Radio Cora - “Nulla vale essere quello che non si è”

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  • “Nulla vale essere quello che non si è”

    In una Scuola Normale Superiore di Pisa affollatissima  entra claudicante per la rottura del bacino su cui non esita a fare ironia con la sua r ovulare, la “leggenda vivente” Francesco Guccini, così la definisce il professor Rosati. Insieme a lui in sala c’è il professore di letteratura italiana Stefano Cerrai e la docente e studiosa di narrativa italiana Gabriella Fenocchio, curatrice dell’ultimo libro di Francesco, “Canzoni”

    di CHIARA NENCIONI
    Il libro  contiene il commento critico alle 43 canzoni scelte,  alcune delle quali, come riconosce lo stesso autore ,  un po’ “Cenerentole”, cioè lasciate in disparte dal pubblico, ma a lui care.
    Guccini è definito da Rosati un “robusto letterato”, ma lui, con la sua modestia, si svilisce, lo nega e non si definisce neppure cantastorie o poeta. Forse in questo, in maniera inconsapevole, appare un po’ in linea con i Crepuscolari, Gozzano, Corazzini che si chiedeva:” perché mi dici poeta?”. È la prima domanda di Rosati è proprio sul rapporto tra poesia e canzone. La risposta basta cercarla in un testo della sua celeberrima Avvelenata “Non credo che a canzoni si fan rivoluzioni si possa far poesia”.

    Ma come nasce una canzone? chiede Rosati. “Dipende: le prime vere canzoni le ho scritte mentre facevo il militare, nel ’62. Sono Auschwitz e l’antisociale, le ho scritte perché con le canzoni si può fare qualcosa di buono” dice guccini. Che sottolinea come la sua prima fonte di ispirazione sia  stato Jacques Brel e successivamente anche un po’ Bob Dylan. “Alcune canzoni sono nate da un personaggio reale, come il frate, che mi attaccava dei bottoni impressionanti, o da un evento come Jan Palach, che si dà fuoco sulla piazza Venceslao che ha fatto nascere la canzone primavera di Praga. Le canzoni devono nascere quando hai voglia di scrivere qualcosa, quando hai delle idee dentro, non a comando chiudendosi in casa”.

    Guccini si schernisce ma, come diostra la professoressa Fenocchio sulle sue canzoni si può fare analisi letteraria: l’uso egli avverbi,  il lessico, la struttura delle strofe  il tono, le parole scelte ( come ad esempio il sostantivo “piedi” o il verbo “grattarsi” ci sono rime anomale come “destino- tacchino” o “buoni-coglioni”). E ancora:  figure retoriche, come l’anafora del verbo sai o antitesi ad esempio “cattivi buoni”.

    Guccini nei suoi testi ci dice che  nulla vale essere quello che non si è, una consapevolezza quasi senecana dei disperdere la vita “e quasi non ti accorgi dell’ energia dispersa” un “cotidie morimur”. Di come  “alcune frasi, aalcune,  parole ti rimangono dentro e poi saltano fuori”. perché,dice acora ” la lettura è come il maiale, è come il salvadanaio: non si butta via niente e qualcosa ti rimane sempre da parte”.
    E dopo un stacchetto musicale con Farewell, iniziano le domande del pubblico.

    Qual è il ruolo della voce nello scrivere canzoni?
    “Il ruolo è diverso fra una canzone incisa su disco e una in concerto in cui essa viene realizzata; io non ho una bella voce, non dico di essere Albano!”
    Nasce prima la musica o il testo?
    “Io scrivo contemporaneamente musica e testo; per me la parte letteraria e quella musicale sono entrambe importanti, ma la prima prevale sulla seconda. E poi scrivere canzoni mi fa godere come un maiale”.
    Si sente onorato che la Meloni si è detta sua fan?
    “Mi è successo di peggio: Ho sentito alla radio Gasparri cantare l’avvelenata. Io sono innocente!”.
    Che rapporto ha avuto con De Andrè?
    “Veloce, perché lui è morto poco dopo il nostro incontro a Bologna; quella volta abbiamo cantato una canzone per uno, ma lui lo ha fatto a luci spente perché era molto timido; poi ci siamo incontrati di nuovo al club Tenco ma non c’è mai stato un rapporto stretto, perché eravamo troppo diversi per estrazione sociale: di famiglia bene lui, io “figlio di una casalinga e di un impiegato”. Anche con Dalla non è mai nata una vera amicizia, poiché lui non riusciva a capire perché volevo vivere rintanato sui monti a Pavana, lui invece era un cittadino, un marinaio. Poi De Andrè beveva molto mentre io sono più morigerato! E’ una leggenda metropolitana che avevo un fiasco sul palco in realtà solo una bottiglia di vino; sì, è vero, che bevevo al collo, ma poco, metà bottiglia perché sul palco bisogna essere lucidissimi e attenti. Non si può bere tanto ma un pochino aiuta”.

     

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