Radio Cora - L’anomalia che indica una via (1990)

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  • L’anomalia che indica una via (1990)

    Siamo nel dopo-Yalta: significa la fine delle vecchie collocazioni, delle vecchie «geografie politiche», finisce anche il mandato anticomunista» e «tutti siamo chiamati a tornare ai nastri di partenza». L’analisi lucida e lungimirante di Leopoldo Elia è un dato di fatto, confermato anche dalle elezioni aministrative 1990, che fungono da catalizzatore di processi di separazione, diaspore e ricollocazioni politiche.

    DI RICCARDO CAMMELLI

    Prendendo a riferimento le elezioni regionali, il PCI nella provincia di Firenze scende al 43,06%, la DC va sotto al 24% (23,7%), il PSI è al 12,64%. Si tratta di una regressione: per trovare risultati simili si deve tornare agli anni Sessanta, con il PCI al 43,66% (politiche 1968), la DC al 28,46% (il dato più simile, politiche 1963) e il PSI al 13,06% (politiche 1963). I comunisti camminano sul piano inclinato ma sono ancora maggioranza assoluta in 21 Comuni e maggioranza relativa in 26. I risultati migliori del partito di Domenici sono sempre quelli ottenuti a Castelfiorentino (66,68%) e Certaldo (62,42%), mentre i peggiori si registrano a Firenze (33,28%) e a Poggio a Caiano (34,55%). Per i democristiani le roccaforti restano le solite di sempre, con Firenzuola (38,55%) e Londa (44,15%). Speculare e opposto al PCI invece è il dato a Castelfiorentino (14,08%) e Certaldo (16,5%), i più bassi ottenuti. I socialisti risalgono la china dagli anni Settanta, ma non incassano quanto sperato. I picchi massimi si hanno a San Godenzo (20,8%) e Montemurlo (19,1%), mentre i minimi riguardano Cerreto Guidi (6,83%) e Gambassi (7,28%).

    Il ciclo è irreversibile e la “Prima Repubblica” si sta esaurendo. Il Censis scruta la società italiana evidenziando il tramonto della bipolarizzazione DC-PCI, in concomitanza con il «disallineamento» tra società e politica. Emerge piuttosto – prosegue l’istituto di ricerca – il localismo, declinato in senso leghista o in senso clentelare: sono le città i nuovi centri di interesse dove si giocano i rapporti di forza.

    Giuseppe De Rita parla di «frammentazione localistica» e «rifiuto» dello Stato nazionale. Gli italiani vivono il «qui e ora», escludono proiezioni verso il futuro e sentono come rischi maggiori l’inquinamento (37,6%), il terrorismo (36,2%), la violenza (33,6%). Il meno sentito, ancora per poco, è il tema dell’immigrazione (4,5%). Lo storico Leonardo Paggi rilegge la fase come «emergenza storica dell’individuo consumatore» e gli fa eco Giovanni Gozzini: al posto delle masse c’è l’individuo, una «frammentazione individualistica degli stili di vita» che porta alla fine del «senso di appartenenza» e della funzione di rappresentanza dei soggetti collettivi. Tutto ciò si sta riflettendo anche nella politica e nelle campagne elettorali: fa notare Marco Marcucci, assessore regionale all’Ambiente, la crescente «americanizzazione della politica» fatta di «individualismi, frantumazione, digregazione, clientele».

    La crisi dei corpi intermedi è in corso e le cause sono sia esogene, sia endogene. Il PCI, fresco di congresso a marzo, è diviso al suo interno sul processo costituente della “Cosa” e sul cambio del nome. Inevitabile, dopo la fine di un mondo. Ma rispetto a quella fine nessuno può chiamarsi fuori, nessuno può fare a meno di rivedere l’agenda politica e fare i conti con il presente.

    La “questione comunista” si porta con sé la “questione cattolica”, altrettanto importante, problematica e complessa: per ovvie ragioni i riflettori sono puntati sul PCI ma le tensioni nel mondo cattolico e in casa DC sono rilevanti e gravide di un dibattito sulle scelte future. Lo scudocrociato va in frantumi, il direttore de «Il Popolo», Sandro Fontana, denuncia la «profonda differenziazione di linee politiche», Tina Anselmi ammette che «il partito non si sostiene più», Adolfo Sarti sente parlare di «scissione». Pier Ferdinando Casini vede la «spaccatura», mentre «Civiltà Cattolica» si chiede se nella DC sia stato scavato «un fossato». Appena finite le elezioni, con Forlani che insiste sul pentapartito, l’ex “area Zac” prende atto del mutamento in corso e lancia il Forum dei cattolci democratici: Bartolomeo Sorge, Giovanni Bianchi, Achille Ardigò, Pietro Scoppola, Ermanno Gorrieri, Domenco Rosati denunciano la «involuzione» del partito e il «disagio» vissuto, chiarendo che non si tratta del «lancio di una seconda DC» né di «sostegno alla costituente occhettiana» ma di «uscire dall’angustia dello schema alternativo bipolare».

    Proprio Giovanni Bianchi avanza l’analisi della «mutazione morfologica» dei partiti (DC e PCI quelli più «in ebollizione») e la fine della «centralità istituzionale» della DC. Giuseppe Matulli, dirigente e parlamentare toscano, lo va dicendo ormai dalla metà degli anni Ottanta e lo ribadisce: nessuno pensi di uscire «indenne» dalla fine del comunismo. Però il problema attuale è la «bonaccia»: mentre il mondo «si capovolge», in Italia è ancora «tutto tranquillo», col PCI in crisi e la ripertizione dello schema pentapartito. Finito il bipolarismo USA-URSS – dice il sindaco di Marradi – le nuove coordinate mondiali saranno Nord-Sud, «ce ne accorgeremo con sempre maggiori problemi». E proprio perché è finita la contrapposizione ideologica, si aprono «positive potenzialità»: il sintomo «prepotente» di tutto ciò è la «trasversalità» di posizioni assunte ormai da appartenenti a vari partiti. Lo stesso ragionamento è di Pietro Scoppola: per la DC entrano «in crisi le ragioni di fondo che tennero insieme il partito», le ideologie sono cadute, ora si tratta di lasciare il campo alle «grandi tensioni etiche» a partire dal divario Nord-Sud del mondo, quindi «c’è spazio per una ricerca che può coinvolgere nuove culture».

    È un travaglio vissuto anche dai cattolici presenti in altre forze politiche, in particolare quelli vicini o dentro al PCI. Giulia Rodano dalle pagine de «l’Unità» propone una «via maestra» da percorrere insieme, vista ormai l’insufficienza delle formule tradizionali, e lo ripete alla Festa nazionale dell’Unità: è finita la stagione della «autosufficienza» e inizia la stagione della «contaminazione» tra culture. Paola Gaiotti De Biase, presente a Firenze a una tavola rotonda organizzata dalla rivista «Testimonianze», osserva la fine dei vecchi schemi e propone di lavorare su «obiettivi concreti». Qualche giorno dopo, la stessa rileva il «diffuso e attentissmo interesse» dei cattolici per il processo costituente nel PCI e chiede di superare lo «steccato» tra “guelfi e ghibellini” e le «logiche storiche di schieramento» che volevano i cattolici contro i laici, per andare a un «confronto nelle cose».

    Il tema del confronto sulle cose concrete da fare e non più sull’ideologia è ripreso dalle sinistre democristiane, che insistono sul mutamento di scenario e di paradigma. Ciriaco De Mita su «Famiglia Cristiana» invita a «uscire dai vecchi schemi paralizzanti», per valutare non più in base alla dicotomia “progressista-conservatore” ma su nuove categorie «condizionate dalle proposte per la soluzione dei problemi». Paolo Cabras parla della fine delle alleanze «prigioniere di logiche di schieramento» e rivendica la «ricerca di nuovi equilibri» e l’opportunità di alleanze «solidali su una proposta di governo», basate sul confronto circa le «tendenze di fondo dell’attuale “stagione difficile” italiana».

    In questo clima proliferano le “Giunte anomale” rette da DC e PCI, ma sono altra cosa rispetto alla convergenza di Occhetto e De Mita sul referendum proposto da Segni. Le neonate maggioranze sono osteggiate dai dirigenti nazionali: la Direzione nazionale del PCI sostiene la formazione di Giunte di «alternativa programmatica» basate su partecipazione di socialisti, laici, cattolici e ambientalisti, e Gavino Angius precisa che per le Giunte anomale «le cause vanno ricercate molto localmente». Anche il responsabile nazionale DC per gli Enti locali, Luigi Baruffi, dà la stessa spiegazione e vede il rischio «che non ci siano più regole negli Enti locali e che ciascuno localmente, per vicende localistiche o politiche o di dispetto, si comporti a casa propria con una mentalitàche non è più di coerenza».

    Nel mese di agosto il quadro delle maggioranze provinciali e comunali è definito: le Giunte maldigerite sono 200, 60 in più del precedente mandato. In Toscana, Viareggio e Quarrata hanno inaugurato in precedenza la serie, stavolta è il turno di Montecatini e Montemurlo (anche con i Verdi). In entrambi i casi il PCI regionale si oppone ma viene contraddetto dai dirigenti locali. A Montemurlo la base comunista viene anche consultata per decidere sull’alleanza, nonostante le posizioni di Vannino Chiti, che recentemente ha ricordato quel frangente: se DC e PCI nelle varie realtà si fossero presentati come alleati prima delle elezioni, ciò «sarebbe rientrato in quella strategia di modificazione degli schieramenti precostituiti e di costruzione di nuove alleanze». Ma i partiti si accordarono dopo la contrapposizione in campagna elettorale – ha detto l’ex segretario regionale – e ciò «diventava il cemento di quella fase decadente della “Prima Repubblica”».

    Non c’è nulla di programmato o di predeterminato nella nascita di quelle maggioranze e certamente le dinamiche locali (le rotture PCI-PSI su tutte) hanno il loro peso, ma si inziano a sperimentare terreni di incontro sulle questioni concrete e sulle “cose da fare”. Non è un caso che Montemurlo abbia per vicina Prato, dove il segretario DC Antonello Giacomelli (area Matulli) parla di fine delle ideologie e «ricerca di soluzioni diverse», di alleanze locali nuove anche comportando «scelte coraggiose e passaggi traumatici»; e dove il sindaco Claudio Martini definsce la città un «laboratorio politico». È ancora presto – non troppo – per la maturazione di nuove agende politiche e i cattolici, come scrive Filippo Gentiloni su «il manifesto», sono «carsici». Le Giunte anomale però indicano una via diversa dalla linea rosso-verde del partito di Occhetto. Un altro lustro e quella via verrà inaugurata.

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    Riccardo Cammelli è laureato in  Scienze Politiche alla “C. Alfieri”, ha scritto articoli di storia elettorale dell’area pratese su “Nuovo Pese Sera” e sul blog “Left Lab”. E’ stato pubblicato il suo libro di storia locale: “Tra i panni di rosso tinti. Appunti di storia pratese 1970-1992”, Attucci editrice, 2014

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