Radio Cora - I giovani e quella scuola che non gli fa più amare la conoscenza

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  • I giovani e quella scuola che non gli fa più amare la conoscenza

    Considerazioni di due docenti (titolate e non di primo pelo!) dopo l’ articolo “I giovani toscani non credono più all’università”.

    È un fenomeno brutto, regressivo per l’intera società, ma non ci stupisce. È la scuola che disamora verso lo studio, troppo spesso sostituito da un insensato progettificio. E gli insegnanti? A fronte dei pochi veramente buoni, gli ignoranti sono tanti (anche nelle ultime leve messe in cattedra raschiando il barile delle graduatorie e pure in coloro che sono riusciti ad entrare di ruolo a 60 anni o alla soglia della pensione, perché incapaci di vincere un concorso). Tale ignoranza disamora loro stessi e i loro studenti. Il culturale postmoderno non sembra più credere che le materie in sé, i saperi, contengano al loro interno bellezza e verità, e che dunque siano di per sé educativi.

    E poi il proliferare di DSA (disturbi specifici di apprendimento), BES (bisogni educativi speciali) PDP (piani didattici personalizzati), esito di una follia classificatorio-burocratica degna di Foucault. È una burocrazia prepotente in mano a lobby psico-pedagogiche che hanno acquisito un enorme potere coercitivo sulla didattica e una furia classificatoria sui ragazzi. In natura i DSA sono il 3 per cento ma in varie scuole, specialmente professionali, gli alunni certificati per qualche disturbo sono un terzo della classe. e ciò impedisce lo svolgimento di una didattica efficace per il resto degli alunni ma allo stesso tempo anche per loro, poiché a forza di abbassare gli obiettivi minimi, si finisce per non imparare più nulla ed è ovvio che non si può amare ciò che non si conosce. Il problema è la mistificazione che tutto l’apparato burocratico messo in piedi (diagnosi, pdp, misure, ecc.) sia inclusivo degli alunni svantaggiati. È proprio vero? O è un patto tacito dove le famiglie chiedono il sei? Tutti in attesa del sei politico, famiglie e preside, senza alcun impegno da parte della scuola per i pochi veri DSA da aiutare. E così certi docenti appiattiscono tutti i voti sul 6, voto più voto, meno per non avere rogne con la presidenza e senza doversi sorbire le lamentele dei genitori che pretendono che il figlio vada bene a scuola studiando una sola ora al giorno. E poi ci sono presidi che temono le “mamme selvagge”, pronte anche a menare e  l’arrivo nei loro uffici di “padri pseudosindacalisti” a minacciare ricorsi.

    Così non stupisce che la pagella stilata dall’Ocse a gennaio dello scorso anno sul livello dei 15enni, bocci gli studenti italiani che sono quasi il fanalino di coda della classifica dei Paesi europei (Estonia e Finlandia si trovano in testa) ma soprattutto sono lontani anni luce dagli studenti dei Paesi asiatici come Singapore o Giappone.

    I nuovi test ‘Pisa’ (program for international student assessment) hanno coinvolto 540 mila studenti di 72 Paesi. Per l’Italia, il quadro che emerge è poco incoraggiante: dal 2006 nessun miglioramento, tra i ragazzi di seconda superiore, nella capacità di lettura e in scienze, con i risultati che restano inferiori alla media Ocse. Un dato per tutti: uno studente su cinque non raggiunge il livello minimo di competenza nella lettura di un testo. Ci attestiamo invece esattamente in linea con la media, 490 punti, per la matematica. A un abisso di distanza, comunque, dalle performance ottenute altrove in Europa: ad esempio dagli estoni,  dagli olandesi, dagli sloveni, dai danesi, dai tedeschi. Una soluzione potrebbe essere da ricercare nell’investimento dello Stato nelle scuole: il dato della spesa media per studente è calato di circa l’11% in Italia dal 2005 al 2013, mentre è aumentata del 19% nella media degli altri Paesi. I quali hanno quindi strutture più efficienti, stipendi e formazione migliori per i docenti. Ultima nota dolente, i numeri che certificano una volta di più la distanza tra nord e sud. Si vede che al meridione forse più che altrove il mestiere di insegnante è vissuto come un ammortizzatore sociale per donne che si cercano un lavoro poco impegnativo part-time o almeno ritenuto tale e socialmente rispettabile. Invece insegnare è un work in progress, uno studio che dura tutta la vita, una passione che mai si estingue. Così talvolta, come canta Guccini, ci viene da pensare “perché per colpa ad altri vada come vada a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”.

     

    Marta Baiardi e Chiara Nencioni

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