Radio Cora - Le diaspore e il demiurgo (1994)

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  • Le diaspore e il demiurgo (1994)

    Prima si rende disponibile, poi beve «il calice amaro»: Berlusconi si candida e smuove le acque. Nelle file dei detrattori si oscilla tra calcoli sottostimati, commenti ironici e allarmismi per il suo ruolo nei mass media. Fra i sostenitori c’è chi inneggia a un nuovo “salvatore” ma “discesa in campo” non è casuale e lo scenario del dopo amministrative del 1993 ne accelera la decisione. Nelle grandi città vincono liste progressiste, con il Nord a prevalenza leghista, l’Italia centrale riconfermata al PDS e il Sud che guarda al MSI, in concomitanza con la rapida destrutturazione del sistema politico: il disfacimento iniziato con “Tangentopoli”, che ha fatto da detonatore, prosegue con la diaspora delle grandi famiglie politiche e l’estinzione di quelle minori, associato allo sbandamento di iscritti e votanti.

    Di fronte allo sfaldamento del centro politico e alla dispersione dell’ex pentapartito, Berlusconi si presenta come il demiurgo catalizzatore di una nuova stagione dei moderati. L’operazione condotta tramite Forza Italia, cui segue quella guidata da Gianfranco Fini con la nascita di Alleanza Nazionale, consente – come hanno osservato Gabriele Turi e Giovanni Orsina – il superamento di steccati e barriere che fanno ricollocare nello scacchiere di centro-destra una serie assortita di liberali, moderati, conservatori, laici, post-fascisti e cattolici che si sentono più liberi rispetto ai passati schemi della “prima Repubblica”. Uno schieramento in corso d’opera a fronte di un elettorato in via di trasformazione, come ricordato da Giovanni Gozzini: l’Auditel degli anni Ottanta e Novanta racconta degli italiani divisi per stile di vita e comportamenti, e non più solo per reddito e posizione sociale. Berlusconi ha in dotazione gli strumenti per comprendere ciò e utilizza questa chiave di lettura, mentre gli altri usano ancora le vecchie categorie della classe operaia, dei ceti popolari e ceti medi. Gli danno ragione il decennio Ottanta e i dati di Istat-Censis-Istituto “Tagliacarne” del 1992: gli italiani sono divenuti più edonisti, aumentano i consumi per abbigliamento e calzature, case, vacanze all’estero, mangiano più pesce e meno carne, vanno di più ai ristoranti e restano meno in casa. Due anni più tardi lo stesso Censis registra un rallentamento della corsa al superfluo ma conferma un elemento: la velocità della società è maggiore di quella della politica e l’Italia è «claudicante».

    La Toscana resta ancora poco coinvolta in questo trend – come osserva il professor Ugo Spadoni dell’Università di Pisa – «si è governato meglio che altrove», ed è anche vero che – analizza Giuliano Bianchi, direttore dell’Ires – storicamente le forze produttive hanno trovato nella sinistra di governo locale una «valida spalla», ma ci sono segnali di mutamento. Luigi De Marchi, esperto di psicopolitica, ritiene «fatale» che anche la Toscana ne sia investita come altrove: soprattutto nelle grandi città, dove «si è in grado di fiutare in anticipo il vento» rispetto ai piccoli centri dove ci sono «comunità molto coese», permangono «clientele» e «valori tradizionali» che resistono. Tutto ciò – conclude Marchi – può al massimo «ritardare» l’affermarsi di nuove tendenze. Cambiamenti che Franco Camarlinghi, ex assessore fiorentino, vede possibili per Firenze e Lucca, città dove possono realizzarsi alleanze in grado di contrastare i Progressisti. Di diverso avviso il commissario regionale DC, Lapo Pistelli, che chiede di «conquistare l’elettorato che si contrappone al PDS» e afferma che «in Toscana la destra non esiste», poiché c’è stata sempre la contrapposizione DC-PCI. C’è poco spazio per altri scenari, secondo il dirigente democristiano, e quanto a Berlusconi, se entra in politica «può portare cento consensi ma rischia di perderne centocinquanta».

    Critiche e complimenti, incertezze ed entusiasmi attraversano anche il mondo dell’imprenditoria locale rispetto all’esordio del collega lombardo. Alle preoccupazioni di Maurizio Bigazzi, presidente API Toscana e di Andrea Bologna, presidente di Unionchimica, fa da contraltare il parere positivo di Bona Frescobaldi, Stefano Ricci e Niccolò Pontello. Per altri non si tratta di nomi ma di sostanza: Paolo Targetti, ex presidente dell’Associazione Industriale fiorentina, sostiene che il problema non è un imprenditore alla guida del Paese ma il Paese che «deve assumere una mentalità imprenditoriale»; secondo Ambrogio Folonari, della SOGESE Spa, sarebbe stato meglio il processo inverso, cioè «che un uomo politico avesse coinvolto i migliori imprenditori». Quanto agli imprenditori pratesi intervistati, sembra prevalere una posizione di forte dubbio sull’operazione. Lamberto Cecchi, presidente dell’Unione Industriale, ritiene Berlusconi «in collusione con il sistema» e non crede «che possa essere il salvatore della Patria». Per Roberto Cenni, presidente Ente Cassa di Risparmio, la mossa del Cavaliere è «quasi un salto nel buio». Lo segue sullo stesso piano Piero Picchi: la scelta di entrare in politica è «fuori luogo»; Silvano Gori, presidente del Consorzio Pratotrade, critica il metodo: Berlusconi possiede i media, «non ha fatto una cosa intelligente»; Antonio Lucchesi resta scettico, Berlusconi «non è il Vangelo»; per Sergio Gualchierani, del Consorzio Texma, non è «il personaggio in grado di segnare una svolta». Posizioni diverse, dunque, ma tutti d’accordo su un punto: manca il centro politico e va ricostruito o rimpiazzato con qualcosa di nuovo al posto della DC.

    La proposta di un polo in contrapposizione alle forze progressiste si accompagna ai cambiamenti della struttura economica territoriale: riprendendo una riflessione di Francesco Ramella, il centro-destra del 1994 ha maggiori opportunità dove storicamente non va bene la sinistra ma anche dove la terziarizzazione e la crisi economica hanno prodotto nuove figure sociali e professionali che si sentono escluse, oppure lontane o avverse al modello di sviluppo determinato dalla cultura politica locale dominante. Attori sociali ed economici che prendono le distanze da quelli tradizionali e nuove generazioni cresciute nel decennio precedente che, di fatto, costituiscono una cesura in termini valoriali e politici rispetto alle generazioni passate. Ecco che rispetto al “modello toscano” e all’egemonia della subcultura rossa, nuovi e vecchi avversari si congiungono, in un frangente in cui incombono molte ombre sui sistemi produttivi locali.

    L’Irpet studia la situazione e vede crisi ovunque: i problemi delle grandi aziende non corrispondono più ai successi del “piccolo è bello”, anche quella stagione è alla fine. Il cocktail dato dall’espansione della spesa pubblica e dalla svalutazione della lira è al termine e il PIL toscano scende per la prima volta dal dopoguerra. Giuliano Bianchi (Ires) conferma la lettura e preannuncia un export in calo, invitando le imprese a «diminuire la dipendenza tecnologica» esterna, mentre esorta una CGIL troppo «industrialista» a «valorizzare il ruolo dei servizi come volano della ripresa». In Toscana fra le aree a declino industriale c’è anche Prato e il tessile dell’area fiorentina ma molte altre realtà accusano cedimenti critici: Nuovo Pignone, Hantarex, Galileo, Sma, Centromatic, Scwarzkopf, sono alle prese con ridimensionamenti, chiusure o cessioni di proprietà e persino il “core” della Magona lascia Firenze e si trasferisce a Piombino. Se ci sono ombre sul manifatturiero, al contrario splendono le luci sulla grande distribuzione: il piano regionale sulla GDO prevede per l’area Firenze-Prato-Pistoia un aumento di 65.000 metri quadri di negozi in aggiunta ai già esistenti 150.000. Numeri che preoccupano la Confesercenti del Mugello, con 10 richieste di nuovi supermercati e che allarmano la Confesercenti di Campi Bisenzio, postasi a difesa dei piccoli negozianti contro la nascita del Centro Commerciale “I Gigli”, una struttura – dice l’associazione di categoria – «catapultata dall’esterno e non integrata con il territorio». Lo skyline dell’agglomerato metropolitano subisce una mutazione somatica che è anche sostanziale: le ciminiere fumanti delle fabbriche lasciano il posto alle torri luminescenti delle cattedrali del commercio, mentre nella piana il conto-terzi artigianale sta diventando cinese.

    Le elezioni toscane del 1994 confermano la vittoria del cartello progressista nei collegi uninominali ma forniscono altri dati in merito al proporzionale, sia per l’area fiorentina, sia pratese. Il PDS supera il 50% solo in 3 Comuni, i “soliti noti” Castelfiorentino (58,41%), Certaldo (54,71%) e Cerreto Guidi (50,95%), mentre in altri 10 oscilla fra il 45 e il 49%. Rifondazione Comunista sta sopra al 15% a S. Piero a Sieve (17%), Capraia e Limite (16,12%), Borgo San Lorenzo (15,77%) e Vinci (15,55%). Per Forza Italia le previsioni dei sondaggi commissionati dal coordinatore regionale Roberto Tortoli sono confermate: il nuovo partito si colloca in Toscana sopra al 15%, va meglio nelle zone tradizionalmente bianche ma gode anche del voto in uscita del PSI. Prende il 19,08% a Montemurlo, il 18,77% a Poggio a Caiano, il 17,88% a Carmignano, il 16,78% a Marradi, il 16,45% a Firenze. Alleanza Nazionale va meglio nell’area pratese, con la punta massima però a S. Godenzo (15,46%), Comune dove esiste da sempre una forte presenza del MSI. Seguono Poggio a Caiano (12,51%), Carmignano (10,66%), Prato (10,6%), Cantagallo (10,57%), Montemurlo (10,53%) e Vaiano (10,11%). Dati incoraggianti che sono il punto di partenza dell’obiettivo dichiarato dal candidato AN Enrico Bosi: «incrinare il monopolio PCI-PDS e porre le premesse di una grande alleanza fra le forze anticomuniste» già dalle successive elezioni amministrative.

    La lista dei risultati fornisce delle prime indicazioni sulle prospettive future: finisce nei Comuni l’era del monocolore rosso e persino quella delle maggioranze a due, massimo tre partiti. La composizione delle nuove maggioranze diviene più complessa e si estende a più soggetti, tenendo conto della proliferazione di liste civiche e di candidati prelevati dalla cosiddetta “società civile”, a rimarcare le distanze da una politica accusata di lontananza da bisogni ed esigenze dei cittadini. Nel 1994 sono faticosamente in via di definizione le coalizioni che abbozzano un modello bipolare, riproponibile anche in ambito municipale: il centro scompare, e con esso si esaurisce – per usare le parole di monsignor Simone Scatizzi, vescovo di Pistoia e portavoce della CEI Toscana – la «delega in bianco» del clero. In attesa che anche il PPI, a Firenze e Prato ormai sotto il 10%, decida dove andare: ma in questo caso a bere l’amaro calice sono le due anime interne, ormai prossime al loro divorzio.

    Riccardo Cammelli

     

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