Radio Cora - La subcultura tira a campare (1992)

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  • La subcultura tira a campare (1992)

    Dalle “picconate” di Cossiga, alla strage di Capaci, passando per il Pio Albergo Trivulzio: in un semestre accade di tutto. Il sistema politico si sfarina e non è un caso che le elezioni del 1992 siano definite un «terremoto».

    Il «New York Times» lo definisce uno dei «più drammatici risultati elettorali» degli ultimi 40 anni, mentre Giorgio Rumi su «L’Osservatore Romano» scrive degli italiani che «hanno detto basta», vogliono «fatti concreti» ora che «i patriziati dell’Italia da Ancien Régime sono crollati».  Nonostante i ripetuti appelli della CEI all’unità politica dei credenti, il voto cattolico in libera uscita si orienta verso la Lega Nord e La Rete: Gabriele De Rosa parla di «contagio leghista» come risultato del «vero quadro dei sentimenti di ampie fasce della società civile». Dall’altro lato prende forma e sostanza la spaccatura dell’ex PCI, rispetto alla quale il PSI vede accorciarsi le distanze dalla Quercia.

    In provincia di Firenze lo sconquasso sembra meno avvertito: gli equilibri numerici non ne risentono più di tanto, osservando che il PDS ottiene il 33,19% e Rifondazione Comunista (RC) il 9,06%, cioè il 42,25% complessivo contro il 43,06% del PCI alle scorse regionali 1990. Il PSI resta praticamente fermo, con un 12,66% uguale al 12,64% del ’90. La DC invece scende sotto la soglia del 20% (19,83%) con un -3,9%. La Lega Nord dura fatica nella ricerca di consensi, tuttavia ottiene un 2,8% che è già un successo rispetto allo 0,9% di due anni prima. Per finire brevemente la rassegna, i Repubblicani passano dal 4% al 5,85%, il MSI resta sotto il 4% (3,67%) e fanno la comparsa liste come quella dei Cacciatori (CPA, 1,33%) e la Rete di Leoluca Orlando, Nando dalla Chiesa e Antonino Caponnetto, con l’1,45%. Tutto il trambusto sembra attenuato; come dice Giorgio Morales a urne chiuse, non ci sono risultati clamorosi, «il potere del PCI era ben radicato» e per questo tiene.

    Normale all’apparenza anche la volata al nastro d’arrivo, con Stefano Rodotà (PDS), Tommaso Bisagno (DC) e Valdo Spini (PSI) primi degli eletti nei rispettivi partiti.

    Ma molte cose stanno cambiando, in politica, nella società e nelle economie cittadine. Il principale partito di governo locale, il PDS, affronta una fase complessa che vede da un lato l’esaurimento dell’alleanza con il PSI e la consunzione delle maggioranze che per 45 anni hanno retto in molti Comuni fiorentini; dall’altro lato si trova a gestire un difficile rapporto con RC. È un PDS che non ha ancora individuato la direzione da prendere: ha ricordato Giulio Quercini come in Toscana l’opposizione alla svolta di Occhetto sia «fra le più significative» della penisola e perciò Rifondazione Comunista consegue risultati consistenti, sia in termini di iscritti che di voti. In più vanno aggiunte le dinamiche interne alla stessa Quercia: Daniela Lastri parla di svolta «non adeguatamente preparata e condivisa», di più dice Giovanni Gozzini rispetto a un Occhetto «inadeguato» e inadatto alla portata della svolta. Lo scrive Alberto Ronchey su «La Repubblica»: i «liquidatori del PCI e inventori del PDS non sembravano propriamente all’altezza della tragedia subìta». Non è caduta una «modesta scommessa», bensì una «visione del mondo». Il segretario del PCI – prosegue il giornalista – non ha usato «accenti adeguati all’enorme portata dei fatti», verso i quali c’è «rimozione» e non analisi, per cui è difficile passare da un partito «fideistico» ad un partito «pragmatico», momentaneamente solo «confuso». Emergono le stesse criticità da un’inchiesta sulle “zone rosse” condotta dall’Università di Milano: il professor Roberto Chiarini parla di «depressione, angoscia e paura» che vanno oltre il voto del 5 aprile, nel PDS si è «confusi e sbandati», è stato chiuso il PCI «in fretta e male» non tenendo conto che era una «chiesa» con propri «riti».

    La cifra maggiore della crisi locale è data però dal cardinale Silvano Piovanelli che, riprendendo i commenti dell’«Osservatore Romano» e di «Toscana Oggi», mette in guardia nelle sue omelie post-voto: l’elettorato chiede di «voltare pagina», siamo al «tramonto della signoria dei partiti». E dalle zone bianche dell’Alto Mugello arrivano gli stessi segnali: Bruno Cavini, sindaco di Palazzuolo ammette di non avere «mai creduto agli avvertimenti della gente» ma ora «abbiamo capito». Giovanni Vignoli, sindaco di Firenzuola, chiede di «curarci alla svelta». Il sistema politico locale inizia a frastagliarsi e non siamo che all’inizio. Di pari passo, l’economia dei territori prosegue nel mutamento della sua composizione, sempre più orientata alla terziarizzazione. Nel raffronto tra 1981 e 1991 il manifatturiero segna dappertutto perdite importanti: -14.000 addetti nel comprensorio Fiorentino, -7.000 nel Pratese, -6.000 nell’Empolese-Valdelsa-Medio Valdarno, -1.400 nel Mugello-Val di Sieve, molti meno nel Chianti (-100) e nel Valdarno Superiore (-500). E mentre Pietro Barcellona si chiede se sia finita la «società del lavoro», nei comprensori fiorentini e toscani si assiste alle crisi strutturali connesse alla globalizzazione dei mercati e alle innovazioni tecnologiche, che fanno arrancare il vecchio modo di produrre, contraddistinto dal laboratorio sotto casa, dallo “stanzoncino” a conduzione familiare ma anche dalla piccola e media impresa scarsamente dotata di risorse per tenere il passo.

    I dati della CCIAA di Firenze per i primi mesi del 1992 raccontano guai: scende il numero delle imprese e aumentano Cig e disoccupati. Il numero di aziende tessili scende del 6,6% sul 1990, e vede l’area pratese affrontare la crisi irreversibile della lana e del cardato. Il ricorso alla Cig aumenta del 53% rispetto a due anni prima, il picco è dato dalla meccanica con +466%; i fallimenti salgono, +8,8% (punta del 37% nel settore cuoio e pelli). Il terziario al contrario viaggia spedito, con +53.000 addetti provinciali rispetto al 1981, di cui oltre 30.000 tra Firenze e Prato. Mutazioni significative che indicano la progressiva riduzione della vocazione produttiva classica e l’altrettanto progressiva riduzione della dimensione dei distretti manifatturieri, secondo una dinamica comune a tutti i territori della “Terza Italia”. Un identikit che deve rinnovarsi anche alla luce della trasformazione degli istituti di credito locali, che a seguito della legge Amato del 1990 e del successivo Testo Unico del 1993 cambiano i connotati a Casse di Risparmio e Casse Rurali. Ed è un passaggio da non sottovalutare: si rimette in discussione anche un altro dei pilastri del sistema locale, l’istituto di credito di prossimità, bandiera del “localismo” e punto di riferimento di famiglie e imprese.

    Il mondo economico misura i passi fatti e chiede ulteriori accelerazioni: l’Associazione degli Industriali fiorentini denuncia la mancanza infrastrutture e servizi, il presidente Giampiero Busi sollecita una politica di «incentivazione dell’innovazione, pena l’obsolescenza». Per Firenze – aggiunge l’imprenditore – serve un «parco tecnologico» come nei paesi più sviluppati, con biotecnologie, informatica, scienza e medicina. Il mondo politico raccoglie le “doleances” e in campagna elettorale una voce multicolore ma monocorde lancia l’idea di una “legge speciale” per Firenze: da Riccardo Nencini (PSI) a Marco Cellai (MSI), tutti d’accordo. Una volta contati i voti, gli eletti Raffaele Tiscar (DC), Graziano Cioni (PDS), Nencini e Cellai si dichiarano pronti per un «patto» di collaborazione per il capoluogo. Li ammonisce Giuseppe Matulli, memore del passato: vada per la collaborazione, ma servono idee e «riferimenti romani, altrimenti si ripeterà la dinamica della Variante Nord-Ovest». Il dirigente democristiano coglie uno degli aspetti del problema, mentre un altro si presenta per il futuro: le categorie economiche intendono sfilarsi dai vecchi legami con la politica, mollando gli ultimi resti delle “cinghie di trasmissione”. Già da tempo Confindustria va dicendo che sono finite le “deleghe in bianco”, a maggior ragione, terminato il bipolarismo mondiale, può fare da battistrada Luigi Abete: «il vecchio modello di scambio tra corporazioni e partiti» è finito, occorre ribaltare il rapporto tra società, economia e politica. Serve – dice il presidente degli industriali – una «grande democrazia di mercato e grande efficienza e capacità di governo», si deve «rompere con lo Stato produttore e gestore dell’attività economica» per riportare le istituzioni al ruolo di «disciplinatrici» dell’economia.

    Sotto la Torre di Arnolfo, in campagna elettorale, la Confcommercio esce allo scoperto: il presidente Valentino Giannotti chiede ai candidati il «contratto con l’elettore», vuole chiarezza di obiettivi. Fa altrettanto la Confesercenti, che dichiara il confronto aperto con i candidati: il presidente provinciale Sante Collesano e il segretario Aleandro Manetti rivendicano una crescita «senza l’aiuto della politica» e invitano gli imprenditori affiliati a «confrontare i programmi elettorali dei candidati». Passano tre mesi e a parti rovesciate è il segretario della Federazione fiorentina del PDS, Leonardo Domenici, a dichiarare la separazione tra politica e affari, definendo la potente Unicoop come un’impresa privata “qualsiasi”.

    Il profilo dei sistemi locali, dopo un trentennio di staticità, acquisisce un assetto a geometria variabile, alla presenza di crisi, contraddizioni, disconnessioni e problemi strutturali irreversibili. Non ultimo, denunciato dal procuratore generale Luciano Tonni nel 1991 e 1992, la presenza della mafia che opera in Toscana nell’area che va dalla Versilia a Montecatini, Pistoia, Prato, fino a Firenze. Fra le attività spiccano lo spaccio di droga e il riciclaggio di denaro tramite l’acquisto di aziende commerciali e industriali, specialmente quelle “decotte” e fuori mercato.

    Il tempo delle ideologie è finito, ma gli sopravvivono l’impianto di relazioni, interessi, intrecci e risorse umane che le due subculture (“bianca” e rossa”) hanno costruito nel corso dei primi tre decenni del secondo dopoguerra. I punti di riferimento tradizionali, politici, associativi e istituzionali vacillano ma la subcultura tira a campare. Ancora per un po’.

    RICCARDO CAMMELLI

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    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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