Radio Cora - La didattica in un campo ROM è possibile?Sì!

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  • La didattica in un campo ROM è possibile?Sì!

    Lo ha dimostrato una docente di Lido di Camaiore che ha deciso di mettere in pratica un piccolo ma significativo abbattimento delle barriere e del pregiudizio, trascorrendo un sabato con i suoi alunni in un campo ROM, a Prato presso la famiglia di Ernesto Grandini, Il campo si trova ai margini della città, lungo uno stradone, viale Manzoni. È uno dei quattro campi rom di Prato ed esiste da trent’anni.

    A Prato, infatti, vivono in totale 108 romanì: ci sono due campi di sinti residenti costituiti rispettivamente da 68 e 34 abitazioni in legno, container, roulotte, camper, e un campo dove vivono 6 bosniaci rom residenti. Ci accoglie l’infaticabile, solare, affabulatore Ernesto, che ci fa entrare in piccola unità abitativa adibita a cucina e salotto. Ernesto è anche Presidente dell’associazione Sinti Italiani di Prato e membro dell’U.N.A.R. (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), un pozzo di conoscenza e un di divulgatore di cultura sinta. Parla in continuazione e, pone domande di cultura rom a cui gli alunni non sanno rispondere un po’ per ignoranza un po’ per imbarazzo. Allora racconta cosa è stato nascere in Italia nel 1955, da padre italiano, e mamma sinta, ed essere messo nelle scuole speciali, quelle dedicate ai bambini rom, che aprivano negli scantinati quando non era orario di lezione per gli alunni “ordinari”; come è stato essere guardato con sospetto e paura oppure sentir parlare della sua gente solo come spauracchio nelle campagne elettorali. Lui non ha problemi a dichiarare di essere un italiano di minoranza culturale sinta, perché è uno scafato e un chiacchierone, ma riconosce che per un sinto dire chi sei richiede coraggio. Gli alunni, cui mostra foto d’epoca di famiglie, personaggi famosi, incontri sulla storia dei sinti, pendono dalle sue labbra. Poi Ernesto (a malincuore) lascia la parola alle due sue nipoti, Nancy, studentessa di 17 anni e Margherita, operaia di 24, affinché gli studenti, pongano loro domande, in una conversazione fra pari. Gli alunni son subito colpiti dall’abbigliamento alla moda delle due ragazze, dal loro I-phone, dal parlare correttamente la lingua italiana, insomma dal fatto che non le distingueresti mai da un “gagé”, termine con il quale i rom definiscono “gli altri”, i “non rom”.
    E così iniziano le domande:

    CHI SONO l SINTI?
    Margherita: Non siete abituati a chiamarci sinti, perché in Italia si usa la parola “zingari”, ma noi non la useremmo mai, perché significa nomade, ladro, asociale; in Italia ci sono soprattutto due gruppi: i rom ed i sinti; i rom con antica provenienza dalle terre dell’est (Nord dell’India e Pakistan) ed i sinti con antica provenienza dalle terre del Nord Europa. Essi riconoscono in uno stesso popolo, il popolo romaní
    Nancy: infatti i sinti hanno gli stessi caratteri somatici degli europei e sono di pelle chiara, i rom hanno tratti più medio-orientali, ad esempio la carnagione olivastra o i capelli scuri. Io sono una “meticcia”, perché i miei genitori sono uno sinto e una rom, per cui spesso mi scambiano per sud americana o del vicino oriente (e ci mostra i suoi capelli ricci e scuri, bellissimi!).
    Margherita: le nostre sono origini antiche, perché in Italia ci siamo almeno dal 1400. Oggi siamo circa 170mila rom e sinti, più della metà di cittadinanza italiana. Il nomadismo è stato quasi sempre una risposta al fatto di essere perseguitati, scacciati o stigmatizzati. Altri sono arrivati dopo le guerre nella Ex-Jugoslavia, e con l’allargamento dell’Unione Europea, con rom di provenienza soprattutto rumena.
    SIETE NOMADI?
    Margherita: Non siamo nomadi, ci siamo sempre dedicati tradizionalmente a lavori ambulanti. Alcuni di noi fanno ancora i giostrai, per esempio questo è stato il lavoro di Ernesto, ma non significa che non abbiamo radici in un luogo o in una nazione o che non vogliamo fermarci in un posto. In Italia i miei antenati sono stati pure partigiani, figuratevi se non ci sentiamo italiani. Il fatto che facessimo lavori ambulanti ci ha fatto guardare con sospetto e quando ci fermavamo o tornavamo nella nostra città natale, la gente si impauriva e ci cacciava. Siamo immaginati da tutti nomadi, ma non lo siamo. I ragazzi, seguono le scuole come tutti; io ho frequentato la scuola superiore qui. A Prato ci siamo dagli anni Cinquanta.
    Nancy: anche io studio qui, frequento il quarto anno dell’istituto turistico.
    COME VI TROVATE / SIETE TROVATE A SCUOLA?
    Margherita: Io in seconda superiore ho commesso l’errore di dire che sono sinta. Da allora la mia vita scolastica è cambiata: sono diventata trasparente, mi hanno ghettizzata, in alcuni casi bullizzata. Gli insegnati (beh, alcuni di loro, perché altri si sono rivelati razzisti come i miei compagni e hanno iniziato a guardarmi con occhi strani, alcuni con pietà, altri con disgusto) sono intervenuti. Anche il preside lo ha fatto, sospendendo uno studente. Ma la situazione non è migliorata.
    Nancy: io, invece, memore della vicenda di Margherita, non ho detto niente a nessuno. Solo un mio compagno, amico d’infanzia, sa che sono sinta. Però è triste non poter mai invitare gli amici a casa per una festa o semplicemente per fare i compiti insieme.
    ALLORA, SE NON SIETE NOMADI, PERCHE‘ VIVETE IN UN CAMPO?
    Margherita: Perché anche lo stato italiano ci ha considerati nomadi e tra gli anni Settanta e gli anni Novanta ha pensato che i campi nomadi potessero essere il posto dove farci abitare. Li hanno costruiti e ci hanno detto che dovevamo vivere lì dentro. Erano luoghi di emarginazione già allora e sono peggiorati ancora. Non siamo noi a volerci vivere e sappiamo che viverci significa far crescere il razzismo verso di noi. Alcuni dei sinti vogliono vivere in casa, altri ci vivono già. l rom dell’est, invece, ci hanno sempre vissuto. Noi sinti, facendo lavori ambulanti, abbiamo sempre vissuto in famiglia allargata in case mobili o in roulottes. E’ il nostro modo di vivere tradizionale, ma non vuol dire che siamo pericolosi. Chiediamo di poter acquistare dei campi privati, creare la nostra micro area. Tutto questo costa meno di quanto si spende per i campi nomadi e noi vogliamo partecipare alla costruzione.
    Ernesto: proprio qui, dall’altro lato della strada, c’è un cascinale abbandonato, che sta diventando un rudere. Abbiamo chiesto un micro credito al comune per poterlo acquistare. Lo avremmo ristrutturato noi, con le nostre mani, a nostre spese…ma ce lo hanno negato.
    SIETE LADRI?
    Nancy: Il furto non è una caratteristica “genetica” né dei rom né dei sinti, come l’essere mafiosi non è caratteristica degli italiani; le statistiche di delinquenza tra rom e sinti sono le stesse del resto della popolazione italiana. Certamente però i campi nomadi sono dei ghetti, ci sono povertà e miseria soprattutto in quei giganteschi campi delle grandi città ed allora in qualsiasi ghetto e più facile che attecchisca la delinquenza e che la criminalità organizzata si infiltri più facilmente.
    E IL LAVORO?
    Margherita: Io l’ho sempre cercato, come tanti altri, e mi sono adattata a ciò che ho trovato. Ma quando devo andare a firmare il contratto e, dalla carta di identità, vedono dove vivo o trovano una scusa per non assumermi più o, alla scadenza del contratto, non me lo rinnovano.
    Adesso mi sono adattata a lavorare in una fabbrica. Lì mi hanno assunta perché sono tutti lavoratori stranieri ed io, pur essendo italiana, sono percepita come una straniera.
    Anche chi è nato in Italia e qui è vissuto, continua a convivere in questa forte contrapposizione tra sinto/rom e gagé, poiché, l’Italia non ci riconosce come propria parte ma ci identifica come qualche cosa di estraneo, da emarginare e allontanare. Si nasce in Italia ma si è zingari, si è stranieri.
    MA E’ VERO CHE VI SPOSATE E FATE FIGLI MOLTO PRESTO?
    Margherita: In passato era così, ma adesso no. Io, ad esempio, ho 24 anni e non ho neppure un fidanzato! Ma penso che la stessa cosa fosse per voi “gagé”: anche la generazione dei vostri nonni metteva su famiglia molto presto.
    Ernesto: Io sono un’eccezione, perché sono diventato padre a 16 anni. Non perché lo volessi, ma perché ho messo incinta la mia ragazza di allora (sono divorziato) ed ho voluto assumermi le mie responsabilità. Fortunatamente vivevo in una famiglia con molte donne, mamma e tre sorelle, quindi mi hanno aiutato moltissimo a crescere mio figlio.
    E COME FUNZIONA DA VOI IL MATRIMONIO?
    Ernesto: (sorridendo) dice “siamo noi che abbiamo inventato le coppie di fatto!”.
    Nancy: Non esiste una cerimonia ufficiale, in cui è necessario andare in comune e mettere una firma (certo, chi vuole, può farlo) ma il nostro matrimonio consiste essenzialmente in una “fuitina” (e ride), come credo che avvenisse in passato nel sud Italia se eri rimasta incinta e dovevi far accettare al paese il matrimonio. Negli ultimi anni si sono registrati anche matrimoni tra appartenenti al popolo rom e gagé.
    Il matrimonio celebrato con rito rom, non è riconosciuto dallo stato italiano, ma è l’unico che conta per la comunità, infatti, è da questo momento che ha inizio la vita matrimoniale.
    VOI VIVETE IN FAMIGLIE ALLARGATE?
    Ernesto: per noi la famiglia è molto importante. Ma non solo il nucleo familiare ristretto, ma tutta la comunità che è caratterizzata da una forte solidarietà tra i diversi nuclei familiari, che si manifesta concretamente con la condivisione, in caso di necessità, di guadagni ed eventuali perdite o danni.
    Margherita: Secondo l’antica tradizione, i genitori vivono e sono accuditi fino alla morte dal figlio più piccolo e da sua moglie. Nella nostra società c’è un forte rispetto verso gli anziani. Un aspetto della vostra cultura che a noi pare non accettabile è l’abbandono dei vecchi, ad esempio in una casa di cura, dove sono lasciati a loro stessi.
    E RIGUARDO ALLA DONNA? C’E’ SOTTOMISSIONE?
    Ernesto: (che come sempre vuol parlare per primo): no, c’è un rapporto del tutto paritetico. Io però non cucino! Notiamo però che è lui a chiedere alle nipoti di offrire l’acqua e versarla. Lui non si alza a farlo.
    Margherita: anche la donna ha una certa rilevanza. A me nessuno ha mai detto chi devo frequentare o ha controllato la mia vita privata.
    CHE NE PENSI DELLE ZINGARE, CHE VEDI IN GIRO CON LA GONNA LUNGA, A CHIEDERE L’ELEMOSINA?
    Nancy: Si tratta non di sinti, ma di rom di recente immigrazione, che sono molto attaccati ancora alle loro tradizioni.
    Coloro che noi vediamo a chiedere l’elemosina o a lavare i vetri sono quelli arrivati nel periodo fra le guerre balcaniche e l’ingresso della Romania nella UE. Arrivano e vengono messi in campi sporchi, privi di ogni decenza igienico sanitaria, vengono marginalizzati. Nessuno offre loro un lavoro, a meno che non lo faccia la criminalità organizzata che spesso si serve di queste persone. Quindi è normale che, se vengono trattati come bestie, finiscano quasi per divenirlo.
    Dopo un paio di ore salutiamo la popolosa famiglia di Ernesto; infatti alla spicciolata tutti i figli e nipoti passano dal nonno: c’è il figlio che ha avuto un incidente e ne porta ancora le tracce, c’è la figlia di 44 anni che è di ritorno con i suoi due bambini dal campetto di calcio, c’è la sorellina di Nancy di tre anni.
    La docente,9 di questi studenti, Nancy e Margherita e Ernesto si fanno appuntamento sul Treno della Memoria. E il viaggio nella cultura continua!

    Chiara Nencioni

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