Radio Cora - Giorno del Ricordo o della Mistificazione?

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  • Giorno del Ricordo o della Mistificazione?

    Il Giorno del Ricordo, istituito con la Legge 92 del 30 marzo 2004, anche questo anno è stato utilizzato come “randello politico”. La data è stata scelta come ricorrenza del Trattato di Parigi del 1947 che «impose all’Italia la mutilazione delle terre adriatiche», come disse in Parlamento l’on. Servello (MSI), e il testo recita: «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
    In realtà, per il centro destra, si oblia la “complessa vicenda del confine orientale” e il Giorno del Ricordo diventa, in maniera volutamente semplicistica e strumentale, il giorno delle foibe. Così ci vediamo comparire in TV Salvini con la giacca da poliziotto (ma è poi lecito che una persona che non appartiene alle forze dell’ordine indossi una divisa?) che dice che ogni bambino infoibato è come un bambino di Auschwitz. Quello stesso Salvini che, qualche giorno fa, prendendo a pretesto una conferenza organizzata a Parma dall’ANPI dal titolo “Foibe e fascismo”, ha utilizzato l’accusa mossa da Tommaso Foti (Fratelli di Italia) “L’Anpi Parma ha deciso di sponsorizzare una conferenza negazionista, alla presenza di registi e storici da sempre sostenitori di posizioni revisioniste” , per minacciare di tagliare i fondi all’associazione (che fra l’altro non percepisce contributi statali ma solo finanziamenti per progetti).

    La colpa degli storici è quella di contestualizzare le foibe, drammatica vicenda per la popolazione italiana di Trieste e dell’Istria, nel più ampio contesto della storia del confine orientale. Se i confini fra gli stati sono sempre e ovunque luogo di elezione di guerre, destinati spesso a mantenere, anche dopo paci durevoli, frontiere culturali e mentali, quella con il mondo slavo balcanico è stata la più tormentata tra quelle italiane. Fondamentale è il tema della narrazione odierna degli eventi occorsi su quel “laboratorio di storia del Novecento” che è stato il confine orientale Dal punto di vista storiografico conosciamo le dinamiche che portarono alle due stagioni delle foibe, resta invece un problema politico, prima di silenzio durante i primi decenni del secondo dopoguerra, poi di strumentalizzazione di queste vittime per alimentare l’odio e la ricerca a tutti costi di un capro espiatorio.

    Gli eccidi delle foibe hanno dovuto attendere a lungo per ottenere il riconoscimento del diritto alla commemorazione. In conseguenza del lungo oblio durante la guerra fredda, luoghi come Basovizza restano terreno di scontro politico e di contrapposizione nazionale. Oscurando la tragedia vissuta da migliaia di persone, i dibattiti pubblici con frequenza si concentrano sul numero, spesso strumentalmente accresciuto, delle vittime (gli infoibati da 4000 diventano 10.000, i profughi da 250.000 diventano 350.000) e sulla loro appartenenza politica. E ci si mette anche il cinema: la fiction prodotta dalla Rai Il cuore nel pozzo parla di 10.000 morti e il più recente film Rosso Istria, andato in onda venerdì su Rai 3, continua a parlare di 7000 vittime.

    Purtroppo nel nostro Paese la memoria è sempre parziale, soprattutto quella del periodo fascista. Infatti, parlando delle foibe, non si possono tacere i reati, le stragi, le offese contro la dignità umana da parte degli occupanti Italiani nella ex Jugoslavia (che non giustificano ma in parte spiegano i successivi infoibamenti). Quasi nessuno racconta che quella ingiustificabile carneficina operata dai titini era stata preceduta dai massacri compiuti dagli italiani agli ordini di Mussolini e alla creazione di una serie di campi di internamento per civili jugoslavi come Gonars, Renicci, Monigo, Arbe, in cui il tasso di mortalità era del 15% come a Buchenvald!

    Quella sorta di “amnestia” che ha accomunato per decenni un po’ tutto il paese nella dimenticanza e nella mancanza di attenzione verso il nostro passato è anche un monito per l’oggi, per il cancro che divora la nostra democrazia, per i migranti, per gli esodi vecchi e nuovi con i quali la nostra comunità, che lo voglia o no, è costretta a misurarsi e mostrare al meglio le proprie qualità di solidarietà e inclusione sociale.

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