zio.  Il passaggio in casa non è stato facile. La casa era vecchia mi faceva paura e per questo motivo inizialmente dormivo assieme a Katia nella “campina “che avevamo davanti a casa.  Subito dopo abbiamo trovato una casa migliore e ci siamo spostati a Passons, vicino a Udine. Da Passons mi spostavo spesso a Tarvisio da mio fratello Guglielmo, che al tempo aveva un bar e mi fermavo con lui e la sua famiglia per uno, due mesi. Stavo con lui e la moglie perché la mamma non riusciva  a mantenerci tutti, così lei pensava di garantirmi un futuro migliore,  però soffrivo molto la lontananza dalla mia famiglia. E’ a Tarvisio che ho incontrato il tuo papà. L’ho conosciuto all’età di quindici anni. Un giorno, al mercato di Tarvisio, mentre andavo a prendere l’acqua ci siamo visti e lui mi ha chiesto il mio nome.  Gli ho risposto perché gli interessasse il mio nome, ero stupita della sua domanda,  non gli ho detto subito che ero Sinta, lo ha saputo dopo alcuni mesi che eravamo assieme, per fortuna, non ha fatto alcun problema, per lui era importante stare con me, mi voleva bene. In realtà quando gli ho detto di essere una Sinta , lui non sapeva neanche che cosa fossero i Sinti. Quando gli ho spiegato che Sinta significava zingara, ha capito, ma subito gli ho spiegato che non doveva usare questa parola, perché altrimenti mi offendevo. I Sinti preferiscono essere chiamati Sinti, non zingari, è come dire a uno di colore, “Negro”, non va bene, è una parola troppo pesante.

    Perché mamma hai sempre avuto amicizie che appartengono a diverse realtà culturali?
    Perché mi piace conoscere e scoprire modi di vita diverse dai miei.
    Mi piace legare con persone straniere, non italiane, perché mi comprendono di più, sono in un certo senso diversi come me, mi sento compresa, i gagi italiani generalmente partano un pò prevenuti, non sempre sono disposti a conoscerti se sanno che sei zingara, perché per la maggior parte delle persone in Italia, gli zingari sono sporchi , rubano, sono pidocchiosi. Ho avuto la fortuna di conoscere persone splendide, che derivano anche loro da realtà dure e difficili, come la mia amica Gladi che è cubana, o la mia Amica Evelin austriaca, in comune abbiamo le sofferenze subite nell’infanzia, il fuggire dalla povertà, il fatto di alzare le maniche e lavorare per migliorare la propria vita, solo una persona che è sensibile e umile può comprendere una cultura diversa, sono persone stupende che mi sono sempre state accanto,  adoro ed ho una simpatia particolare per i latino-americani perché loro come noi sinti amano ballare, fare festa. Gli austriaci invece sono cordiali, inoltre il tedesco è molto simile al “romanès”, perciò mi piace sentirlo parlare.

    Ti ritieni soddisfatta della tua vita?
    Diciamo di si, non lo sono del tutto.

    Perché?
    La cosa che più mi frena, è il fatto di non sapere ne leggere ne scrivere.

    Nel corso della vita, qual’è stata la cosa più bella che ti è successa?
    Mettere al mondo te e i tuoi fratelli, siete tutto per me, la gioia più grande è soprattutto quando tu ti sei laureata,  non so neanche io descrivere la felicità immensa che ho avuto quel giorno, quel che non ho fatto io lo hai fatto tu. Il mio sogno quando andavo a “manghel” si stava realizzando in mia figlia.

    Ma tu non sai ne leggere ne scrivere, perché hai insistito tanto per farmi studiare, sull’importanza della scuola, mi dicevi “devi studiare”?
    Perché ho provato sulla mia pelle. Eva se apri un giornale e vuoi sapere come fai se non riesci a leggere, è una cosa bruttissima. I miei figli invece dovevano sapere, capire….conoscere
    Penso che per tutti i genitori la laurea sia importante… Ma per me lo è ancora di più, perché non sapendo ne leggere ne scrivere, ho cresciuto una figlia che è riuscita a laurearsi, è stata una grande soddisfazione. Non sono riuscita ad  andare a scuola,  dovevo andare a manghel per poter mangiare, ma tu invece dovevi studiare ed io dovevo mettere tutte le mie energie per fare realizzare questo sogno stupendo.

    Come pensi di averci educato in un’ottica di diversità culturale? Come hai fatto?
    Vi ho sempre detto di non vergognavi di essere Sinti, anche se da piccoli in prima elementare evitavate l’argomento con i vostri compagni, poi crescendo avete capito che non dovevate imbarazzarvi. Per me è un onore parlare del mio popolo, sono finalmente felice perché  posso valorizzare nel mio piccolo la mia cultura,  è una battaglia dura, ma penso che sia importante crederci, combattere per difendere le nostre radici e lottare per i Sinti e Rom che stanno peggio di noi, purtroppo c’è tanta gente che soffre tantissimo che vive in campi nomadi che sono una vergogna incredibile, bisogna prendersi la responsabilità per fare qualcosa per loro che non hanno la fortuna come noi di poter vivere in maniera dignitosa. Soprattutto bisogna vivere con tanta umiltà e semplicità.

     

    Eva Rizzin

     

    (l’intera intervista è pubblicata in E.Tauber (a cura di), Sinti und Roma, Eine Spurensuche, Arunda, 67, Bolzano, 2004)

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